Interrompo il mio silenzio su questo blog per buttare giù qualche riflessione che mi gira per la testa da un po'.
Attualmente sono entrato nel mio undicesimo anno da quando ho iniziato a insegnare questa disciplina. Mi ricordo ancora il mio primo periodo da "coach", di come fossi arrivato in palestra con l'arroganza un po' snob della strada, ma anche entusiasmo da vendere, creatività naif e desiderio di investire molto nella diffusione "istituzionalizzata" del Parkour. (n.b. parlerò di Parkour e non di Art Du Déplacement perchè, nonostante le congruenze, è l'esperienza alla quale mi voglio riferire)
Faccio questo preambolo perchè la lettura del libro degli scritti di Gato mi ha richiamato alla mente molte cose di quegli anni, alcune belle ma non tutte positive.
Una nota d'ammirazione: Federico "Gato" Mazzoleni è stata una mente brillante e visionaria che ha saputo cogliere quell'essenza di rivoluzione che si nascondeva in questa disciplina e che giustamente, nella sua promozione a un pubblico più grande, non voleva che fosse snaturata a mero prodotto di consumo. In questa impresa ha argomentato le proprie posizioni col rigore della formazione scientifica e una ratio veramente rara in un mondo che vive "di pancia".
Eppure tra le molte considerazioni tratte dal suo blog che, a rileggerle oggi, sembrano ancora fresche per la loro intelligenza e attualità, altre invece sono l'opposto: adatte a un contesto che esisteva solo in quella fase di sviluppo del Parkour. Spesso polemiche atte a definire l'identità di qualcosa di nuovo, talvolta sterili, e a posteri influenti solo per quella che è rimasta una nicchia di questo mondo.
Senza scendere più a fondo, le riflessioni stimolate da questa lettura mi hanno:
1 - spinto a fare una revisione della mia esperienza personale come coach e di come sia cambiato il mio punto di vista in questi 11 anni
2 - posto l'interrogativo di quali siano le necessità attuali di chi popola questo mondo. Praticanti, studenti, coach, atleti ma anche genitori e gestori di impianti/associazioni, comuni etc (i quali, volenti o nolenti, fanno ormai storicamente parte di qeusta realtà).
È quest'ultimo punto che voglio approfondire perchè sento che manchi molta discussione a riguardo, soprattutto in relazione all'evoluzione avuta finora. Per comodità raccoglierò questo popolo in tre categorie ("i praticanti", "i corsisti", "gli altri") e spiegherò quelle che intuisco essere le necessità di ognuna di esse.
- I praticanti.
Chi sono? Sono la selva di coloro che vivono questa disciplina con continuità, a vari livelli di intensità e con obiettivi diversi. Sono il "cuore" del Parkour, perché come questo muscolo pompano sangue nell'organismo e permettono a tutto il resto d'esistere.
Le necessità sono molteplici. Chi è più orientato all'aspetto di coaching avrà la necessità di trasmettere la propria visione nel modo più efficace e possibilmente trasmettere le proprie competenze tecniche o i propri valori maturati attraverso il Parkour.
Chi è un atleta invece vorrà vedere affermata la propria abilità, avere successo in qualcosa che piace e spesso capitalizzare adeguatamente il proprio investimento di tempo ed energie (vedi competizioni ma non solo).
Chi è prevalentemente un praticante vorrà vivere l'esperienza "pura", tenendo alto il livello di sfida, ispirando altri e immergendosi a pieno in quest'arte. Non da meno evitando che venga snaturata da forze esterne.
Tutti questi possibilmente hanno necessità di trovare o coltivare significato in ciò che fanno, molti vogliono anche nutrire una comunità, per non trovarsi soli in questo processo.
- I corsisti.
Ovvero chi popola il mondo dei corsi, delle palestre dedicate. Non solo in veste di consumatore, ma anche di formatore "non praticante". Qua la realtà, che si è sempre semplificata vedendo il corsista come "cliente" o come "discepolo" da indottrinare, diventa un po' più complessa per ciò che riguarda le necessità. Soprattutto perchè spesso si parla di adolescenti o giovani adulti.
C'è chi fa Parkour perchè è attratto dai suoi movimenti e trova naturale l'impararli e l'eseguirli.
C'è chi trova un ambiente sociale inclusivo per la propria tipologia di persona, una propria "tribù", magari diversa da un ambiente scolastico o lavorativo ostile.
C'è anche chi è costretto dai genitori a fare un'attività sportiva (e la scelta ricade su qualcosa che è visto come generico e poco serio).
Poi c'è anche chi coglie un'opportunità di crescita interiore o rivalsa verso un sè che non piace.
E ancor più raramente c'è chi ha intuito una certa preziosità nella disciplina e ne viene rapito, magari uscendo poi dalle barriere dell'attività organizzata.
Chi è invece dall'altra parte della barricata (i coach "non praticanti"), ha a sua volta diverse esigenze. Da quella più pratica del farci uno stipendio e spendere la propria formazione passata in maniera coerente, a quella più "nobile" di portare avanti un gruppo sociale "sano" per fare un servizio alla comunità.
In ambo i casi talvolta con meno conseguenze negative possibili per la propria persona (considerando la possibilità di pericolo intrinseca nel Parkour), cosa che può compromettere la trasmissione dei valori di questa disciplina.
- Gli altri.
Per prime le famiglie. Che affidano minori a estranei e a un'attività che attrae ma che sembra anche strampalata e pericolosa.
Per le quali, passato l'eventuale timore iniziale (se i formatori sono competenti e non ci sono sfortune del caso), emergono tutte le comuni necessità genitoriali: avere un ambiente sano per i propri figli, privo di bullismo e discriminazione. Un'ora dove questi si "sfoghino", facendo l'attività motoria minima per riequilibrare la sedentarietà straripante. Per i genitori più progressisti anche un luogo dove questi possano farsi male e imparare attitudini utili alla vita, per quelli più conservatori magari un'occasione per il figlio ipercinetico di diventare una stella emergente di un "nuovo" sport.
Tutti più o meno benevolenti ma che hanno una necessità fondamentale non scritta: che tu non causi alcun danno permanente o fatale alla loro prole.
Stessa visione comune per ciò che riguarda associazioni, gestori d'impianti e talvolta comuni (se collaborano attivamente), che non vogliono essere trascinati in cause legali, bensì vedere il proprio investimentimento di spazi e denaro in quello che sembra essere un trend giovanile ritornare con pubblicità positiva, raggiungimento di obiettivi sociali (vedi politiche giovanili), generare discrete entrate monetarie o banalmente aiutare a coprire le spese per i sempre più costosi impianti.
Questa è quella che per me è una panoramica importante delle necessità che compongono questo mondo, a suo modo superficiale perchè si potrebbe scavare in ognuna di queste categorie e andare più nel profondo e trovarne di nuove. Non lo farò (non ora probabilmente neanche in futuro), perchè già questo dovrebbe aiutare nel vedere con un punto di vista un po' più ampio come il Parkour sia vissuto e affrontato da chi lo affolla.
Dove mi colloco infine io, alla luce di questi 11 anni di coaching?
Direi molto nel coach praticante, un po' nel formatore "corsista" e molto meno nel praticante "puro". Non nego che, sebbene ora il mio lavoro principale sia altro, l'insegnare Parkour sia una fonte di reddito utile al mio sostentamento e che in parte questo risponda alla mia necessità di "viverci".
Però continuo anche a credere nel valore formativo di ciò che insegno, sopra il guadagno e talvolta la necessità di ridurre al minimo le conseguenze negative per la mia persona. La mia visione di disciplina è sicuramente cambiata e quindi anche il mondo di insegnarla (talvolta in totale opposizione a certi purismi passati). Ha abbracciato il punto di vista delle PERSONE e ha dovuto fare alcuni passi indietro, cosa che riconosco essere un rischio perchè può far perdere la bussola a sè stessi. Però è rimasta coerente a quelli che sono i valori che ho vissuto come spontanei e positivi nella mia esperienza personale.
Se mi guardassi ora con un certo filtro passato (alcuni scritti di Gato, certi dettami ADAPT, dell'ADD o purismi generici), probabilmente sarei un coach mediocre. Non spingo le persone a cui insegno ai limiti di fatica ogni sessione. Non partecipo quasi più attivamente alla loro "sofferenza". Non le indottrino su un certo modo di praticare "giusto" o "sbagliato" (al massimo le educo).
Mi vedo invece essere guida di gruppi coesi, dove c'è un'atmosfera rilassata e inclusiva. Dove quasi nessuno si rifiuta di mettersi in gioco e di affrontare sè stesso. Dove c'è lo scherzo e la presa in giro (anche verso il coach), ma non con la volontà di schernire, sminuire o insultare. Dove le persone vengono volentieri per imparare, spingere, ma anche rilassarsi, stare in compagnia e non sentirsi giudicate se non sono il top. Persone che molto probabilmente non diventeranno le future generazioni di praticanti guardiani della disiciplina, ma che stanno bene e son felici. E questo è fonte di soddisfazione.
Alcune di queste cose hanno forte risonanza anche con le mie esigenze attuali da praticante. Il Parkour non ha smesso di essere un'arte, ma io ho smesso di essere severo con me stesso per non essere un bravo artista. È diventato uno strumento dalle performance sicuramente più modeste che in passato, ma sempre utile come connessione all'ambiente, alle persone che sento "tribù, e al mio io più profondo che vuole ancora muoversi ed esplorare come un bambino.
domenica 13 luglio 2025
Parkour - le diverse necessità
lunedì 2 settembre 2024
Parkour: dove siamo oggi
Una distanza mentale più che geografica, se vogliamo dire.
In
parte alimentata dall'approccio al Brazilian Jiu Jitsu, cosa che mi ha
permesso di maturare più conoscenza di un
aspetto finora a me quasi totalmente sconosciuto: quello delle dinamiche
agonistiche della stragrande maggioranza degli sport, con le
federazioni, i diversi campionati e le relative conflittualità interne. Ultimamente proprio questo fattore mi ha fatto riflettere sulla
situazione attuale della nostra
disciplina.
La lontananza che ho sperimentato mi ha reso un osservatore, meno
coinvolto dalle dinamiche
in gioco e forse più libero che mai da bias a riguardo. Proprio sulla
base di queste osservazioni (pur sapendo che comunque il mio è un punto di vista parziale, legato alla mia percezione e non a dati oggettivi) voglio fare qualche considerazione che
cercherà di dare un panorama più distaccato possibile di come vedo la
nostra disciplina adesso. O dovrei dire sport.
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| Jam Krap / Gopk Padova 2009 |
Qual è dunque la mia percezione della comunità del Parkour?
Quella di una comunità da due diverse sfaccettature, in qualche modo simile a com'è sempre stato fin da quando ho iniziato, ma con valori e intenzioni diverse.
Una più "pura", legata all'outdoor (pur non disdegnando gli spot al chiuso), allo spingere l'aspetto di movimento oltre i confini attuali, settando nuove pietre miliari e standard, senza rinunciare all'esplorazione e alla creatività in relazione all'ambiente d'allenamento. Per quel poco che conosco la comunità degli skaters, apparentemente l'utilizzo degli spazi, i valori e le intenzioni sembrano essere più vicini culturalmente a questo mondo anzichè ad alcuna comunità originale di Parkour.
L'altra più "gym oriented", legata all'allenamento al chiuso o su strutture, ugualmente interessata a spingere i confini ma prevalentemente dal punto di vista acrobatico e inevitabilmente vicina alle competizioni FIG, se non ai diversi contest nel quale si ritrova spesso anche l'altro gruppo.
Notare che i confini tra queste due sfaccettature sono molto labili e che molti si trovano a cavallo tra queste, tuttavia la coesione sociale pare maggiore che in passato, in quanto unita dall'ammirazione assoluta per la performance di una certa entità.
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| Jam Krap / Gopk Padova 2009 |
Gli aspetti che identifico come positivi (o presunti tali) di questa comunità attuale sono:
- buona coesione sociale e inclusività
- minore ottica di pregiudizio tra le varie identità
- abbastanza ancorata alla visione outdoor
- tecnicamente qualitativa (sebbene spesso molto selettiva)
Quelli critici:
- problemi con il rispetto degli spazi d'allenamento e l'utilizzo degradato degli stessi (cosa vista purtroppo troppo di frequente con i propri occhi). Si salvano i gruppi più istituzionalizzati che fungono un po' da educatori a riguardo
- scarsa durevolezza del praticante medio (salvo selezione naturale)
- molto più al limite sull'aspetto di rapporto autoconservazione/performance
- vicinanza a dipendenze di varia natura
- prestigio sociale basato quasi solo sul risultato e sui "send" fatti
- senza un vero scopo al di fuori della performance e dell'eventuale ricerca del successo tramite questa
- troppa passività o praticanti "di contorno", spesso di solo pubblico ai forti
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| jam Padova 2019? |
Le ipotesi sono sempre un po' azzardate. La presenza come in ogni movimento di una corrente "conservatrice" e di una "progressista" porterà a nuove evoluzioni? O siamo arrivati alla fase di sedimentazione oltre la quale l'assenza di scontro, ma anche di una struttura sportiva tradizionale, farà propendere verso l'assoluta nicchia (un po' come Breakdance e Skate)? La nascita di futuri social media segnerà nuove direzioni come sempre stato finora?
giovedì 20 luglio 2023
LASCIARE ANDARE
In questi giorni volevo riprendere in mano questo blog e in verità scrivere cose di cui forse scriverò in futuro. Assecondo invece l’ispirazione del momento e butto giù un paio di riflessioni maturate in queste giornate torride e notti insonni. Notare bene che cercherò di essere meno prolisso possibile; non ho più tempo per quello stile descrittivo che mi richiede infinite revisioni e che di base non mi piace più.
Ho buttato un occhio al passato in questi giorni e ho visto una persona quasi sempre in conflitto e sofferente, incapace di trovare quiete su un po' tutti i fronti. Ora su alcune cose (non tutte) quella pace l'ho maturata, ma non è stato un processo semplice, né immediato. Forse è stato fisiologico dell'invecchiare, ma credo perlopiù dettato dalla forte volontà di non stare ancora male con sé stessi e con il mondo.
La zavorra del mio malessere vedo ora essere stata la mia unicità: i miei traumi, i miei desideri, il mio orgoglio, la mia storia, persino il mio nome! E in parte anche quella pratica che ad un certo punto ha iniziato a voler essere espressione di quella unicità e della mia separazione dal mondo.
Per inciso, non c'è niente male di questo. Nel non voler essere omologati, banali, megafoni costanti degli altri e censori delle proprie idee. Ognuno di noi dovrebbe coltivare quell'individualità di pensieri e passioni che ci rendono Cittadini di questo mondo e non cloni. Ma c'è un prezzo del coltivare troppo quell'individualità, nello stare ancorati ai propri traumi e ad un Io che è vecchio e vuole mutare. E quel prezzo è la sofferenza.
Io ho lasciato andare. Il peso forse era troppo e non ho più voluto sostenerlo. Una parte dei miei desideri li ho lasciati andare. Ho mantenuto la direzione acquisita negli anni e insisterò ancora su questa, ma con obiettivi più accessibili e meno volatili. E se non funzionerà, lascerò andare anche questi.
Una parte della mia pratica l'ho lasciata andare, forse a favore di maggiore banalità e debolezza, ma con un po' più di sollievo.
Lascio andare ogni giorno anche in ciò che non rispecchia a pieno il mio Io; senza però essere accondiscendente, né negando la mia identità e quei paletti che sono assoluti nella mia vita.
Rimangono i dolori, le preoccupazioni monetarie, le ansie per il futuro, il peso degli obiettivi. L'insofferenza per come funziona il mondo. Però le mie relazioni sono stabili e serene.
Ho lottato per queste relazioni e ho avuto anche fortuna, ma dubito che se fossi ancora la persona di 5-10 anni fa le cose funzionerebbero così bene.
Certo, c'è l'amarezza di aver abbandonato qualcosa che era fonte di ispirazione assoluta, ma non voglio più mascherare una sostanziale volontà di isolarmi con la pretesa di ascetismo.
E in fin dei conti, anche volendosi fermare del tutto, è stato un viaggio che ha valso la pena di fare fin qua.
venerdì 2 dicembre 2022
Fuori dal comfort
Uscire volontariamente da quelle aree di relativa comodità e sicurezza che ci ritagliamo nelle nostre vite, è uno di quei principi-cardine che contraddistinguono la pratica del Parkour (e suppongo anche dell'Art Du Déplacement) e che paiono essere condivisi da più o meno tutti indipendentemente dalle fazioni.
Il potere di crescita di queste situazioni è indiscutibile e per anni la mia ambizione generale è stata quella di maturare abitudine e forza in quest'aspetto per poterlo trasferire agli altri ambiti della mia vita.
Tralasciando ulteriori riflessioni più o meno scontate a tal proposito, vorrei piuttosto parlare di mie "recenti" esperienze che riguardano l'approccio alla più giovane "Parkour community" italiana, la quale (tralasciando quella dei corsi) è numerosa e apparentemente nel pieno boom. Premetto che le considerazioni che farò sono frutto di speculazioni e percezioni personali, che possono essere più o meno distorte dai contesti che ho vissuto, soprattutto dall'aver a lungo praticato il Parkour come una disciplina fortemente introspettiva.
La comunità alla quale mi riferisco è quella più sportiva e orientata alla performance, che è sempre esistita e alla quale mi sono sempre interfacciato fin dai primi anni di allenamento. Una comunità che, parallelamente alla mia persona e alla mia realtà, ho visto invecchiare e perdere numerosi pezzi e giovani promesse... Salvo rigenerarsi con vigore nel tempo, mantenendo al nucleo un manipolo di "anziani" (spesso non anagraficamente), e alla base una moltitudine di giovani praticanti, o per meglio dire atleti.
Faccio questa doverosa distinzione di cui ho già parlato, ma non soffermandomi tanto sugli aspetti specifici che riguardano questi termini, ma sull'intenzione dei singoli. Perché è evidente che, tralasciando l'aspetto di gioco e divertimento, in molti si veda la voglia di dimostrare come ci fosse un'aspettativa molto elevata a circondare il tutto. Una pressione del tutto particolare, che io ho percepito solo in poche altre situazioni e che non esito a definire agonistica.
Come detto non sono nuovo a contesti del genere. Ho aiutato nell'organizzazione di eventi borderline come il NEXT Adventure nel 2015, in tal senso guidati da intenti unificatori e pacificatori delle varie realtà/filosofie. Ho visto dal vicino la crescita di atleti di fama mondiale, venendo collateralmente esposto a molti esponenti dell'ambito sportivo del Parkour. Io stesso mi definisco borderline tra le varie realtà e a livello di pratica personale, pur avendo deciso di dare più peso all'idea di disciplina interiore che di sola disciplina sportiva (senza togliere nulla a quest'aspetto, eh).
Non essendo nuovo a queste situazioni, cosa fa la differenza per me? Il numero e le proporzioni. Se nelle mie passate esperienze le varie attitudini alla pratica (ed età) potevano essere presenti in maniera più o meno equilibrata nello stesso spazio, in contesti come quest'ultimo della "birthday jam" di Jaco invece la presenza di così tanti giovani atleti e di un manipolo di praticanti tendenzialmente poco più anziani (eravamo in 2-3 i "nonni" della situa), ha invertito totalmente le proporzioni alle quali sono da sempre abituato.
Ora ecco in ulteriore analisi all'esperienza un po' di dati:
DATI (più o meno) OGGETTIVI
- età media ad occhio 22 anni, 60-70% dei partecipanti nati dal 2000 in poi;
- grande afflusso di gente, circa 50 persone;
- di conseguenza (forse?) poco spazio per muoversi e grande senso di affollamento dello spot senza scopo preciso;
- ad occhio una persona su 6-7 di sesso femminile;
- livello, di chi si muoveva con più frequenza, alto (inteso su skills pk specifiche);
- sesso, di chi si muoveva, quasi unicamente maschile;
- comportamento tendenzialmente rispettoso dello spot e delle persone di passaggio.
Dati che si riferiscono principalmente alla mia osservazione dal momento dell'arrivo al primo spot a quando siamo stati (come prevedibile) cacciati dalle forze dell'ordine (45 min circa).
DATI SOGGETTIVI
- atmosfera da "ansia da prestazione", con bisogno di spingere e "dimostrare" e che intuivo in altri dal body language (tranne in chi era per abilità, abitudine e forza, totalmente a proprio agio), ma per molti versi non competitiva e non dissimile da altre jam di mia partecipazione;
- atmosfera che unitamente al (forse?) poco spazio ha comportato una diffusa paralisi decisionale, con molte persone che vagavano senza saper cosa fare (tralasciando il posing diffuso in più o meno tutti gli ambienti);
- "forse?" perché è la stessa situazione che ho visto l'anno scorso a Torino con più o meno lo stesso gruppo e molto più spazio per muoversi;
- sensazione personale percepita di "giudizio esterno" come quella di un'esame, con poco o nullo spazio al dialogo interiore sul perché saltare;
- sensazione di chi non partecipava attivamente di "chill out", da situazione sociale random, con una nota velata di "neanche ci provo".
Puntualizzo che questi sono dati soggettivi, ovvero di come l'ho vissuta e percepita io, e non hanno quindi valore di giudizio sui partecipanti. Non definiscono se chi partecipa attivamente a questi contesti abbia più o meno un'esperienza introspettiva rompendo salti, né se questi abbiano esperienze del genere al di fuori delle jam. Semplicemente non si può evincere dalla sola osservazione e tanto meno deve essere una nota negativa se non si insegue un tal proposito, bensì una differenza.
Le domande che sorgono, anche discutendone con altri sono:
- è un contesto di crescita adatto a un principiante "non dotato" o magari non giovane?
- un ambiente così performativo con che frequenza può essere un fattore di drop-out nel medio-lungo termine (dato per assunto che c'è drop-out in ogni sport/disciplina)?
- qual'è il background del partecipante medio? Da dove è iniziata la loro esperienza nel Parkour? Corsi o indipendente?
- qual'è il leitmotiv di questi? Passione? Divertimento? Socialità? Bisogno di emergere?
- c'è una ricerca o una riflessione verso l'interiorità del muoversi o è un elemento sconosciuto, volutamente ignorato o tuttalpiù inconsapevole?
ma soprattutto:
- perché così tanta gente non si muove?
Lascio queste domande aperte e mi soffermo invece su come ho interiorizzato l'evento. Constatata l'atmosfera ho deciso di assecondare quella chiamata alle armi della situazione fuori comfort, di fatto mettendo in discussione quel dogma che negli anni mi ha fatto associare lo spingermi verso il mio limite per pressione esterna (ossia per voler dimostrare qualcosa a qualcuno) all'infortunio. Le poche altre occasioni così simili e significative che siano degne di essere menzionate sono state quelle di entrambi gli esami fisici/tecnici che ho dato per adapt 2: di fatto delle gare.
Nel mio credo c'è la necessità di ragionare sui perché si fanno certi salti rischiosi e di conseguenza di agire in risposta al "sentirmelo"... so per certo che per tante altre persone cresciute nel mio ambito è più o meno uguale. Proprio per questo motivo un certo tipo di pratica che si identifica come "fuori comfort", spesso invece va cadere dentro un'altra zona di comfort più subdola. Per molti spingere in certi movimenti, o metterci più fatica o saltare col buio e il bagnato, paradossalmente può diventare una "bolla di sicurezza" alla quale sostanzialmente ci si è adattati, favorendo in una qualche misura lo stallo.
Dal mio punto di vista crescere vuol dire fare ciò che non ci si trova a proprio agio fare. Per un "old school" (qualsiasi cosa ciò voglia dire) può essere proprio l'allenarsi in contesti totalmente diversi da quelli abitudinari. Magari con la musica ad alto volume. O meglio ancora con il peso del dover dimostrare qualcosa a qualcuno, mettendo a tacere tutte quelle riflessioni personali che oltre una certa soglia sono verosimilmente eccessive (overthinking).
Uno dei punti di forza di chi è adattato a questa situazione, è proprio quello di sostenere certe pressioni mantenendo la propria pratica usuale con una certa naturalezza. Va da sé che spesso si tratta di giovani molto avezzi a questi contesti, se non addirittura di fuoriclasse con zone di comfort gigantesche in termini di movimento. Questo non toglie che il fattore di crescita individuale, per chi non è proprio di questa modalità e che volontariamente sceglie di esporvici, è potenzialmente enorme.
Tenendo, infine, sempre conto dei dovuti rischi che ogni processo di crescita comporta.
domenica 28 agosto 2022
Perfezione imperfetta
Mi avvicino al bordo.
Il senso di vertigine a quell'altezza è schiacciante, un periodo di digiuno dallo stare in equilibrio così in alto ne è la sicura causa. Due giorni prima, appena arrivato a Évry, mi era stato impossibile il solo mettermi in posizione di partenza per quel salto. Il primo dei tre tentativi che mi impongo viene quindi speso solo per riguadagnare confidenza con l'altezza e riuscire a stare in posizione eretta su di quello spigolo infernale.
Trascorro un tempo indefinito, forse un minuto, forse di più, a guardare contemporaneamente l'atterraggio, l'abisso e dentro di me. È un dialogo che consuma, il vento, che soffia contrario, dissuade dal prendere la decisione.
Esausto, scendo dallo spigolo e il primo tentativo è andato.
Il corpo è stanco dopo l'intensa giornata nella foresta di Fontainebleau, ma la mente è attiva come non mai e la vista non mente: è un salto nelle mie corde! Un paio di drop e qualche salto in altezza mi aiutano a risvegliare il sistema nervoso e a prepararlo ai possibili impatti. Li limito al minimo indispensabile perché so che potrebbero solo alimentare la mia indecisione e togliermi forza... mi dedico dunque al processo più importante: quello sulla motivazione.
Seggo in meditazione e inizio a scavare a fondo, dentro di me. Ciò che mi ero portato lassù emerge molto più superficiale di quanto credessi, i perché stanno più sotto, più a fondo e sono più primitivi di ciò che avrei pensato. A fatica tre parole emergono e sono il cavallo di battaglia che attendevo: A., C., F.!
Risalgo, questa volta la sensazione di successo è forte, ma esito qualche secondo di troppo a causa del vento contrario e il salto rincomincia a essere la solita spietata voragine d’energia. Le distanze si ingigantiscono e, in un tempo più breve del precedente, mi ritiro sconfitto. Un'ultima possibilità mi rimane, ma sono fiero di come sto affrontando la situazione: saltare o meno non fa ormai più alcuna differenza.
La tensione dei miei compagni, che stanno affrontando la mia stessa battaglia, è palpabile e pesante. Realizzo che la cosa migliore sia di sedermi a gambe incrociate e attendere che tanto il vento quanto lo spirito si plachino. Dopo qualche minuto mi rialzo e posso udire l'elemento di disturbo del gruppo che sta salendo dalle scale, con la sua musica arrogante. Sorrido perché una tale cafoneria mi pare quasi surreale in una situazione così tesa, eppure mi aiuta a smorzare quella stessa pesantezza consumante di prima. Quasi mi scappa la risata.
Mi avvicino di nuovo al bordo, questa volta senza salire sullo spigolo a guardare il salto ancora una volta, e dopo poco, ancor più surreale, vengo spinto via dal nuovo arrivato. "Spostati, frà". E là a mimare dei tentativi di stacco in plyo o dive front. La scena è così ridicola che non mi rimane che sedermi nuovamente, divertito, in attesa del momento giusto. Il diversivo, spiacevole per i più, aiuta invece a rendere leggera la mia mente.
Dieci minuti, forse, e il vento è calmo. Mi preparo sullo spigolo e la situazione è perfetta. Sussurro "perfezione", accolgo la decisione ed entro 11 secondi sono in volo.
Prendo atto di aver appena compiuto uno dei salti più significativi della mia vita e dopo poco scendo. Il benessere è forte, ma poi le giornate sciacquano quella sensazione... la felicità si è sedimentata a fondo, dove i miei occhi non possono scorgerla chiaramente? O è stata anche questa solo un'illusione del momento?
domenica 22 maggio 2022
Paura pt. 2
Sono passati 11 anni da questo post sulla paura, che mi ritrovo ora a leggere assieme ad altro vecchio materiale. Fondamentalmente stupendomi di tutto ciò che è successo in questo arco di tempo così breve e così lungo, denso di avventure, delusioni, speranze e cambiamenti. Ancora qua, ancora in piedi, a dispetto di tutte le volte che mi son dato per vinto e ora nella piena Estate della mia vita.
Un ragazzo forse ancora, ma anche un uomo che ha preso decisioni, scontrandosi con tutte le conseguenze del caso, che ha saputo saltare quand'era ora di farlo. Talvolta senza aspettare un comodo atterraggio, ben pianificato, controllato e sicuro; perlopiù sbagliando, facendosi male e correggendo il tiro di volta in volta.
E ora mi trovo di nuovo attanagliato dalla paura. Una paura totalmente nuova, che è in costante evoluzione e mi tiene sulle spine e non credevo di poter sentire così forte. Prima la paura di arrivare troppo tardi, di non aver agito subito quando avrei dovuto. Adesso la paura dell'illusione, di una magia che si possa interrompere bruscamente al primo contatto.
Come un bimbo incantato per la prima volta davanti una bolla di sapone, che allunga la mano facendola scoppiare, lasciandolo triste e deluso. La paura che quel sole che sento brillare nella pancia si spenga, dopodiché solo silenzio, il buio freddo dell'abbandono.
Che inaspettata avventura è la vita.
martedì 19 aprile 2022
Fenice dello Statuto
Perché faccio questo? Ho 34 anni, la mia priorità è raggiungere la stabilità economica. Costruirmi un futuro solido. Non diventare un potenziale invalido.
Saltare perché? Per l'atto puerile di dover dimostrare che sono in città e spacco? È valido come motivo per prendermi certi rischi in questo momento della mia vita? Lo è in un qualsiasi altro momento, di fronte alla pesantezza delle possibili conseguenze?
Eppure quando sali e tutte le tue paure ti assalgono, diventando sempre più pressanti man mano che sei esposto al vuoto, la battaglia interna che affronti è una delle più terribili e sadicamente allettanti di sempre. Ti domandi da cosa vuoi essere guidato nelle tue azioni: dalla paura? Dalla speranza? Poi forse ti si apre uno spiraglio di chiarezza, e forse poi con questa la decisione, e poi forse vai.
Niente di più lontano dal gesto suicida: questa è pura celebrazione della vita, del voler esistere e del voler sopravvivere. E se proprio deve esserci il suicidio, sarà quello metaforico dell'uccidere, con il salto, il vecchio se stesso, per rinascere con fiamma che risplende dentro giovane e rinvigorita.
domenica 20 marzo 2022
Ricordo di una famiglia
Per chi avrà la briga prendersi un po' di tempo e di leggere, lascio qui questo post. Nato per una memoria che gira già da un po' per la mia testa, senza voler prender mai forma scritta, della quale in verità ne approfitto per dare qualche update sulla mia vita. Un tema, dopo tanto, non Parkour specifico e che riprende in mano il blog per come originalmente inteso.
Allo stato attuale (precisamente da Luglio scorso) abito a Treviso. Dopo anni spesi a Mestre, spinto da una congiunzione di avvenimenti (equamente avversi e non), ho deciso dunque di cambiare per l'ennesima volta aria.
Ne è conseguito un periodo frenetico, il più "full" di sempre da quando interamente Parkour coach. E non di poco alimentato dalle varie delusioni e crisi esistenziali sostenute nel frattempo, date soprattutto dal bisogno di un'abitazione stabile e di entrate regolari, a contrastare le spese sempre crescenti.
Ma anche dalla scelta di dedicarmi ad un lunghissimo periodo di studio come Personal Trainer. Una cosa nuova per me: una tale esperienza di formazione, di un livello così simile a come penso possa essere quello universitario, era un vuoto decisamente da colmare nella mia vita!
In tutta questa marea di cose, ho però realizzato (e come spesso succede in questi casi, per
vie trasverse), che sostanzialmente vivo la mia vita nella fretta. Incapace di prendermi
del tempo qualsiasi, per compiere un gesto qualsiasi, con la calma e la
lentezza che magari meriterebbe.
È grazie a questa realizzazione che oggi, Domenica, sono qua. A scrivere su questo blog, a completare
una compilation dei (pochi) movimenti interessanti di questi ultimi 6
mesi, a disegnare a caso, ad ascoltare con attenzione un po' di musica...
E fondamentalmente a smaltire un po' di quell'amarezza dalla quale mi
sento avvelenato. Dagli sforzi costanti e dello stress che metto in ogni
cosa, nel rincorrere una carota d'indipendenza. Con un mondo sullo
sfondo che pare cadere in frantumi, con sempre più frenesia.
Lo spazio per la disciplina in cui sono nato, è inevitabilmente confinato in un angolino marginale del mio tempo libero. Sicuro dopo 12 anni d'esperienza, di cui gli ultimi passati a costruire senza riposo (nonché l'inevitabile consequenzialità del dovermi muovere ogni giorno per lavoro), la performance tecnica che mantengo è di poco sotto ai suoi momenti di picco.
Ma lo sono, per di contro, anche l'intensità degli infortuni da sovraccarico, nutriti da un inverno più lungamente rigido del solito, e dalla mancanza di un allenamento progressivo, regolare e costante. Tuttalpiù che una piccola parte del mio tempo ho deciso di dedicarla ad una branca di movimento che da inizio anno mi ha dato quel brivido che raramente sento ancora per il Parkour. Quella della lotta, per la quale frequento (per un misero paio d'ore a settimana) un corso di Gracie Brazilian Jiu-Jitsu.
Una necessità naïf forse, visto anche il poco tempo da poterci dedicare, ma non per una persona che vive di movimento. Che ha bisogno di stimoli costanti per mantenere la volontà attiva in ciò che fa e persegue nella vita.
Dopo questa lunga digressione, torniamo infine a quel pensiero per il quale è nato questo post, che girava per la testa da giorni senza volersi concretizzare. Nato in preda ai deliri febbrili, è la rievocazione di un ricordo di tanti anni fa, di quando ero in Australia.
È la memoria di un Natale straordinario, passato sui Grampians del Victoria: quattro giorni di trekking e campeggio con Georg e Teresa. Miei amici e mia piccola famiglia, di quel periodo già lontano.
Di una vigilia in semplicità con scatolame, di un cielo stellato immenso da mozzare il fiato, di un falò a contrastare il buio e il vento freddo di quel Natale selvaggio, nel remoto. Con poco, ma con Tutto.
Perché emergi ora, ricordo?
martedì 19 ottobre 2021
Parco Dora, una Salita (e una discesa)
Ho sempre detestato gli applausi per qualcosa di notevole da me compiuto, come fossero lì a inquinare il perché del mio desiderio di muovermi. Per non dire un demerito nei confronti di chiunque si metta in gioco, pur non facendo qualcosa di apparentemente spettacolare.
Eppure questa volta sono sereno e accolgo con piacere questo applauso, che non sento rivolto al mio io narciso, ma all'aver portato ispirazione nel cuore di chi si muove. Felice di non essermi sottratto alla chiamata di questa sfida, che mi limitavo a sognare alla mia prima visita al parco Dora, cinque anni addietro. Felice di essermi potuto fidare delle mie sensazioni e di essere stato all'altezza dell'estrema serietà del compito.
Negli anni ho capito essermi fatto carico di una quantità di infelicità non
opportunamente bilanciata da sufficiente gioia. La realizzazione attuale è che muovermi, e compiere
gesti al di fuori di ciò che credo possibile, mi permette di cedere una
parte del peso di quell'infelicità a favore di un senso di contentezza e
riempimento. Senso che trascende la sterile "soddisfazione": con queste cose mi sento realizzato e pieno.
Grazie a Filippo per aver documentato alcune parti di questa esperienza.
mercoledì 1 settembre 2021
Obiettivi, Resilienza ed altre cose
Lungo questo intricato viaggio che è per me il Parkour, periodicamente mi fermo a indagare su cosa ho maturato nel corso di questi anni. E in particolar modo su quanto, di quel bagaglio che mi porto dietro, sia frutto, evidente e tangibile, di un certo modo di praticare e di intendere la vita. Non piuttosto una storia che racconto a me stesso, la quale sostanza è della stessa materia inconsistente di cui son fatti i sogni.
Questo è appunto uno di quei periodi, che mi sta mettendo in discussione su ciò che sto facendo della mia vita. Che inoltre, un po' forzatamente, mi ha fatto appendere la pratica al chiodo*, instillandomi da ciò il dubbio dell'essere stato veramente in grado di incorporare alcune attitudini e concetti fondamentali del Parkour, se non dello sport in generale.
Una domanda su tutte, emersa prepotente da questo rimestamento di perplessità, è stata:
Sono davvero resiliente?
Ho visto che darsi una risposta è facile, se si appartiene a una delle seguenti tipologie di persona:
-
Quella sfiduciata delle proprie capacità, contraddistinta da una
bassa considerazione di sé, risponderà sicuramente di no;
So per certo d'appartenere decisamente più alla prima categoria che alla seconda, pur essendo, a tratti, un buon crossover tra le due.
Tuttavia, nel tempo ho realizzato che nessuna di queste due possibilità corrisponde a un quantomeno vago ideale di “verità”, quanto più alle continue piccole o grandi bugie su noi stessi che, a noi stessi, quotidianamente raccontiamo.
Arrecandoci in un modo o nell'altro una qualche forma di sofferenza: sia questa nel perpetrare una visione negativa e sminuente del nostro sé, sia quella conseguente a quando quelle illusioni auto-prodotte, con le quali ci sovrastimiamo, crollano tragicamente nel momento in cui la vita le mette a dura prova.
Da qui si possono formulare numerose ipotesi sul fatto che vivere più affini al secondo esempio, avendo accortezza di stare lontano da tutte quelle situazioni che ci possono mettere in crisi, possiede verosimilmente dei risvolti più favorevoli, all'esistere in maniera serena e funzionale a sé stessi.
Avendo però poche competenze “tecniche” in materia, valutando questa inclinazione come qualcosa di più o meno innato e poco “sceglibile”, e soprattutto avendo scelto io stesso, nella vita, di dedicarmi al Parkour / Art Du Déplacement con una certa attitudine (e da qui di pormi periodicamente sotto test), capirete bene perché non andrò oltre nel sondare questa possibilità.
Resilienza come “skill” a livelli
Cosa rispondo a me stesso, dunque, alla domanda: “sono resiliente”?
Si.
Ma
cosa alla domanda: “sono totalmente resiliente”?
No.
L'idea attuale che vaga per la mia mente, è quella di non aver acquisito resilienza come un'abilità assoluta grazie a una certa soglia d'esposizione al Parkour. Ma che sia piuttosto un contenitore: pieno in una certa misura, che il tempo e degli scossoni troppo forti possono svuotare, richiedendo perciò costanti rabbocchi. Costituiti dal nostro periodico affrontare e riprenderci da ciò che è causa di malessere e abbattimento nella nostra vita.
Altra analogia che mi piace molto è anche quella di una spirale ascendente (quindi, per opposto, anche discendente), che ci orienta verso un estremo o l'altro di una data abilità, ponendoci così ad alcuni livelli “superiori” o “inferiori” della stessa.
Con questa immagine in mente so dunque di aver maturato un determinato livello di resilienza, nella sua capacità complessiva. Che mi permette di vivere in una misura funzionale e atta all'affrontare, in un certo lasso di tempo, un certo quantitativo e una certa intensità** di “schiaffoni della vita”.
So però, che quella resilienza non è tale da farmi affrontare veloce e incolume certe cadute, né situazioni instabili particolarmente gravose.
Mi verrebbe da speculare oltre e domandarmi se in quella situazione estrema descritta in “Se questo è un uomo”, che finalmente ho letto, la mia innata base di resilienza (quella indipendente dagli sforzi individuali coscienti) mi farebbe appartenere alla categoria dei “salvati” o a quella dei “sommersi”.
Fortunatamente questo è un esempio limite, il cui esito si può conoscere probabilmente solo con l'esperienza diretta. Che credo (e spero) non avrò mai modo di sperimentare in vita mia, anche in maniera vagamente analoga.
Resilienza negli obiettivi di Parkour (e non solo)
Tralasciando il piano metafisico, rieccomi sul piano pratico che è quello della pratica sportiva.
La resilienza non gioca un ruolo determinante solo sul fronte del “ripigliarsi” dopo un infortunio, ma è un elemento che definisce l'attaccamento a degli obiettivi di una certa entità, specie quelli sul lungo termine, mutando nella sua forma evoluta che è perseveranza.
Ad alcuni sicuramente potrà sembrare banale, ma il fatto di identificare degli obiettivi da perseguire, per poi perderli di vista a causa di distrazioni, avvenimenti avversi (quali infortuni sicuramente, ma anche imprevisti di varia natura), mancanza di energia, tempo etc. è sintomatico di una delle seguenti condizioni:
- di scarsa resilienza, nel saper fronteggiare ciò che ci ostacola nel conseguimento di ciò che ricerchiamo;
- di mancanza di un sincero e fervido attaccamento a quel fine.
A farmi i conti in tasca ho avuto modo di sperimentare entrambe queste possibilità, più volte nella mia storia personale. Allo stesso tempo ho anche avuto modo di portare certe sfide ambiziose fino al loro traguardo.
Come ad esempio in quel lungo travaglio, che è stato per me, ottenere la certificazione come coach di Parkour ADAPT. Costatomi anni di allenamento specifico, infortuni di ogni sorta, un esame durissimo a Bergamo (per poco non passato) e infine un secondo tentativo a Londra, questa volta conseguito con successo.
Tutto questo perché lo spettro delle possibilità è sempre vario e definito in larga parte da chi siamo noi, dalla natura dei nostri desideri e dalla nostra capacità di desiderare con un certo “fervore”.
Da questo punto di vista, in quel sentiero che non è quasi mai lineare, ma anzi tortuoso, talvolta labirintico, che porta a un termine particolarmente ambizioso, la vera resilienza in molti casi è proprio quella capacità di convincerci con determinazione a proseguire un percorso, dopo innumerevoli cadute e anche quando il desiderio in questo s'è affievolito.
“La vita è una resistenza continua all'inerzia che tenta di sabotare il nostro volere più profondo. Chi si stanca di volere, vuole il nulla.” - Nietzsche
Il fattore attaccamento negli obiettivi del Parkour
Molte delle persone che ho visto raggiungere risultati straordinari in termini di movimento, in questi anni di pratica, mi hanno sempre stupito per un fattore più o meno comune: l'apparente assenza di obiettivi ben definiti e di una struttura organizzata per raggiungerli.
L'obiezione che sorge spontanea è che è questa la magia dei talentuosi e di chi è cresciuto adattando spontaneamente il proprio corpo a una pratica fisicamente tassativa, come quella del Parkour, fin dall'infanzia. In larga parte sono portato a sostenere questa linea, soprattutto avendo visto quanto nella mia esperienza l'aver lavorato con delle mete precise, principalmente in termini di forza e mobilità, mi abbia permesso di accedere a certi movimenti limitando gli infortuni e potenziando la performance.
Tuttavia isolando questo aspetto a quello dei salti o di certe skills, legate a fattori più marcatamente tecnici e/o percettivi che si mescolano “visceralmente” ad alcuni psicologici, questa convinzione è messa in dubbio, una volta superata la mera soglia dell'apprendimento di base di quel determinato schema motorio.
L'impressione è che un approccio “buddista”, di non attaccamento al dover fare un salto ben preciso, ma piuttosto orientato a immergersi nell'esperienza, a potenziare la visione affrontando quei salti che “balzano” davanti agli occhi dove prima non c'erano, possa portare a conseguire dei risultati inaspettatamente grandiosi sul lungo termine, e relativamente in sicurezza.
In particolar modo se questo processo non è contaminato da fattori esterni (pressione sociale/mediatica) o interni (ego, dogmi).
A rafforzare questa idea è la mia storia personale della quantità di insuccessi (e anche infortuni) ottenuti nella smaniosa ricerca di “sbloccare” quel salto o quella tecnica entro un termine prestabilito; per il quale sicuramente il fattore “fai da te”, con il quale ho imparato ad essere maestro di me stesso, non ha mai aiutato troppo in questa direzione.
Ma è nella guida istintiva, anziché all'affidarmi ottusamente a delle drills iper-ripetute (che hanno comunque il loro valore in delle fasi specifiche, specie nei principianti***) o al dogma della forza, che spesso sono stato in grado di accedere a risultati di cui stupirmi. Dettati da una ricerca “a naso” di stimoli sempre nuovi, costruendo così inconsciamente quegli step intermedi utili a portarmi nella direzione voluta. In un tempo però non stabilito a tavolino.
C'è però un grosso punto a sfavore in questo ideale di non-attaccamento, e pare essere proprio l'incapacità di lavorare goal-oriented. Che a lungo termine pare inficiare la motivazione generale verso la pratica, guidandola talvolta verso la dispersività.
E che non avendo aiutato nel maturare quella resilienza, dettata dal ripetuto sbagliare e riprovare dell'altro versante, rischia di deteriorarsi all'avvento delle prime serie difficoltà.
Qual è quindi l'approccio migliore, per fare di quel decantato bagaglio realtà e non illusione? Quello del mulo testardo e metodico, o quello dello spirito leggero che fa della sensazione il suo stendardo? Mi verrebbe da suggerire che il già citato approccio ibrido, applicato a questo frangente, sia la soluzione ideale... in quanto per me in parte lo è.
Questo non tiene conto però della diversità delle persone, degli schemi mentali innati o meno che ognuno adotta, dei talenti e degli svantaggi individuali, per cui il lavoro più grande e difficile è sempre quello di documentarsi, dello sperimentare, dell'imparare a conoscerci e di capire cosa funziona bene sulla nostra pelle, per noi stessi e in relazione alle nostre volontà più o meno profonde.
* si, c'è stato anche qualche infortunio di mezzo, ma in alcuna maniera determinante
** si possono fare anche tanti bei parallelismi con entità e frequenza dei carichi in rapporto a una funzione allenante o al rischio di infortunio
*** sappiamo benissimo che ci sono fior fiore di preparatori atletici che fanno raggiungere livelli di performance altissimi anche su elementi iper-tecnici/percettivi. Tuttavia spesso si tratta di specialisti di un set di gesti limitati, analizzati ossessivamente e generalmente ripetuti nello stesso medesimo contesto, da atleti selezionati “biologicamente” dall'agonismo. Poco a che fare con il Parkour e la sua variabilità di scenari, protagonisti e azioni.
domenica 16 maggio 2021
I miei 2 cents sugli infortuni nel Parkour
Sono fresco d'infortunio in una caviglia. Niente di nuovo, né di particolarmente grave. Di sicuro una noia evitabile che mi pone in una condizione di rallentamento, trattandosi di un punto debole al quale dedico da anni tantissimo lavoro per il rinforzo. E che, dopo brevi periodi di apparente completa guarigione, torna a presentarsi in circostanze sempre simili.
L'occasione è però buona per andare a completare delle riflessioni che già da tempo volevo esporre.
Il tema degli infortuni nel Parkour (Art Du Déplacement, Freerunning etc.), come in tantissime altre discipline sportive/attività motorie è uno dei più dibattuti. È molto raro difatti muoversi, a certi livelli di intensità e variabilità, senza incorrere almeno una volta nella vita in un piccolo infortunio.
L'amico Ghost lo sa bene e ne ha parlato sul suo blog in maniera molto schietta, qualche anno fa. L'invito è quello di andare a leggere il suo post, perché per quanto possibile cercherò di ampliare l'esperienza collettiva sull'argomento senza ribadire ciò che già è stato scritto altrove.
Le tre sorgenti d'infortunio nel Parkour
Inesperienza. Impazienza. Disattenzione.
Senza tanti giri di parole, questo è il sunto di ciò a cui sono arrivato nello spiegarmi il perché le cose accadano e del perché spesso siano ricorrenti.
Ne ho una certa esperienza perché ovviamente ho tantissimi infortuni pregressi, che non sempre posso dire di aver subito senza che a provocarli non ci fosse una certa componente di stupidità e ingenuità nel rapporto causa/effetto di certe azioni.
L'infortunio per sfiga, invece, di fatto non esiste.
Già da subito qualcuno obbietterebbe che nel Parkour, l'infortunio per sfiga esiste eccome. Come quello di chi ha qualche problema genetico sconosciuto e di chi atterra su qualcosa che collassa inaspettatamente.
Realisticamente che percentuale rappresentano questi fattori nella totalità dei casi? Non è vero, poi, che la maggior parte di noi comuni mortali ha difetti genetici che porteranno comunque a qualche conseguenza? Che spesso tendiamo ad ignorare finché la frittata non è fatta? Non è vero che, ad andare a guardare queste cose bene nel dettaglio, si scopre che c'è sempre un fattore d'inesperienza a fare la comparsa?
Essere colpiti in volo, che ne so, da una cagata di un gabbiano, rimanerne accecato, toppando in pieno un atterraggio difficile. Questo può essere identificato come "sfiga". Ma sappiamo che l'improbabilità di questo evento lo rende pressoché ininfluente, in una qualsiasi stima statistica. Ecco invece perché parlerò di queste 3 componenti, che a mio parere rappresentano il fulcro dell'evento d'infortunio nella pratica del Parkour.
Inesperienza
L'infortunio per inesperienza è la madre di tutti gli infortuni. È quello meno facilmente evitabile, perché evitarlo vuol dire soprattutto sottrarsi ad un processo di apprendimento (spiacevole), che ha come scopo quello di renderci maturi e consapevoli. Probabilmente è anche la causa di danno più frequente nella popolazione giovanile, alla ricerca, spesso spietata, dei propri limiti individuali.
Un buon maestro dal mio punto di vista non è una mamma chioccia che cerca di prevenire qualsiasi evento negativo nei suoi allievi. Piuttosto è una persona che educa al saper analizzare certe dinamiche e che soprattutto permette loro di sbagliare, dando un perché valido all'errore. Magari in maniera controllata e più sicura possibile, ma non priva di conseguenze e del loro carattere educativo.
Impazienza
Tra gli infortuni, della mia esperienza di Parkour e di vita, uno dei miei preferiti. E uno di quelli che spinge a maturare più esperienza nel far combaciare il livello di sfida adeguato al proprio livello di preparazione effettivo.
È quello che caratterizza i praticanti più giovani, ansiosi di equiparare gli standard sempre più assurdi dei video di maggiore diffusione, ma anche gli ostinati che ripongono un’altissima aspettativa in sé stessi.
Per i "vecchi" come me, che hanno maturato sia una certa sensibilità nel voler adottare un buon standard qualitativo di movimento, sia una certa quantità di legnate per la fretta del progredire, è vero ormai l'opposto.
Si ha troppa pazienza, che spesso fa posare il culo nella propria zona di comfort del "lavoriamo bene che i risultati arrivano". Cosa, che se non si accompagna ad una vera capacità di costruire il proprio allenamento in maniera funzionale, si trasforma solitamente in un autoinganno di propedeutiche reiterate ad oltranza, o di volume a vuoto.
Ecco che, dal mio punto di vista, i praticanti anagraficamente (ma anche psicologicamente) opposti devono saper consapevolmente muoversi in un punto a metà tra gli estremi: per poter diminuire l'impatto negativo sui propri corpi (nel voler sempre forzare la mano) i primi, e per poter sfidare le proprie narrative di "anzianità" i secondi. Ritornando a crescere dove non si pensava più possibile.
È probabilmente una visione utopica la mia: non solo è indiscutibilmente legata a dei fattori esperienziali individuali, ma anche al voler mettere in discussione i propri dogmi personali/culturali. E al voler affrontare con onestà la natura reale dei propri limiti.
Disattenzione
Il più frustrante. Quello che si presenta in maniera più insidiosa, nelle giornate di stanchezza che magari si fanno fatica a valutare come tali. Che va a colpire i punti deboli, già normalmente esposti a tutti gli altri fattori (se non frutto di questi). Spesso senza neanche lasciare la magra consolazione che una vera e propria abilità sia stata testata.
Ho poco da dire su di questo tipo di infortunio, presente nel Parkour e non solo. Perché spesso imporrebbe di non allenarsi se non quando si è al 100% di presenza mentale e fisica. Il che in me equivalerebbe ad allenarsi un paio di settimane all'anno.
Di sicuro l'esperienza può giovare, nell'evitare più possibile che questi eventi si presentino.
Ricercare sfide impegnative, nelle giornate di poca presenza, può essere paradossalmente più sicuro che dedicarsi ai "movimentini". Che nascondono l'insidia di un atterraggio irregolare per una caviglia (e una mente) non particolarmente sveglia. O a drills monotone e poco intense, che in combinazione con la noia possono portare a risultati amari.
Ma la verità è che questi sono veramente difficili da prevedere, salvo che il nostro livello di attenzione sia sempre elevatissimo in ogni momento.
Il sempiterno loop degli infortuni del Parkour
Il saper dare un come e un perché ci siamo fatti male non vuol dire che automaticamente questo non capiterà di nuovo. L'allenamento è un processo esperienziale che nei soggetti meno sensibili a certi eventi richiede una certa reiterazione dell'errore, al fine di maturarne una propria valutazione personale.
Le persone che conosco e con le quali mi sono allenato hanno tutte un loro approccio al dolore e all'infortunio nella pratica del Parkour. Alcuni ne hanno fatto apparentemente grande tesoro, e hanno scelto di dove stabilire il limite in cui il proprio corpo potenzialmente può risentirne in maniera acuta o particolarmente grave, usando la paura come metro di misura. Altri invece vanno avanti "a cazzo duro", prendendosi ciò che c'è di buono e cattivo da questo "metodo". Ma giudicare, in verità, non è affatto facile.
Magari quella che sembra ottusità e insufficiente capacità di razionalizzare (o di memorizzare) certi eventi, in alcuni, in verità è espressione di una straordinaria capacità adattativa; nel non lasciare sedimentare i traumi nel profondo della psiche e nel saper andare oltre.
È forse fare buon viso a cattivo gioco, ma nell'essermi fatto male così tante volte nella vita (ovviamente mai in maniera totalmente irreparabile), ho imparato un po' cosa vuol dire lasciarsi alle spalle il peso di un trauma e l'attaccamento psicologico al dolore.
Ma è anche vero che, in questo processo di crescita, l'esperienza del trauma fa maturare i suoi nuovi limiti e prima o poi tutti ci troveremo a doverci confrontare con un'ansia demotivante. Nel metterci di fronte a qualcosa che prima sapevamo fare con confidenza, ma nel quale sussiste la consapevolezza d'errore.
Limiti che forniranno nuove barriere inconsce, atte a preservare il nostro corpo, che non vuole essere danneggiato. Barriere che dovremo scegliere se voler forzare e superare nuovamente. O accettare come tali in una nostra maturata, nuova, visione della vita.
mercoledì 14 aprile 2021
La segreta Arte dell'allenarsi
L'arte del praticare Parkour: alcuni elementi
- Intensità: il caro vecchio low impact day, che può voler dire tutto e niente, in base a come ci si sente di volta in volta. Può voler dire evitare gli impatti più tosti o diminuirli in volume. O se ci si sente proprio giù corsetta leggera, danza, un po' di corda, quadrupedia senza ottica di challenge e zero impatti da salti. In linea di principio: movimento per curarsi dal movimento. Il che è sempre meglio che starsene a casa sul divano (al quale dedicherei solo le giornate in cui si è veramente KO).
Quando poi si fanno tante cose e si hanno delle routines frequenti, non si può sempre pensare di dare il 100% in ogni cosa fino alla fantomatica settimana di scarico. Ma neanche di mollare il lavoro ogni qual volta ci si sente sfatti. Piuttosto darci un 60% rispetto a quello che si darebbe di solito, che risulta un buon compromesso tra dovere e riposo.
- Variabilità: una volta pensavo non si potesse saltare ogni giorno, adesso lo faccio. Però mi rendo conto che è un processo di adattamento, che prima di una certa soglia non mi è stato mai facilmente permesso dal mio corpo (perlomeno a certi livelli di intensità e senza infortuni) e che è stato (ed è ancora) possibile grazie ad una certa variabilità introdotta sia nel saltare che nel muovermi in generale.
Nel pratico, ora che ho raggiunto un certo livello soddisfacente con lo stare in equilibrio sulle mani, spezzare con sessioni di verticalismo la frequenza di salto è un'opzione gradevole e che mi permette un relativo fattore di recupero.
Anche intervallare sessioni di salti specifici dove c'è più enfasi sul fattore esplosivo dello stacco, ad altre dove ci si concentra più sugli atterraggi e forti impatti, è una variabile che sto sperimentando che presenta una buona utilità anche sul fattore intensità/low impact. Ovviamente lasciando un po' l'istinto e l'esperienza alla guida, senza che vi sia una rigorosa programmazione da rispettare.
- Obbiettivi: scremate ciò che volete fare in base a quanto tempo potete dedicargli (a meno che non abbiate la plasticità d'apprendimento di un bambino talentuoso). Meglio avere poche certezze che un mucchio di possibilità appena abbozzate. Se poi come me non sapete scegliere, allora fatevi ispirare da ciò che vi va bene in un certo periodo, esauritelo nelle possibilità, rendetevelo facile e passate ad altro.
- Nutrimento: se il tuo carburante è di scarsa qualità o alla peggio se te ne manca o eccede, puoi sperare solo nella capacità adattativa del tuo corpo. Impara a mangiare, metti la testa su qualche concetto di base di nutrizione (macronutrienti, dieta bilanciata etc.), ascoltandoti bene e approcciando scetticamente tutte le diete miracolose propinate da internet, senza negarti qualche esperimento per capire cosa funziona per te.
- Costruzione forza: mettetevi l'anima in pace, i vostri salti saranno inevitabilmente sacrificati in questa fase. Anche se conviene sempre muoversi per tenere una linea continuativa alle tecniche e dare immediato transfert al lavoro (oltre che per testarsi psicologicamente), non pretendete l'assurdo da voi.
Il vostro fisico/cervello verosimilmente è già al limite dallo stress esercitato da squat, piegamenti e quant'altro fate, l'infortunio per sovraccarico o disattenzione dietro l'angolo. Piuttosto date una giusta misura al vostro allenamento della forza e al movimento libero, in maniera che l'uno non sia troppo impattate per l'altro.
- Impatti: pigliatevene. Se volete che il vostro fisico sia resiliente a questi, non c'è scusa ma dovete esporvici periodicamente, anche se non siete al 100% in salute (ma magari non al 50%). Ricollegandosi al fattore intensità, dategli la giusta frequenza e il giusto tempo di recupero nell'arco della vostra settimana di allenamento, in modo da ottimizzarne la metabolizzazione.
Infine: la pratica del Parkour (o di una qualsiasi pratica di movimento) è un contenitore-voragine al quale si sacrifica una notevole quantità d'energia, ma che se non è capace di restituirvene almeno un po' all'occorrenza, allora non va.
Significa che la vostra disciplina è un parassita più che un'entità in simbiosi con il vostro essere.
Cercate periodicamente il divertimento in ciò che fate, anche se non è il vostro focus principale. Ne beneficerete tanto nell'apprendimento che nel vostro benessere psico-fisico.
Altrimenti vi troverete nel ruolo di Atlante che regge la volta celeste sulle spalle per punizione divina, con la differenza che voi lo farete per scelta. Ruolo che se non vi calza bene (magari perché state caricando già altri pesi sulla schiena), verosimilmente vi farà arrendere al peso schiacciante di una pratica che non si vive più per piacere.
sabato 13 marzo 2021
Il guscio della tartaruga
Il guscio della tartaruga da me proposto alle lezioni si compone di 3 gruppi di semplici esercizi di base (piegamenti/squat/core) di differenti intensità che i ragazzi sceglieranno individualmente in base al proprio livello d'esperienza. Questa breve routine d'esercizi dovrà essere eseguita per un numero specifico di volte nell'arco della settimana, nonchè durante vari momenti della lezione, quando chiamata casualmente dal coach.
Tralasciando l'aspetto sempre pratico del fare allenare i ragazzi in questi gesti fondamentali di forza, quello di allenarsi nei gesti parkour-specific con uno stress indotto in precedenza (fattore spesso dubbio per il lato qualitativo-tecnico, ma sicuramente valido per quello psicologico) e l'educare ad un lavoro che non termina con la sola partecipazione al corso, sono lo scopo principale di questa sfida.
Io per primo ci metto la faccia in questo campo, avendo sempre dato grande valore al lavoro sulla forza ed avendoci dedicato periodi decisamente estenuanti.
Il mio "guscio" periodico è difatti attualmente concluso, tralasciando alcuni lavori sulla mobilità che continuerò a proseguire, seppur con meno frequenza, per continuare il bel lavoro in opera (oltre che l'immancabile verticale).
Condivido dunque con voi questa routine, pressapoco quella che ho sviluppato e seguito negli ultimi 4 mesi e per la quale ho "beneficiato" di una maggiore disponibilità di tempo dettata da una notevole diminuzione di lavoro nell'ultimo anno. Come per tante altre persone questa situazione è stata (e continua ad esserlo) tragica dal punto di vista monetario, ma non nego di aver felicemente colto l'opportunità per lavorare su obbiettivi trascurati e lacune che da troppo tempo aspettavano di essere colmate.
A voi dunque la routine.
Il guscio della tartaruga: allenamento della forza per il Parkour
LUNEDÌ: mattina - allenamento libero destrutturato (1.30/2 hr) sera - esercizi respiro/concentrazione e routine mobilità con sovraccarichi (focus su pike, pancake, ponte, spaccata frontale + vari complementari) (1.30 hr)
MARTEDÌ: mattina - back squat / military press / forza intrinseca piedi / rehab varie (1.30/2 hr) sera - (se ritorno a casa ad ora discreta) sessione stretching in scarico focus su complementari e relax (30 min)
MERCOLEDÌ: mattina - allenamento libero parkour specifico (1.30/2 hr) sera - esercizi respiro/concentrazione e routine mobilità
con sovraccarichi (focus su pike, pancake, ponte, spaccata frontale +
vari complementari) (1.30 hr)
GIOVEDÌ: mattina - verticale / mobilità toracica / spaccata frontale / rehab + complementari mobilità verticale (1.30/2 hr) sera - (se ritorno a casa ad ora discreta) esercizi respiro/concentrazione e sessione stretching in scarico focus su complementari e relax (30 min/ 1 hr)
VENERDÌ: mattina - allenamento libero parkour specifico (1.30/2 hr) sera - esercizi respiro/concentrazione e routine mobilità
con sovraccarichi (focus su pike, pancake, ponte, spaccata frontale +
vari complementari) (1.30 hr)
SABATO: mattina - routine anelli (archers pullups e dips / muscle up) giocolieria / capacità di reazione (1.30/2 hr) sera - allenamento libero parkour specifico (2/3 hr)
Non mi soffermo sulla natura degli obbiettivi perseguiti, trattandosi perlopiù di mantenimento di vecchi livelli di forza raggiunti in passato e di modalità di allenamento "ibride". Gli unici che segnalo sono il perseguimento di 1' di verticale libera, 3 ripetizioni 100 kg in back squat con rom più esteso possibile, 30" a 30 cm in spaccata frontale libera. Obbiettivi "modesti" (per la mia età ed intensità di pratica), non lavoro esclusivo di questi 4 mesi, bensì lacune ed altre cose alle quali giravo attorno da troppo tempo senza concludere.
Ora che mi sto liberando di questo guscio assieme a quello più grande che è l'inverno, poso dire di aver speso bene questo periodo, talvolta angosciante per l'intensità e l'affanno generatomi, constatando una rinnovata qualità di movimento e quantità di forza che pian piano sto tornando con gioia a tramutare nella pratica specifica del Parkour.








