Perché faccio questo? Ho 34 anni, la mia priorità è raggiungere la stabilità economica. Costruirmi un futuro solido. Non diventare un potenziale invalido.
Saltare perché? Per l'atto puerile di dover dimostrare che sono in città e spacco? È valido come motivo per prendermi certi rischi in questo momento della mia vita? Lo è in un qualsiasi altro momento, di fronte alla pesantezza delle possibili conseguenze?
Eppure quando sali e tutte le tue paure ti assalgono, diventando sempre più pressanti man mano che sei esposto al vuoto, la battaglia interna che affronti è una delle più terribili e sadicamente allettanti di sempre. Ti domandi da cosa vuoi essere guidato nelle tue azioni: dalla paura? Dalla speranza? Poi forse ti si apre uno spiraglio di chiarezza, e forse poi con questa la decisione, e poi forse vai.
Niente di più lontano dal gesto suicida: questa è pura celebrazione della vita, del voler esistere e del voler sopravvivere. E se proprio deve esserci il suicidio, sarà quello metaforico dell'uccidere, con il salto, il vecchio se stesso, per rinascere con fiamma che risplende dentro giovane e rinvigorita.
martedì 19 aprile 2022
Fenice dello Statuto
domenica 20 marzo 2022
Ricordo di una famiglia
Per chi avrà la briga prendersi un po' di tempo e di leggere, lascio qui questo post. Nato per una memoria che gira già da un po' per la mia testa, senza voler prender mai forma scritta, della quale in verità ne approfitto per dare qualche update sulla mia vita. Un tema, dopo tanto, non Parkour specifico e che riprende in mano il blog per come originalmente inteso.
Allo stato attuale (precisamente da Luglio scorso) abito a Treviso. Dopo anni spesi a Mestre, spinto da una congiunzione di avvenimenti (equamente avversi e non), ho deciso dunque di cambiare per l'ennesima volta aria.
Ne è conseguito un periodo frenetico, il più "full" di sempre da quando interamente Parkour coach. E non di poco alimentato dalle varie delusioni e crisi esistenziali sostenute nel frattempo, date soprattutto dal bisogno di un'abitazione stabile e di entrate regolari, a contrastare le spese sempre crescenti.
Ma anche dalla scelta di dedicarmi ad un lunghissimo periodo di studio come Personal Trainer. Una cosa nuova per me: una tale esperienza di formazione, di un livello così simile a come penso possa essere quello universitario, era un vuoto decisamente da colmare nella mia vita!
In tutta questa marea di cose, ho però realizzato (e come spesso succede in questi casi, per
vie trasverse), che sostanzialmente vivo la mia vita nella fretta. Incapace di prendermi
del tempo qualsiasi, per compiere un gesto qualsiasi, con la calma e la
lentezza che magari meriterebbe.
È grazie a questa realizzazione che oggi, Domenica, sono qua. A scrivere su questo blog, a completare
una compilation dei (pochi) movimenti interessanti di questi ultimi 6
mesi, a disegnare a caso, ad ascoltare con attenzione un po' di musica...
E fondamentalmente a smaltire un po' di quell'amarezza dalla quale mi
sento avvelenato. Dagli sforzi costanti e dello stress che metto in ogni
cosa, nel rincorrere una carota d'indipendenza. Con un mondo sullo
sfondo che pare cadere in frantumi, con sempre più frenesia.
Lo spazio per la disciplina in cui sono nato, è inevitabilmente confinato in un angolino marginale del mio tempo libero. Sicuro dopo 12 anni d'esperienza, di cui gli ultimi passati a costruire senza riposo (nonché l'inevitabile consequenzialità del dovermi muovere ogni giorno per lavoro), la performance tecnica che mantengo è di poco sotto ai suoi momenti di picco.
Ma lo sono, per di contro, anche l'intensità degli infortuni da sovraccarico, nutriti da un inverno più lungamente rigido del solito, e dalla mancanza di un allenamento progressivo, regolare e costante. Tuttalpiù che una piccola parte del mio tempo ho deciso di dedicarla ad una branca di movimento che da inizio anno mi ha dato quel brivido che raramente sento ancora per il Parkour. Quella della lotta, per la quale frequento (per un misero paio d'ore a settimana) un corso di Gracie Brazilian Jiu-Jitsu.
Una necessità naïf forse, visto anche il poco tempo da poterci dedicare, ma non per una persona che vive di movimento. Che ha bisogno di stimoli costanti per mantenere la volontà attiva in ciò che fa e persegue nella vita.
Dopo questa lunga digressione, torniamo infine a quel pensiero per il quale è nato questo post, che girava per la testa da giorni senza volersi concretizzare. Nato in preda ai deliri febbrili, è la rievocazione di un ricordo di tanti anni fa, di quando ero in Australia.
È la memoria di un Natale straordinario, passato sui Grampians del Victoria: quattro giorni di trekking e campeggio con Georg e Teresa. Miei amici e mia piccola famiglia, di quel periodo già lontano.
Di una vigilia in semplicità con scatolame, di un cielo stellato immenso da mozzare il fiato, di un falò a contrastare il buio e il vento freddo di quel Natale selvaggio, nel remoto. Con poco, ma con Tutto.
Perché emergi ora, ricordo?
martedì 19 ottobre 2021
Parco Dora, una Salita (e una discesa)
Ho sempre detestato gli applausi per qualcosa di notevole da me compiuto, come fossero lì a inquinare il perché del mio desiderio di muovermi. Per non dire un demerito nei confronti di chiunque si metta in gioco, pur non facendo qualcosa di apparentemente spettacolare.
Eppure questa volta sono sereno e accolgo con piacere questo applauso, che non sento rivolto al mio io narciso, ma all'aver portato ispirazione nel cuore di chi si muove. Felice di non essermi sottratto alla chiamata di questa sfida, che mi limitavo a sognare alla mia prima visita al parco Dora, cinque anni addietro. Felice di essermi potuto fidare delle mie sensazioni e di essere stato all'altezza dell'estrema serietà del compito.
Negli anni ho capito essermi fatto carico di una quantità di infelicità non
opportunamente bilanciata da sufficiente gioia. La realizzazione attuale è che muovermi, e compiere
gesti al di fuori di ciò che credo possibile, mi permette di cedere una
parte del peso di quell'infelicità a favore di un senso di contentezza e
riempimento. Senso che trascende la sterile "soddisfazione": con queste cose mi sento realizzato e pieno.
Grazie a Filippo per aver documentato alcune parti di questa esperienza.
mercoledì 1 settembre 2021
Obiettivi, Resilienza ed altre cose
Lungo questo intricato viaggio che è per me il Parkour, periodicamente mi fermo a indagare su cosa ho maturato nel corso di questi anni. E in particolar modo su quanto, di quel bagaglio che mi porto dietro, sia frutto, evidente e tangibile, di un certo modo di praticare e di intendere la vita. Non piuttosto una storia che racconto a me stesso, la quale sostanza è della stessa materia inconsistente di cui son fatti i sogni.
Questo è appunto uno di quei periodi, che mi sta mettendo in discussione su ciò che sto facendo della mia vita. Che inoltre, un po' forzatamente, mi ha fatto appendere la pratica al chiodo*, instillandomi da ciò il dubbio dell'essere stato veramente in grado di incorporare alcune attitudini e concetti fondamentali del Parkour, se non dello sport in generale.
Una domanda su tutte, emersa prepotente da questo rimestamento di perplessità, è stata:
Sono davvero resiliente?
Ho visto che darsi una risposta è facile, se si appartiene a una delle seguenti tipologie di persona:
-
Quella sfiduciata delle proprie capacità, contraddistinta da una
bassa considerazione di sé, risponderà sicuramente di no;
So per certo d'appartenere decisamente più alla prima categoria che alla seconda, pur essendo, a tratti, un buon crossover tra le due.
Tuttavia, nel tempo ho realizzato che nessuna di queste due possibilità corrisponde a un quantomeno vago ideale di “verità”, quanto più alle continue piccole o grandi bugie su noi stessi che, a noi stessi, quotidianamente raccontiamo.
Arrecandoci in un modo o nell'altro una qualche forma di sofferenza: sia questa nel perpetrare una visione negativa e sminuente del nostro sé, sia quella conseguente a quando quelle illusioni auto-prodotte, con le quali ci sovrastimiamo, crollano tragicamente nel momento in cui la vita le mette a dura prova.
Da qui si possono formulare numerose ipotesi sul fatto che vivere più affini al secondo esempio, avendo accortezza di stare lontano da tutte quelle situazioni che ci possono mettere in crisi, possiede verosimilmente dei risvolti più favorevoli, all'esistere in maniera serena e funzionale a sé stessi.
Avendo però poche competenze “tecniche” in materia, valutando questa inclinazione come qualcosa di più o meno innato e poco “sceglibile”, e soprattutto avendo scelto io stesso, nella vita, di dedicarmi al Parkour / Art Du Déplacement con una certa attitudine (e da qui di pormi periodicamente sotto test), capirete bene perché non andrò oltre nel sondare questa possibilità.
Resilienza come “skill” a livelli
Cosa rispondo a me stesso, dunque, alla domanda: “sono resiliente”?
Si.
Ma
cosa alla domanda: “sono totalmente resiliente”?
No.
L'idea attuale che vaga per la mia mente, è quella di non aver acquisito resilienza come un'abilità assoluta grazie a una certa soglia d'esposizione al Parkour. Ma che sia piuttosto un contenitore: pieno in una certa misura, che il tempo e degli scossoni troppo forti possono svuotare, richiedendo perciò costanti rabbocchi. Costituiti dal nostro periodico affrontare e riprenderci da ciò che è causa di malessere e abbattimento nella nostra vita.
Altra analogia che mi piace molto è anche quella di una spirale ascendente (quindi, per opposto, anche discendente), che ci orienta verso un estremo o l'altro di una data abilità, ponendoci così ad alcuni livelli “superiori” o “inferiori” della stessa.
Con questa immagine in mente so dunque di aver maturato un determinato livello di resilienza, nella sua capacità complessiva. Che mi permette di vivere in una misura funzionale e atta all'affrontare, in un certo lasso di tempo, un certo quantitativo e una certa intensità** di “schiaffoni della vita”.
So però, che quella resilienza non è tale da farmi affrontare veloce e incolume certe cadute, né situazioni instabili particolarmente gravose.
Mi verrebbe da speculare oltre e domandarmi se in quella situazione estrema descritta in “Se questo è un uomo”, che finalmente ho letto, la mia innata base di resilienza (quella indipendente dagli sforzi individuali coscienti) mi farebbe appartenere alla categoria dei “salvati” o a quella dei “sommersi”.
Fortunatamente questo è un esempio limite, il cui esito si può conoscere probabilmente solo con l'esperienza diretta. Che credo (e spero) non avrò mai modo di sperimentare in vita mia, anche in maniera vagamente analoga.
Resilienza negli obiettivi di Parkour (e non solo)
Tralasciando il piano metafisico, rieccomi sul piano pratico che è quello della pratica sportiva.
La resilienza non gioca un ruolo determinante solo sul fronte del “ripigliarsi” dopo un infortunio, ma è un elemento che definisce l'attaccamento a degli obiettivi di una certa entità, specie quelli sul lungo termine, mutando nella sua forma evoluta che è perseveranza.
Ad alcuni sicuramente potrà sembrare banale, ma il fatto di identificare degli obiettivi da perseguire, per poi perderli di vista a causa di distrazioni, avvenimenti avversi (quali infortuni sicuramente, ma anche imprevisti di varia natura), mancanza di energia, tempo etc. è sintomatico di una delle seguenti condizioni:
- di scarsa resilienza, nel saper fronteggiare ciò che ci ostacola nel conseguimento di ciò che ricerchiamo;
- di mancanza di un sincero e fervido attaccamento a quel fine.
A farmi i conti in tasca ho avuto modo di sperimentare entrambe queste possibilità, più volte nella mia storia personale. Allo stesso tempo ho anche avuto modo di portare certe sfide ambiziose fino al loro traguardo.
Come ad esempio in quel lungo travaglio, che è stato per me, ottenere la certificazione come coach di Parkour ADAPT. Costatomi anni di allenamento specifico, infortuni di ogni sorta, un esame durissimo a Bergamo (per poco non passato) e infine un secondo tentativo a Londra, questa volta conseguito con successo.
Tutto questo perché lo spettro delle possibilità è sempre vario e definito in larga parte da chi siamo noi, dalla natura dei nostri desideri e dalla nostra capacità di desiderare con un certo “fervore”.
Da questo punto di vista, in quel sentiero che non è quasi mai lineare, ma anzi tortuoso, talvolta labirintico, che porta a un termine particolarmente ambizioso, la vera resilienza in molti casi è proprio quella capacità di convincerci con determinazione a proseguire un percorso, dopo innumerevoli cadute e anche quando il desiderio in questo s'è affievolito.
“La vita è una resistenza continua all'inerzia che tenta di sabotare il nostro volere più profondo. Chi si stanca di volere, vuole il nulla.” - Nietzsche
Il fattore attaccamento negli obiettivi del Parkour
Molte delle persone che ho visto raggiungere risultati straordinari in termini di movimento, in questi anni di pratica, mi hanno sempre stupito per un fattore più o meno comune: l'apparente assenza di obiettivi ben definiti e di una struttura organizzata per raggiungerli.
L'obiezione che sorge spontanea è che è questa la magia dei talentuosi e di chi è cresciuto adattando spontaneamente il proprio corpo a una pratica fisicamente tassativa, come quella del Parkour, fin dall'infanzia. In larga parte sono portato a sostenere questa linea, soprattutto avendo visto quanto nella mia esperienza l'aver lavorato con delle mete precise, principalmente in termini di forza e mobilità, mi abbia permesso di accedere a certi movimenti limitando gli infortuni e potenziando la performance.
Tuttavia isolando questo aspetto a quello dei salti o di certe skills, legate a fattori più marcatamente tecnici e/o percettivi che si mescolano “visceralmente” ad alcuni psicologici, questa convinzione è messa in dubbio, una volta superata la mera soglia dell'apprendimento di base di quel determinato schema motorio.
L'impressione è che un approccio “buddista”, di non attaccamento al dover fare un salto ben preciso, ma piuttosto orientato a immergersi nell'esperienza, a potenziare la visione affrontando quei salti che “balzano” davanti agli occhi dove prima non c'erano, possa portare a conseguire dei risultati inaspettatamente grandiosi sul lungo termine, e relativamente in sicurezza.
In particolar modo se questo processo non è contaminato da fattori esterni (pressione sociale/mediatica) o interni (ego, dogmi).
A rafforzare questa idea è la mia storia personale della quantità di insuccessi (e anche infortuni) ottenuti nella smaniosa ricerca di “sbloccare” quel salto o quella tecnica entro un termine prestabilito; per il quale sicuramente il fattore “fai da te”, con il quale ho imparato ad essere maestro di me stesso, non ha mai aiutato troppo in questa direzione.
Ma è nella guida istintiva, anziché all'affidarmi ottusamente a delle drills iper-ripetute (che hanno comunque il loro valore in delle fasi specifiche, specie nei principianti***) o al dogma della forza, che spesso sono stato in grado di accedere a risultati di cui stupirmi. Dettati da una ricerca “a naso” di stimoli sempre nuovi, costruendo così inconsciamente quegli step intermedi utili a portarmi nella direzione voluta. In un tempo però non stabilito a tavolino.
C'è però un grosso punto a sfavore in questo ideale di non-attaccamento, e pare essere proprio l'incapacità di lavorare goal-oriented. Che a lungo termine pare inficiare la motivazione generale verso la pratica, guidandola talvolta verso la dispersività.
E che non avendo aiutato nel maturare quella resilienza, dettata dal ripetuto sbagliare e riprovare dell'altro versante, rischia di deteriorarsi all'avvento delle prime serie difficoltà.
Qual è quindi l'approccio migliore, per fare di quel decantato bagaglio realtà e non illusione? Quello del mulo testardo e metodico, o quello dello spirito leggero che fa della sensazione il suo stendardo? Mi verrebbe da suggerire che il già citato approccio ibrido, applicato a questo frangente, sia la soluzione ideale... in quanto per me in parte lo è.
Questo non tiene conto però della diversità delle persone, degli schemi mentali innati o meno che ognuno adotta, dei talenti e degli svantaggi individuali, per cui il lavoro più grande e difficile è sempre quello di documentarsi, dello sperimentare, dell'imparare a conoscerci e di capire cosa funziona bene sulla nostra pelle, per noi stessi e in relazione alle nostre volontà più o meno profonde.
* si, c'è stato anche qualche infortunio di mezzo, ma in alcuna maniera determinante
** si possono fare anche tanti bei parallelismi con entità e frequenza dei carichi in rapporto a una funzione allenante o al rischio di infortunio
*** sappiamo benissimo che ci sono fior fiore di preparatori atletici che fanno raggiungere livelli di performance altissimi anche su elementi iper-tecnici/percettivi. Tuttavia spesso si tratta di specialisti di un set di gesti limitati, analizzati ossessivamente e generalmente ripetuti nello stesso medesimo contesto, da atleti selezionati “biologicamente” dall'agonismo. Poco a che fare con il Parkour e la sua variabilità di scenari, protagonisti e azioni.
domenica 16 maggio 2021
I miei 2 cents sugli infortuni nel Parkour
Sono fresco d'infortunio in una caviglia. Niente di nuovo, né di particolarmente grave. Di sicuro una noia evitabile che mi pone in una condizione di rallentamento, trattandosi di un punto debole al quale dedico da anni tantissimo lavoro per il rinforzo. E che, dopo brevi periodi di apparente completa guarigione, torna a presentarsi in circostanze sempre simili.
L'occasione è però buona per andare a completare delle riflessioni che già da tempo volevo esporre.
Il tema degli infortuni nel Parkour (Art Du Déplacement, Freerunning etc.), come in tantissime altre discipline sportive/attività motorie è uno dei più dibattuti. È molto raro difatti muoversi, a certi livelli di intensità e variabilità, senza incorrere almeno una volta nella vita in un piccolo infortunio.
L'amico Ghost lo sa bene e ne ha parlato sul suo blog in maniera molto schietta, qualche anno fa. L'invito è quello di andare a leggere il suo post, perché per quanto possibile cercherò di ampliare l'esperienza collettiva sull'argomento senza ribadire ciò che già è stato scritto altrove.
Le tre sorgenti d'infortunio nel Parkour
Inesperienza. Impazienza. Disattenzione.
Senza tanti giri di parole, questo è il sunto di ciò a cui sono arrivato nello spiegarmi il perché le cose accadano e del perché spesso siano ricorrenti.
Ne ho una certa esperienza perché ovviamente ho tantissimi infortuni pregressi, che non sempre posso dire di aver subito senza che a provocarli non ci fosse una certa componente di stupidità e ingenuità nel rapporto causa/effetto di certe azioni.
L'infortunio per sfiga, invece, di fatto non esiste.
Già da subito qualcuno obbietterebbe che nel Parkour, l'infortunio per sfiga esiste eccome. Come quello di chi ha qualche problema genetico sconosciuto e di chi atterra su qualcosa che collassa inaspettatamente.
Realisticamente che percentuale rappresentano questi fattori nella totalità dei casi? Non è vero, poi, che la maggior parte di noi comuni mortali ha difetti genetici che porteranno comunque a qualche conseguenza? Che spesso tendiamo ad ignorare finché la frittata non è fatta? Non è vero che, ad andare a guardare queste cose bene nel dettaglio, si scopre che c'è sempre un fattore d'inesperienza a fare la comparsa?
Essere colpiti in volo, che ne so, da una cagata di un gabbiano, rimanerne accecato, toppando in pieno un atterraggio difficile. Questo può essere identificato come "sfiga". Ma sappiamo che l'improbabilità di questo evento lo rende pressoché ininfluente, in una qualsiasi stima statistica. Ecco invece perché parlerò di queste 3 componenti, che a mio parere rappresentano il fulcro dell'evento d'infortunio nella pratica del Parkour.
Inesperienza
L'infortunio per inesperienza è la madre di tutti gli infortuni. È quello meno facilmente evitabile, perché evitarlo vuol dire soprattutto sottrarsi ad un processo di apprendimento (spiacevole), che ha come scopo quello di renderci maturi e consapevoli. Probabilmente è anche la causa di danno più frequente nella popolazione giovanile, alla ricerca, spesso spietata, dei propri limiti individuali.
Un buon maestro dal mio punto di vista non è una mamma chioccia che cerca di prevenire qualsiasi evento negativo nei suoi allievi. Piuttosto è una persona che educa al saper analizzare certe dinamiche e che soprattutto permette loro di sbagliare, dando un perché valido all'errore. Magari in maniera controllata e più sicura possibile, ma non priva di conseguenze e del loro carattere educativo.
Impazienza
Tra gli infortuni, della mia esperienza di Parkour e di vita, uno dei miei preferiti. E uno di quelli che spinge a maturare più esperienza nel far combaciare il livello di sfida adeguato al proprio livello di preparazione effettivo.
È quello che caratterizza i praticanti più giovani, ansiosi di equiparare gli standard sempre più assurdi dei video di maggiore diffusione, ma anche gli ostinati che ripongono un’altissima aspettativa in sé stessi.
Per i "vecchi" come me, che hanno maturato sia una certa sensibilità nel voler adottare un buon standard qualitativo di movimento, sia una certa quantità di legnate per la fretta del progredire, è vero ormai l'opposto.
Si ha troppa pazienza, che spesso fa posare il culo nella propria zona di comfort del "lavoriamo bene che i risultati arrivano". Cosa, che se non si accompagna ad una vera capacità di costruire il proprio allenamento in maniera funzionale, si trasforma solitamente in un autoinganno di propedeutiche reiterate ad oltranza, o di volume a vuoto.
Ecco che, dal mio punto di vista, i praticanti anagraficamente (ma anche psicologicamente) opposti devono saper consapevolmente muoversi in un punto a metà tra gli estremi: per poter diminuire l'impatto negativo sui propri corpi (nel voler sempre forzare la mano) i primi, e per poter sfidare le proprie narrative di "anzianità" i secondi. Ritornando a crescere dove non si pensava più possibile.
È probabilmente una visione utopica la mia: non solo è indiscutibilmente legata a dei fattori esperienziali individuali, ma anche al voler mettere in discussione i propri dogmi personali/culturali. E al voler affrontare con onestà la natura reale dei propri limiti.
Disattenzione
Il più frustrante. Quello che si presenta in maniera più insidiosa, nelle giornate di stanchezza che magari si fanno fatica a valutare come tali. Che va a colpire i punti deboli, già normalmente esposti a tutti gli altri fattori (se non frutto di questi). Spesso senza neanche lasciare la magra consolazione che una vera e propria abilità sia stata testata.
Ho poco da dire su di questo tipo di infortunio, presente nel Parkour e non solo. Perché spesso imporrebbe di non allenarsi se non quando si è al 100% di presenza mentale e fisica. Il che in me equivalerebbe ad allenarsi un paio di settimane all'anno.
Di sicuro l'esperienza può giovare, nell'evitare più possibile che questi eventi si presentino.
Ricercare sfide impegnative, nelle giornate di poca presenza, può essere paradossalmente più sicuro che dedicarsi ai "movimentini". Che nascondono l'insidia di un atterraggio irregolare per una caviglia (e una mente) non particolarmente sveglia. O a drills monotone e poco intense, che in combinazione con la noia possono portare a risultati amari.
Ma la verità è che questi sono veramente difficili da prevedere, salvo che il nostro livello di attenzione sia sempre elevatissimo in ogni momento.
Il sempiterno loop degli infortuni del Parkour
Il saper dare un come e un perché ci siamo fatti male non vuol dire che automaticamente questo non capiterà di nuovo. L'allenamento è un processo esperienziale che nei soggetti meno sensibili a certi eventi richiede una certa reiterazione dell'errore, al fine di maturarne una propria valutazione personale.
Le persone che conosco e con le quali mi sono allenato hanno tutte un loro approccio al dolore e all'infortunio nella pratica del Parkour. Alcuni ne hanno fatto apparentemente grande tesoro, e hanno scelto di dove stabilire il limite in cui il proprio corpo potenzialmente può risentirne in maniera acuta o particolarmente grave, usando la paura come metro di misura. Altri invece vanno avanti "a cazzo duro", prendendosi ciò che c'è di buono e cattivo da questo "metodo". Ma giudicare, in verità, non è affatto facile.
Magari quella che sembra ottusità e insufficiente capacità di razionalizzare (o di memorizzare) certi eventi, in alcuni, in verità è espressione di una straordinaria capacità adattativa; nel non lasciare sedimentare i traumi nel profondo della psiche e nel saper andare oltre.
È forse fare buon viso a cattivo gioco, ma nell'essermi fatto male così tante volte nella vita (ovviamente mai in maniera totalmente irreparabile), ho imparato un po' cosa vuol dire lasciarsi alle spalle il peso di un trauma e l'attaccamento psicologico al dolore.
Ma è anche vero che, in questo processo di crescita, l'esperienza del trauma fa maturare i suoi nuovi limiti e prima o poi tutti ci troveremo a doverci confrontare con un'ansia demotivante. Nel metterci di fronte a qualcosa che prima sapevamo fare con confidenza, ma nel quale sussiste la consapevolezza d'errore.
Limiti che forniranno nuove barriere inconsce, atte a preservare il nostro corpo, che non vuole essere danneggiato. Barriere che dovremo scegliere se voler forzare e superare nuovamente. O accettare come tali in una nostra maturata, nuova, visione della vita.
mercoledì 14 aprile 2021
La segreta Arte dell'allenarsi
L'arte del praticare Parkour: alcuni elementi
- Intensità: il caro vecchio low impact day, che può voler dire tutto e niente, in base a come ci si sente di volta in volta. Può voler dire evitare gli impatti più tosti o diminuirli in volume. O se ci si sente proprio giù corsetta leggera, danza, un po' di corda, quadrupedia senza ottica di challenge e zero impatti da salti. In linea di principio: movimento per curarsi dal movimento. Il che è sempre meglio che starsene a casa sul divano (al quale dedicherei solo le giornate in cui si è veramente KO).
Quando poi si fanno tante cose e si hanno delle routines frequenti, non si può sempre pensare di dare il 100% in ogni cosa fino alla fantomatica settimana di scarico. Ma neanche di mollare il lavoro ogni qual volta ci si sente sfatti. Piuttosto darci un 60% rispetto a quello che si darebbe di solito, che risulta un buon compromesso tra dovere e riposo.
- Variabilità: una volta pensavo non si potesse saltare ogni giorno, adesso lo faccio. Però mi rendo conto che è un processo di adattamento, che prima di una certa soglia non mi è stato mai facilmente permesso dal mio corpo (perlomeno a certi livelli di intensità e senza infortuni) e che è stato (ed è ancora) possibile grazie ad una certa variabilità introdotta sia nel saltare che nel muovermi in generale.
Nel pratico, ora che ho raggiunto un certo livello soddisfacente con lo stare in equilibrio sulle mani, spezzare con sessioni di verticalismo la frequenza di salto è un'opzione gradevole e che mi permette un relativo fattore di recupero.
Anche intervallare sessioni di salti specifici dove c'è più enfasi sul fattore esplosivo dello stacco, ad altre dove ci si concentra più sugli atterraggi e forti impatti, è una variabile che sto sperimentando che presenta una buona utilità anche sul fattore intensità/low impact. Ovviamente lasciando un po' l'istinto e l'esperienza alla guida, senza che vi sia una rigorosa programmazione da rispettare.
- Obbiettivi: scremate ciò che volete fare in base a quanto tempo potete dedicargli (a meno che non abbiate la plasticità d'apprendimento di un bambino talentuoso). Meglio avere poche certezze che un mucchio di possibilità appena abbozzate. Se poi come me non sapete scegliere, allora fatevi ispirare da ciò che vi va bene in un certo periodo, esauritelo nelle possibilità, rendetevelo facile e passate ad altro.
- Nutrimento: se il tuo carburante è di scarsa qualità o alla peggio se te ne manca o eccede, puoi sperare solo nella capacità adattativa del tuo corpo. Impara a mangiare, metti la testa su qualche concetto di base di nutrizione (macronutrienti, dieta bilanciata etc.), ascoltandoti bene e approcciando scetticamente tutte le diete miracolose propinate da internet, senza negarti qualche esperimento per capire cosa funziona per te.
- Costruzione forza: mettetevi l'anima in pace, i vostri salti saranno inevitabilmente sacrificati in questa fase. Anche se conviene sempre muoversi per tenere una linea continuativa alle tecniche e dare immediato transfert al lavoro (oltre che per testarsi psicologicamente), non pretendete l'assurdo da voi.
Il vostro fisico/cervello verosimilmente è già al limite dallo stress esercitato da squat, piegamenti e quant'altro fate, l'infortunio per sovraccarico o disattenzione dietro l'angolo. Piuttosto date una giusta misura al vostro allenamento della forza e al movimento libero, in maniera che l'uno non sia troppo impattate per l'altro.
- Impatti: pigliatevene. Se volete che il vostro fisico sia resiliente a questi, non c'è scusa ma dovete esporvici periodicamente, anche se non siete al 100% in salute (ma magari non al 50%). Ricollegandosi al fattore intensità, dategli la giusta frequenza e il giusto tempo di recupero nell'arco della vostra settimana di allenamento, in modo da ottimizzarne la metabolizzazione.
Infine: la pratica del Parkour (o di una qualsiasi pratica di movimento) è un contenitore-voragine al quale si sacrifica una notevole quantità d'energia, ma che se non è capace di restituirvene almeno un po' all'occorrenza, allora non va.
Significa che la vostra disciplina è un parassita più che un'entità in simbiosi con il vostro essere.
Cercate periodicamente il divertimento in ciò che fate, anche se non è il vostro focus principale. Ne beneficerete tanto nell'apprendimento che nel vostro benessere psico-fisico.
Altrimenti vi troverete nel ruolo di Atlante che regge la volta celeste sulle spalle per punizione divina, con la differenza che voi lo farete per scelta. Ruolo che se non vi calza bene (magari perché state caricando già altri pesi sulla schiena), verosimilmente vi farà arrendere al peso schiacciante di una pratica che non si vive più per piacere.
sabato 13 marzo 2021
Il guscio della tartaruga
Il guscio della tartaruga da me proposto alle lezioni si compone di 3 gruppi di semplici esercizi di base (piegamenti/squat/core) di differenti intensità che i ragazzi sceglieranno individualmente in base al proprio livello d'esperienza. Questa breve routine d'esercizi dovrà essere eseguita per un numero specifico di volte nell'arco della settimana, nonchè durante vari momenti della lezione, quando chiamata casualmente dal coach.
Tralasciando l'aspetto sempre pratico del fare allenare i ragazzi in questi gesti fondamentali di forza, quello di allenarsi nei gesti parkour-specific con uno stress indotto in precedenza (fattore spesso dubbio per il lato qualitativo-tecnico, ma sicuramente valido per quello psicologico) e l'educare ad un lavoro che non termina con la sola partecipazione al corso, sono lo scopo principale di questa sfida.
Io per primo ci metto la faccia in questo campo, avendo sempre dato grande valore al lavoro sulla forza ed avendoci dedicato periodi decisamente estenuanti.
Il mio "guscio" periodico è difatti attualmente concluso, tralasciando alcuni lavori sulla mobilità che continuerò a proseguire, seppur con meno frequenza, per continuare il bel lavoro in opera (oltre che l'immancabile verticale).
Condivido dunque con voi questa routine, pressapoco quella che ho sviluppato e seguito negli ultimi 4 mesi e per la quale ho "beneficiato" di una maggiore disponibilità di tempo dettata da una notevole diminuzione di lavoro nell'ultimo anno. Come per tante altre persone questa situazione è stata (e continua ad esserlo) tragica dal punto di vista monetario, ma non nego di aver felicemente colto l'opportunità per lavorare su obbiettivi trascurati e lacune che da troppo tempo aspettavano di essere colmate.
A voi dunque la routine.
Il guscio della tartaruga: allenamento della forza per il Parkour
LUNEDÌ: mattina - allenamento libero destrutturato (1.30/2 hr) sera - esercizi respiro/concentrazione e routine mobilità con sovraccarichi (focus su pike, pancake, ponte, spaccata frontale + vari complementari) (1.30 hr)
MARTEDÌ: mattina - back squat / military press / forza intrinseca piedi / rehab varie (1.30/2 hr) sera - (se ritorno a casa ad ora discreta) sessione stretching in scarico focus su complementari e relax (30 min)
MERCOLEDÌ: mattina - allenamento libero parkour specifico (1.30/2 hr) sera - esercizi respiro/concentrazione e routine mobilità
con sovraccarichi (focus su pike, pancake, ponte, spaccata frontale +
vari complementari) (1.30 hr)
GIOVEDÌ: mattina - verticale / mobilità toracica / spaccata frontale / rehab + complementari mobilità verticale (1.30/2 hr) sera - (se ritorno a casa ad ora discreta) esercizi respiro/concentrazione e sessione stretching in scarico focus su complementari e relax (30 min/ 1 hr)
VENERDÌ: mattina - allenamento libero parkour specifico (1.30/2 hr) sera - esercizi respiro/concentrazione e routine mobilità
con sovraccarichi (focus su pike, pancake, ponte, spaccata frontale +
vari complementari) (1.30 hr)
SABATO: mattina - routine anelli (archers pullups e dips / muscle up) giocolieria / capacità di reazione (1.30/2 hr) sera - allenamento libero parkour specifico (2/3 hr)
Non mi soffermo sulla natura degli obbiettivi perseguiti, trattandosi perlopiù di mantenimento di vecchi livelli di forza raggiunti in passato e di modalità di allenamento "ibride". Gli unici che segnalo sono il perseguimento di 1' di verticale libera, 3 ripetizioni 100 kg in back squat con rom più esteso possibile, 30" a 30 cm in spaccata frontale libera. Obbiettivi "modesti" (per la mia età ed intensità di pratica), non lavoro esclusivo di questi 4 mesi, bensì lacune ed altre cose alle quali giravo attorno da troppo tempo senza concludere.
Ora che mi sto liberando di questo guscio assieme a quello più grande che è l'inverno, poso dire di aver speso bene questo periodo, talvolta angosciante per l'intensità e l'affanno generatomi, constatando una rinnovata qualità di movimento e quantità di forza che pian piano sto tornando con gioia a tramutare nella pratica specifica del Parkour.



