venerdì 15 giugno 2012

Pesci rossi apatici

Mi trovo in una casa, un ambiente mai visto ma che percepisco come di mia proprietà. Luci soffuse, buio all'esterno, sensazioni di essere isolato da altre abitazioni, forse in collina, la pioggia batte all'esterno. Siedo con malinconia su un sofà, credo rosso, una sensazione di solitudine opprimente, un lutto per una moglie che non c'è più. Guardo un acquario, forse vuoto o forse con degli apatici pesci rossi all'interno, o desidero che ci siano, mi rendo conto che vorrei qualche animale a farmi compagnia più interessante di alcuni apatici pesci rossi. Mi alzo per recarmi in quella che credo sia la stanza riservata ad un mio parente, uno degli oggetti sopra un comò attira la mia attenzione: è una specie di immagine sacra, forse una madonna, forse in vetroresina, con una specie di illuminazione al neon come cornice o qualcosa di simile, che mi causa repulsione estetica. Il sogno finisce o forse chiudo la porta. 

Sono al casinò di Melbourne, sto fissando degli orrendi pesci rossi, grandi e stipati a decine dentro un acquario, un sorriso perenne ed inquietante sui loro volti mi sfida. In questi giorni ho imparato a perdere ancora un po', l'occasione del lavoro nella fattoria di farm è sfumata, oggi mi ha persino chiamato il mio amico da Belfast dicendomi che è stato licenziato e in una settimana si è sputtanato quasi duemila dollari -non chiedetemi come, mi ha risposto che non lo sa- ed è rimasto al verde. Qualche giorno fa se n'è andato anche il mio lettore Mp3, probabilmente l'ho appoggiato su una delle scrivanie qua fuori dalla mia stanza mentre chiamavo a casa o mi è caduto e qualcuno ne ha approfittato... questo è stato il colpo più duro, ma cerco di vederla come fattore positivo dell'avere meno strumenti che mi isolino dalla comunicazione quando sono in giro, magari avendo sempre associato una canzone ad una sigaretta ora mi sarà più facile smettere seriamente di fumare. Poi ho perso anche i capelli, una rasoio se li è presi e se li è portati via. Forse un banale gesto rituale, un simbolico tenere i "pensieri in ordine" o desiderare un cambiamento, di più la praticità di non avere sempre tanfo in testa lavorando in una cucina, essere meno stressato dal sentirmi trasandato, tanto voler assomigliare a me stesso. Si perché è qualcosa di cui mi rendo sempre più conto, il voler assomigliare a qualcun altro e non a me stesso, il cercare di vivere vite altrui, il rifarsi crescere i capelli per avere un immagine di me che non avrò mai e che sarà una pallida imitazione dei miei "modelli di successo". Ma il gatto non sarà mai felice se farà la vita del cane, o no? 

Mi sto allenando in compagnia, una mattinata dalla luce intensa e fredda, colori allo stesso tempo lividi e luminosi e abbaglianti come solo la luce del sole australiano rende veramente. Eseguo un po' di salti di precisione consecutivi su un marciapiede lastricato, seguendone il senso accanto ad un edificio che potrebbe essere la International Gallery of Victoria. Sono leggerissimo, come se avessi meno gravità, 5 metri orizzontali di salti con atterraggio leggero e controllato, subito pronto a scattare con potenza per i successivi. Più avanti c'è un dislivello, una balaustra-muretto che porta ad un livello inferiore dell'edificio dove ci sta un'impalcatura. Ora sono là sotto che faccio qualche volteggio, dalla balaustra in alto vedo piombarmi addosso un altro praticante che sta eseguendo un'acrobazia complicata e mai vista, dalla quale capisco di non essere l'unico a beneficiare della minore gravità. Lui mi vede e riesce a deviare in aria schiantandosi su un supporto dell'impalcatura a terra; sento un leggero senso di colpa, responsabile per ciò che è successo, ma subito dopo cosciente di essere stato al mio posto e che non spettava a me il controllare cosa c'era sotto. Gli domando come sta, lui si sta rialzando e risponde che sta bene, non si è fatto niente. Tutto si è svolto con la leggerezza e serenità con cui è iniziato.

Un amico che bazzica psicologia e ne sa qualcosa di interpretazione dei sogni mi dice che l'Australia mi sta facendo bene sostanzialmente, anche se è una grande prova di resistenza; imparo ad essere leggero ma mi mancano affetti autentici in mezzo a tanti superficiali, che vanno e vengono, a pesci rossi apatici. Sto imparando a rinunciare sempre a più cose per stare qua, già lo facevo all'inizio ma ora è vitale per la mia sopravvivenza, anche se in qualche strano modo riesco a farlo con serenità; percepisco parte di tutto ciò come ascetico, anche la perdita del lettore mp3 stesso, la mia necessità di ascoltare sempre musica, necessità isolante anche in molti casi... ora vivo così, ho la mia vita semplice e la mia piccola cerchia di persone, nella mia Melbourne sempre più spenta e disabitata. Anche alcuni del gruppo degli irlandesi se ne sono andati, o meglio un paio sono stati cacciati fuori, una delle ragazze -per l'aver scatenato una rissa da ubriaca con altre ragazze- e il capetto del gruppo -quello più fastidioso-, al quale hanno smesso di perdonargli comportamenti sempre al limite quali il lanciare sgabelli sui tetti degli edifici vicini sul retro per sfogare la propria rabbia alcolemica. Così alcuni gli hanno seguiti su un nuovo ostello o altri se ne sono semplicemente andati per la loro strada, mentre per me la vita procede così, una ventina di ore su un ristorante che mi permettono a malapena di salvare una ventina di dollari a settimana ma che perlomeno mi garantiscono dei pasti a gratis, qualche chiacchiera coi colleghi, qualche momento di svago con la ragazza cilena e l'amico tedesco, o il pizzaiolo vicentino conosciuto qua in ostello che ora sta in appartamento, un paio di allenamenti a settimana. 

Mi ritrovo spesso a pensare ai miei 4 mesi, ai miei obiettivi e mi rendo conto della futilità di parte di ciò a cui ambisco, a quanto per me il cercare di fare quello che mi sono imposto sia vitale e se le cose non vanno come nei piani entro in crisi; una vita programmata che mi rende statico, che non mi fa apprezzare la spontaneità delle situazioni vissute e le porta in secondo piano rispetto alla delusione degli ideali che non si realizzano. Certo di lavoro ne ho ancora da fare, soprattutto nello stare con le persone, ma in fin dei conti non penso più che 4 mesi siano stati sprecati, non del tutto almeno. E mi rendo conto che tutti i posti che voglio visitare in verità non li voglio vedere solo per farci qualche foto e dire di esserci stato, ma li voglio visitare con altre persone, divertirmi, fare cazzate e cose uniche che possa portarmi sul cuore per il resto della vita. Ed è questo, il confronto con le vite altrui, le esperienze che leggo, che mi ha reso veramente insoddisfatto fino ad ora.

Ho avuto compagni di viaggio più o meno temporanei coi quali mi sono divertito, ho parlato e scherzato, ma quello che mi manca ora è qualcuno che sia come me, poche idee chiare ma voglia di esplorare, di mettersi all'avventura con testa ma pur sempre con voglia di divertirsi... credevo potesse essere il tedesco, ma lui ora ha il suo lavoro ben pagato, i suoi soldi da spendere, i suoi obiettivi che coincidono sempre meno coi miei, come lui idem la sua amica cilena mia room-mate. Sono più vecchi, con la loro visione del mondo più o meno consolidata, le idee più o meno chiare; la loro prerogativa è guadagnare soldi qua e rimettersi in viaggio per altri anni ancora. Ogni tanto sarei tentato di seguire i loro passi, starmene lontano da casa per anni, andare ovunque, come fanno molti altri che ho incontrato qua, come ha fatto uno dei chef dove lavoro, quello olandese che è partito nel 2006 in viaggio per il mondo e 6 anni dopo è a Melbourne a fare il cuoco, o quello delle Mauritius che ora qua ha moglie e figli 7 anni dopo aver dato l'addio alla sua isola natale senza averci rimesso più piede.

Onestamente non so se riuscirei a fare mai una scelta del genere, questo quasi comporta il troncare con una vita, con amicizie ed affetti vari, e richiede un grande ego per ovviare alla solitudine del viaggiatore. Il mio povero amico tedesco avrebbe voluto ovviare a ciò con la sua amica cilena, ma come me è troppo lento, troppe seghe mentali e poco impulsivo... mi sono stupito con la facilità con cui lei si è buttata tra le braccia dell'inglese in camera nostra, un altro viaggiatore di professione, un tizio simpatico che lavora e nel tempo libero fuma tonnellate di erba. Questo credo mi abbia aperto qualcosa dentro, vedere come persone decise facilmente cadano tra le braccia l'un l'altra per chiudere quella falla nel cuore che comporta una scelta così grande del stare lontani da casa anni, sapendo di poter fare affidamento solo su se stessi. Forse è stato ciò a smuovermi il primo sogno, la coscienza di sentirmi solo in questo momento, di voler qualcuno con il quale condividere obiettivi, desideri, divertimenti o semplicemente qualche ora di amore, per stare bene, annegare gli insuccessi, sentirsi vittoriosi. Il capo cuoco australiano di origine maltese mi ha domandato "cosa voglio fare da grande"; "I don't know" gli ho risposto, ora come ora sarebbe "voglio essere felice". Sarò capace di esserlo ora? 

Non so se riuscirò a mantenere questo lavoro, la velocità che mi è richiesta è alta a paragone con la mia esperienza, gli accenti e le parole sconosciute non aiutano ad agire con rapidità e degli ultimatum mi sono già stati imposti, ma cerco di prendere questo momento per quello che è e di apprezzarlo, non come un inesorabile scandire delle ore. Mille tentativi falliti che dicono che l'uomo non è fatto per volare, ma io mi preparo nel frattempo sempre ad ali spiegate.

mercoledì 6 giugno 2012

Un buco nell'acqua


È passato lungo tempo dall’ultima volta che ho scritto in questo blog, di cose ne sono successe, nuove evoluzioni, nuove considerazioni, una domanda più opprimente delle altre: e se l’Australia fosse un proverbiale buco nell’acqua

Uscito dalla farm “convinto del mio valore” mi sono scontrato nuovamente con la realtà, passando tre settimane chiuso in un ostello, nel mentre combattendo contro il mal di schiena e cercando invano un lavoro, per mettermi poi di nuovo in viaggio diretto verso Melbourne. Qua mi aspettava l’amico tedesco della farm e tante aspettative gonfiate dalle varie opinioni incontrate sul cammino a riguardo del lavoro, in seguito più o meno tradite. Il mio impatto con la città è stato sgradevole; il ritrovarsi in una metropoli gigantesca, alloggiando in un ostello collegato ad un irish pub lontano 5 km dal centro, il più economico ed ovviamente sporco e malfunzionante, è stato sgradevole. Senza tanti giri di parole Melbourne dal principio la ho odiata, una megalitica distesa di cemento -per quanto verde possa esserci all’interno a paragone con le nostre grandi città- contornata di suburbs, distanze enormi, servizi pubblici costosi, episodi di gente maleducata, priva del fascino di Sydney sebbene dotata di architetture interessanti. Rimpiangevo la tranquillità di Hobart, la mia camera singola con tutte le suppellettili incluse pagata solamente con l’onere dell’essere responsabile notturno, il cullarmi in uno stile di vita poco lontano da quello di casa, il disegnare e il chiacchierare con i gestori portoghesi immigrati di lunga data, le frequentazioni con le poche amicizie fisse che ero riuscito a farmi all’interno di quella piccola realtà. Ma in fin dei conti ero convinto di mentire a me stesso, pochi soldi per esplorare i dintorni, scarsissima offerta di lavoro, poca gente con la quale pianificare un eventuale viaggio e gli amici locali che a breve sarebbero partiti verso altri lidi o diretti a casa. Melbourne invece sembrava un sogno, con le sue 11.000 offerte di lavoro su GumTree (sito specializzato su annunci d’ogni genere) a dispetto delle scarse 500 di Hobart, da cui imperativo il bisogno di muoversi al più presto, rinunciando temporaneamente al progetto di visitare la Tasmania della quale in fin dei conti ho visto solo la capitale e la strada tra quella e la farm. Nonostante l’iniziale disprezzo per la città mutato positivamente poi nello scoprirla, socialmente non ho avuto troppi problemi ad ambientarmi con la nuova realtà, nuove amicizie, qualche divertimento, qualche italiano (veneto per di più) col quale poter parlare liberamente dopo 3 mesi, il tutto sempre più diradato con l’approssimarsi dell’inverno, le piogge frequenti, il vento gelido, le giornate sempre più corte e buie. Un pezzo di carne progressivamente spolpato che lascia all’osso viaggiatori in breve passaggio e una comunità irlandese di lavoratori con la quale ho pochi approcci, rare simpatie e molte più antipatie, forse anche reciproche.

Il fattore più tragico rimane sempre quello legato al mondo del lavoro. Dopo una settimana di sbattere la testa qua e là inviando inutilmente curriculum per mail o portandone a mano, mi sono ritrovato con l’amico tedesco a fare un brain-storming, nel quale ho iniziato a notare i difetti del mio approccio a partire dal curriculum stesso: un inutile e lungo minestrone di esperienze lavorative, banale e poco credibile. Ho iniziato così a sfoltire il tutto, separare i curriculum -uno per lavorare nell’edilizia, un altro per lavorare nella ristorazione- renderli credibili, essenziali e adatti a più situazioni, e a combattere il mio vero demone: il telefono. Già questo mi è fonte di disagio e incomprensioni in Italia, figurarsi in un paese straniero dove ci si trova a dover fronteggiare accenti più o meno incomprensibili, inevitabile comunque utilizzarlo se si vuole avere qualche possibilità in più di trovare lavoro. Un principio di letterali figure di merda, ma che perlomeno in alcuni casi fortuiti di interlocutori comprensibili mi ha permesso di avere accesso a qualche colloquio, anche se infine il primo lavoro è stato paradossalmente grazie ad una richiesta via internet ed è stato gestito per mail senza l’apporto di alcun curriculum. Prima esperienza, sandwich-hand/salad maker e aiuto cuoco in un cafè del centro gestito da uno sgradevole svizzero, iniziata con uno stipendio da fame (13 dollari l’ora, meno del minimo sindacale, nessun pasto incluso, solo sconto del 40% sui prodotti) e un 30 ore di lavoro settimanali, ma con la promessa di un contratto regolare e 16 dollari l’ora dopo il periodo di prova e successivamente più soldi ancora. Ritmi di vita intensi, quasi new-yorkesi, sveglia alle 5 e mezza con gente ubriaca in giro per l’ostello fino a notte fonda e il rumoroso pub sottostante, 40 minuti tra metro e camminata, inizio alle 7 con ancora il buio, lavoro fino alle 12 e 30, mezz’ora per il pranzo portato da casa e altre 2-3 ore di lavoro, poi allenamento coi ragazzi del posto oppure fiondarsi in ostello a dormire per un paio d’ore, cenare e prepararsi il pranzo per il giorno dopo. Una settimana e mezza così, in un ambiente non prettamente congeniale ma gradevole, orgoglioso di guadagnarsi i propri soldi e dell’imparare nuove cose, soddisfatto nel riconoscersi gradualmente sempre più veloce e professionale. Ma a quanto pare non tutti erano della stessa idea: la domenica della seconda settimana, una brutta giornata umida e piovosa, l’hangover della sera precedente che ancora premeva sulle tempie, disagio fisico, un messaggio sul cellulare -poco prima di incontrarsi davanti ad un museo con l’amico tedesco- che mi avvisa “hai fatto un buon lavoro ma cerchiamo qualcuno con più esperienza” e mi invita a passare a prendere gli ultimi soldi il mercoledì e a restituire la t-shirt del cafè. Mi si è riaperto ancora un abisso, ancora una volta con pochi spiccioli contati in tasca insufficienti per muoversi altrove, l’amarezza dell’aver rifiutato altri lavori nel frattempo per cercare di essere corretti e avere una parvenza di stabilità, il trovarsi ancora a dover ritardare progetti con un scandire inesorabile del tempo come il timer di una bomba.

Conta quanta gente punta tutto in questa storia 
conta quanta gente è spinta fuori traiettoria 
conta quanta gente che ora conta su un miraggio 
finora quanta gente ancora spera in questo viaggio

Quasi 4 mesi passati qua, sempre sul filo del rasoio e nell’indecisione: voglio lavorare o viaggiare? Decisioni importanti che bisogna prendere sul serio e ragionare attentamente prima di partire. Sono venuto qua con un progetto chiaro di cosa fare, che a breve ho sconvolto completamente, spaventato ho agito guidato più dall’istinto che dalla razionalità. Non posso sapere come sarebbe andata se avessi rispettato i progetti originali, o se avessi approfittato delle opportunità che mi offriva Sydney, al costo di mentire e dichiarare una permanenza nella città per 6 mesi sebbene non realmente intenzionato. In un infinità di varianti che è la vita -sulle quali commiserarsi dell’aver praticamente buttato 4 mesi senza avere concluso alcun obiettivo impostomi, delle costanti occasioni con le ragazze sprecate in un turbinio di mind-fuck, del non sapere entrare nell’ottica australiana del don’t worry-, semplicemente accetto come realtà unica quella che è già accaduta ed è immutabile. Gettare la spugna è stata la mia tentazione dopo l’aver perso il lavoro, ma che guadagno ne avrei avuto a tornare a casa da sconfitto, senza più un soldo, senza alcun progresso mentale consolidato ed un inglese che ancora fa fatica ad entrarmi in testa?

Si, l’inglese è una parentesi della quale voglio discutere. Intanto voglio specificare alcune varianti principali: non è necessario sempre saperlo parlare correttamente per avere un qualche risultato, ma è vitale se non siete il tipo di persona giusta. Mi spiego meglio, ho conosciuto alcuni italiani dal principio fino a qua e i casi che mi sono ritrovato sono dei più vari, da persone che sono venute qua con un inglese quasi inesistente ma che grazie all'esperienza, all'intraprendenza e in alcuni casi a qualche altro fattore che ha a che fare con la prevedibilità umana -non voglio girarci intorno, mi riferisco al fatto che se sei una ragazza e sei carina sei sempre più disposta ad essere aiutata- sono riuscite in alcuni loro obiettivi di permanenza, altre ancora che nella medesima situazione sono state costrette a chiudersi in farm per 7 mesi fino a spaccarsi letteralmente la schiena ma venendone fuori con un inglese comprensibile, poi quelle che sanno vendere la propria italianità esuberante e il loro accento stereotipato -che io non posseggo minimamente- e quelle altre che vengono qua con le idee chiare, le giuste esperienze in tasca ed un inglese fluente che dopo un paio di giorni già lavorano ad ottime condizioni. Poi ci sono io, un inglese scritto e letto ottimamente, parlato comprensibile e con ottima pronuncia, ma una capacità di ascolto pessima e una timidezza castrante. In 4 mesi alcuni progressi ci sono stati di sicuro e non piccoli, ma spesso e volentieri alla vergogna di chiedere di ripetere per più di due volte ho sopperito con un semplice “yeah” di circostanza, fatto che spesso crea situazioni imbarazzanti, scarsa comunicabilità e fa crollare castelli di carte

Ci sono questi fattori e tanti altri quali il parlare con accento e una correttezza sulle frasi ultra ripetute che lascia intendere all’interlocutore una buona conoscenza dell’inglese che poi si rivela non tale quando questi inizierà a parlare in maniera fitta e ostica o il constatare che alcuni filmati in accento australiano continuano a rimanere incomprensibili negli stessi punti anche dopo mesi di pratica, ad aumentare il disagio nei confronti della comunicazione. In definitiva se non siete come gli esempi vincenti sopraccitati, non veniteci qua senza un inglese molto preparato, spesso e volentieri l’alternativa è chiudersi in se stessi per incapacità comunicazionale o stringersi in comunità di persone della stessa lingua o livello linguistico, che ruotano attorno a chi parla meglio di loro l’inglese, senza praticarlo seriamente, destinati al lavoro in farm o allo sfruttamento ad opera di connazionali immigrati. Si, ci sono i fattori accento, gli slang differenti… come mi è stato rivelato da un irlandese che ha lavorato per un breve periodo in una farm anche loro hanno difficoltà in alcuni casi a comprendersi a vicenda sebbene entrambi di radice anglo-sassone, ma l’australiano o il neozelandese è solamente un accento, non una lingua diversa, in cui “r” e “o” vengono arrotondate e le altre lettere masticate fino a rendere parole semplici quasi sconosciute. Forse lo scozzese può essere una lingua diversa, cambiano così tanto le vocali e la cadenza della pronuncia da stravolgere il tutto, ma in fin dei conti la verità è che spesso e volentieri il problema è nostro di noi che non sappiamo l’inglese più che dell’interlocutore che non sa farsi capire.

Altra parentesi è venire qua con le idee chiare su cosa fare, su come muoversi e non trovarsi con l’acqua alla gola; avere un’esperienza seria ed utile può essere determinante per entrare nel mondo del lavoro. Gongolarsi nelle indecisioni è una perdita di tempo, a lungo sono stato indeciso se investire soldi e fare il corso per la white card e lavorare nell’edilizia -unica vera esperienza utile e redditizia che possiedo-, ma la paura di buttare via 200 $ senza magari avere alcuna prospettiva sicura di lavoro considerata la concorrenza irlandese proprio non mi allettava, meno dell’idea di lavorare ancora all’aperto durante l’inverno. Tanta è stata l’indecisione che ormai i soldi sono troppo risicati per poter fare alcuna mossa del genere e alla fine in mancanza di un’alternativa valida il fiondarsi su lavori nella ristorazione rimane la scelta più ovvia, consci che qualcuno con esperienza reale sarà sempre uno scalino sopra di noi. Uno che avrà avuto un passato da pizzaiolo, da chef o da pasticciere, riuscirà in breve tempo a conquistarsi un lavoro sicuro a condizioni ottimali, tutti gli altri saranno persi nella selva del kitchen-hand -aiuto cuoco- che spesso e volentieri si rivelerà essere un lavapiatti malpagato e in alcuni casi anche in nero, con tonnellate di concorrenza. Questa è la strada che mi sono scelto per ora, spero sempre che la posizione in cucina mi dia accesso a cariche più alte, già il lavorare come sandwich-hand mi regalava più orgoglio e possibilità future e l’evitare di lavare piatti, pertanto anche se la strada è ostica sono disposto a seguirla.
Tutto ciò si scontra purtroppo anche coi progetti a medio/lungo termine che si hanno. L’indecisione mi ha fatto sprecare quasi 4 mesi del mio visto, so che se voglio prendere il secondo da un anno come risorsa per il futuro devo procacciarmi 3 mesi (due mesi e mezzo forse, considerando i giorni della prima farm) di lavoro nelle realtà rurali, siano queste farm o edilizia. Poi due mesi sicuri li voglio dedicare puramente al viaggiare e ai tempi morti in attesa di un lavoro, siano essi frammentati in vari scaglioni o continuativi. Progetti che col senno attuale sembrano di difficile attuazione, non sapendo se riuscirò a consolidare un lavoro in tempo breve, tuttavia nuovi fattori sono entrati gioco a darmi più chance: fame, mentire ed esperienza.

Cosa sono questi? Beh semplicemente la fame è la paura concreta di rimanere senza soldi per strada e senza cibo, il guardarsi attorno e sapere di dover fare sempre sacrifici di ogni sorta per mancanza di un reddito… uno dei migliori incentivi che spinge ad attivarsi a 360° per ottenere ciò che si vuole, la paura che attiva meccanismi di sopravvivenza e toglie parte delle seghe mentali sul chiamare numeri di telefono, starsene ore sui siti di annunci a cercare di beccare quello al momento giusto e chiamare, attivarsi per girare un po’ ovunque con curriculum alla mano. Non voglio dire che sono arrivato veramente alla fame e che mi sono attivato come un ossesso, ma che effettivamente lo spettro di un fallimento e ancor peggio della perdita di ciò che è basilare per la autoconservazione mi ha spinto ad impegnarmi molto più seriamente nel cercare un lavoro, tantovero che mi sono ritrovato addirittura a fare un’ora e mezzo di treno per presentarmi ad un colloquio in uno dei tanti suburbs che circondano questa città.

Il fattore mentire è quello più amaro, quello che si basa su tante questioni più o meno implicitamente morali ma soprattutto di auto-stima. Sono una persona che trova fastidioso mentire, lo so fare e anche bene, ma cerco sia di vivere nella coerenza e sincerità per evitare sgradevoli rimasugli, sia l’evitare di dichiarare qualcosa che effettivamente non so fare perché timoroso del dimostrarsi non all’altezza della situazione. Già compilare il curriculum è stata un’opera di menzogna dal principio, d’altronde se vuoi avere qualche possibilità in un settore in cui non hai esperienza reale -solo domestica nel mio caso- ma nel quale pensi di poterti destreggiare, il passaggio è obbligatorio… Così dalle timide bugie dei primi curriculum l’esperienza ha iniziato a gonfiarsi in progress, constatando che la poca dichiarata non mi era di molto aiuto nel dare un’immagine quanto meno confortante delle mie capacità. Tuttavia il fattore è relativamente d’aiuto, spesso e volentieri i datori neanche li guarderanno essendo ormai disillusi dalle bugie dei backpackers, valuteranno direttamente le capacità con una prova e in fin dei conti le uniche menzogne più o meno valide saranno quelle relative al tempo di permanenza dichiarato che tanto mi condizionava all'inizio, sempre 6 mesi anche se si ha intenzione di starne la metà.
E qui entra in gioco l’esperienza, quella che pian piano si è insinuata con le prime fallimentari prove di lavoro, con lo studio a casa, e migliorata dall’esigenza di dimostrarsi abile. Il mix finale di questi elementi garantisce lo spingersi oltre ai propri limiti, siano questi morali che mentali, guardare un po’ più in faccia a ciò che si vuole ottenere e incamminarcisi verso con passo un po’ più sicuro. Come risultato mentre scrivo questo sono reduce da una prova come kitchen-hand avuta buon esito, nella quale i colleghi si sono dimostrati interessati al mio operato e favorevoli ad un’eventuale assunzione, il tutto grazie ad una serata di prova in settimana su un altro posto -non andata a buon fine- dove ho imparato a muovermi in una cucina più grande e a gestire le pulizie. In addizione a fine prova ho sostenuto un colloquio in un altro cafè nel quale mi sarebbe richiesta maggiore responsabilità in cucina e un altro trial è stato fissato per la settimana prossima, ma non cantando vittoria come uscita di emergenza cerco di crearmi la possibilità di raggiungere un amico irlandese fuori Melbourne per fare flower-picking a 18 $ l’ora.

Per quante difficoltà abbia vissuto finora e quante ancora ne stia vivendo, lo spronarsi a migliorare la propria condizione è già un risultato che in fin dei conti ti fa pensare “No, non è stato un buco nell’acqua venire fino a qua”, anche se è un parere sempre mutevole. Sperando in un minimo aggancio di stabilità che mi sposti quantomeno un po’ dal baratro in cui sono vicino, il lavoro che dovrò iniziare a fare sarà nuovamente mentale, ovvero quello di iniziare a sentire i propri progetti futuri come qualcosa di realmente attuabile, lo stato attuale come un mezzo per potersi dedicare a ciò che si vuole veramente anche se a costo di sacrifici, pronti veramente a sentirsi dire “don’t worry”. Idealismo forse, nella mia situazione precaria è ancora facile cadere tra stati emotivi opposti dettati dall'umore, non si sa mai che il destino voglia che io mi avvicini ancora di più all’orlo per dover tirare fuori tutto il meglio di me, o il peggio.

I need my conscience to keep watch over me
To protect me from myself
So I can wear honesty like a crown on my head
When I walk into the promised land

Nell’ultimo paio di mesi ho vissuto diversi stati emotivi e mentali, a lungo ho avuto modo di ragionare sulla mia personalità e sulla via che ho intrapreso, diverse testimonianze mi hanno aiutato a configurare ciò che voglio essere nella vita. Vi parlerò della generosità ad esempio, di come mi sia stata donata la possibilità di avere un posto caldo e accogliente come casa da persone che fondamentalmente avrebbero potuto non muovere un dito nei miei confronti, come tanti altri sconosciuti legittimamente fanno. Seguendo una nuova amicizia al di fuori dalla farm mi sono ritrovato al Hobart Hostel, un delizioso ostello poco fuori dal centro cittadino -il migliore in cui sia stato finora- gestito da una coppia di immigrati portoghesi di lunga data. Lì ho conosciuto una ragazza della Valtellina, da 3 mesi in Australia, che lavorava in loco e contemporaneamente fungeva da responsabile notturna dell’albergo. Un compito che semplicemente permetteva al gestore di tornare a dormire a casa sua, con i soli oneri rimanenti di controllare eventuali problemi in caso di attivazione dell’allarme, invitare ospiti rumorosi alla calma nelle ore notturne e rispondere a possibili chiamate dopo l’orario di chiusura, il tutto ricompensato con una camera singola dotata di scrivania, comodino e frigo ad uso personale. Una manna non indifferente per chi è abituato a considerare casa un piano di un letto a castello in una stanza condivisa con non meno di 6 persone e raramente a pagare meno di 20 $ al giorno per tanto.

Dopo un mese di sola pratica d’inglese o sola alternativa silenzio, una lunga chiacchierata in lingua madre è stata liberatoria, soprattutto avendo trovato come interlocutrice una persona affine, le cui motivazioni di partenza erano simili quanto buona parte della visione del mondo… la ragazza in questione dopo 3 mesi e alcuni obbiettivi raggiunti era in procinto di tornare a casa passando prima per la Nuova Zelanda per qualche settimana, complice l’imminente nascita di nipoti, la mancanza soffocante delle montagne -quelle vere, non le dolci colline tasmane- ma fondamentalmente la stanchezza di una situazione in cui amicizie andavano e venivano, di un’impresa che lasciava sempre un chiodo di solitudine conficcato tra le costole, senza alcuna vera compagnia permanente con la quale condividere gli eventi. Chiacchierando inevitabilmente delle reciproche esperienze lavorative il consiglio datomi è stato quello di fermarsi ad Hobart per cercare un lavoro, come incentivo l’intercessione con il gestore per farmi ereditare il posto come guardiano notturno. Inutile dire che la proposta mi è suonata subito allettante e non ho esitato a considerarla in altro modo che positiva: raramente posso dire che colpi di culo del genere mi caschino in mano e sarebbe stato stupido non approfittarne, tuttalpiù che il mal di schiena ritornato dopo lo spostamento era di scarso incentivo al muoversi nuovamente. Ciò ovviamente cozzava con la realtà, ovvero quella di una cittadina con scarsa offerta di lavoro e avviata verso la bassa stagione, sulla quale mi ci confrontavo con il solito vecchio approccio di curriculum debole, consegna a mano e niente uso del telefono. Le due settimane a seguire sono state appunto di lotta contro il mal di schiena, qualche disegno, cazzeggio e sbattere la testa per un lavoro.

Non voglio dire però che sono state sprecate del tutto, l’opportunità mi ha dato modo di confrontarmi con delle persone splendide come ad esempio la coppia portoghese gestrice dell’ostello e i due ragazzi nativi americani che stavano lavorando temporaneamente come ricercatori per lo stato della Tasmania… persone con le quali ho condiviso valori e pensieri comuni, il concetto di “is the way I want to live”, storie di vita e allo stesso modo lo scoprire realtà che emergono da altri punti del mondo. Matt mi ha raccontato di come sia la vita nel Montana, tra persone non intrinsecamente cattive ma che finiscono per fare azioni cattive, di suo fratello che si sacrifica per il bene della famiglia tagliando barre d’acciaio, con le mani sempre più storpie per le condizioni di lavoro e una ferita d’arma da fuoco, Tony di come in Portogallo non riusciva a dormire la notte per le preoccupazioni economiche e invece come qua abbia trovato una vita serena e rilassata. Non mi dilungherò ulteriormente su quali sono stati gli episodi che mi hanno colpito di più, sulla natura delle considerazioni scambiate, basti sapere che sono stati d’esempio per ricordarmi il modo in cui voglio condurre la mia vita e in parte per tenermi lontano da comportamenti sbagliati legati alla frustrazione dei momenti difficili. Eh si, perché questi sono sempre dietro all’angolo… non parlo di furti o chissà che cosa, ma di azioni meschine, per vendetta, per invidia o quant’altro. Il resistere alla tentazione della violenza verso chi si approccia con comportamenti irrispettosi, ritorsioni vigliacche a queste azioni, lo scacciare pensieri di invidia o il fastidio provocato da qualcuno per motivi puramente irrazionali.

Tutte cose che mi sono passate per la testa nel momento più difficile, quello in cui avrei voluto gettare la spugna e tornarmene a casa da sconfitto, tutte cose che col senno di poi riconosci come frutto della frustrazione del non riuscire in ciò che si vuole, del sentirsi sempre schiavi dell’approvazione altrui e di una pigrizia paranoide e vischiosa che trascina in un circolo vizioso che non porta a nulla. Non credo sia il modo migliore di confrontarmi col mondo e me stesso ma il nemico più grande che continuo a percepire è quello che vedo allo specchio. Colui che non posso realmente sconfiggere ma che devo farmi amico, quello che mi intrappola e deteriora le mie azioni, che mi rende insicuro e debole anche sui movimenti più banali quando mi alleno, che mi inchioda alla pigrizia e alle mie paure, da quelle concrete alle più irrazionali e superstiziose, che mi giudica costantemente. Mi sono costruito un dio dentro di me stesso e l’ho eletto tanto a giudice e castigatore della mia persona quanto ad esempio di ciò che vorrei essere, e adesso è il momento di iniziare ad affrontarlo gradualmente, a controllarlo. Voglio iniziare a vivere serenamente, a non inventare scuse per ogni sfida dal quale mi ritiro, ad ottenere ciò che voglio senza farmi troppi scrupoli ma restando sempre dalla parte del giusto, a liberarmi da questa pigrizia e a VIAGGIARE.  Quattro mesi in questo viaggio, ormai più che in un altro lato del mondo dentro di me stesso.

giovedì 29 marzo 2012

Memorie dell’apple-picker

Vi avevo lasciati con il don’t give up e in certo senso ho rispettato il mio proposito. In un certo senso perché ho definitivamente constatato che a Sidney trovare un lavoro sarebbe stata un’impresa troppo dispendiosa in termini di tempo e denaro. Mi sono arreso si, ma all’evidenza che il periodo in cui mi trovo è forse uno dei peggiori per ottenere un lavoro, la città è in off-season per quello che riguarda il turismo vero e proprio, ma in compenso è inflazionata dal turismo dei backpackers, una moltitudine di zainisti come me, desiderosi di trovare un lavoro occasionale con il quale raccogliere abbastanza denaro da poter proseguire il loro viaggio, nella maggior parte dei casi verso il Queensland attraverso la calda east-coast. Non voglio dire che in Sydney non ci siano possibilità di trovare lavoro, ma semplicemente che se il tuo obbiettivo è quello di muoverti l’impresa non ti sarà per niente facile, dato che molti non assumono a priori persone con il working holiday visa e molti altri ti chiedono di stare per almeno 5 mesi nella città se vuoi lavorare per loro. Aggiungeteci sopra un inglese debole come ulteriore spina sul fianco e il gioco è fatto. 
La mia ultima settimana l’ho passata nell’indecisione di cosa fare, come muovermi e aspettando una chiamata sul cellulare per sapere se qualcuno voleva o no assumermi, ma di contro l’ho spesa cercando di divertirmi e sfruttare quelli che forse sarebbero potuti essere i miei ultimi giorni in Australia. Trascinato contro la mia volontà in un nuovo ostello  e separandomi così dalle amicizie che ero riuscito ad instaurare nel primo, dopo un paio di giorni di spaesamento ho iniziato ad integrarmi con la nuova realtà, conoscendo nuove persone tra cui:

- Melissa, studentessa portoghese reduce da due anni di studio a Londra, dotata di una brillante cultura ma soprattutto della capacità di trascinare le persone con la sua solarità e rara bellezza, alla quale buona parte dei ragazzi dell’ostello credo abbia lasciato giù un pezzo di cuore, me compreso e nuovamente rammaricato dal mio inglese ridicolo che non mi permette di esprimermi neanche a metà del suo livello;

- Il Còg, il fiero marchigiano accompagnato dallo “zio” Nico, in visita dell’amico solo per una settimana in Australia, ai quali sono debitore di incoraggiamenti, compagnia italica, numerose birre e di uno spirito un po’ più positivo ma anche incurante nei confronti della situazione complicata;

- Will il trascinante gallese con Jimmy Hendrix tatuato sulla spalla e il compagnone bombardiere inglese Phil, che praticamente mi hanno offerto una sbornia dopo una bella bevuta appena la sera precedente contro le loro pressoché costanti ubriacature serali.

Questi solo i più importanti, poi ci sarebbero da aggiungere Jerome, il simpatico danese compagnone del còg, Dane, ex free-runner e musicista di strada gallese dagli occhi blu che conquista tanti dollari baskerando quanti cuori di ragazze sorridendo, la bella bionda svedese che non voleva accettare il fatto che fossi italiano e non tedesco o russo, l’amichevole olandese di cui non ricordo il nome -Marcus?-, aspirante pittore e curioso nel voler imparare frasi e ricette straniere, Andrea, ragazza ventenne danese in visita solo una notte e in viaggio in giro per il mondo da quasi 8 mesi. Queste solo alcune delle persone con le quali ho passato l’ultima settimana a Sydney, meno ossessionato dai soldi e più tranquillo, tanto da permettermi di andare a vedere Aphex Twin e perdere il cellulare in metro, salvo poi uscire coi ragazzi a ballare di nuovo.

Posso dire che è con un po’ di tristezza che ho iniziato ad impacchettare le mie robe dopo aver comprato per 170 $ il mio biglietto per Hobart, intenzionato a cercare una farm o perlomeno a spendere gli ultimi risparmi visitando uno dei miei obbiettivi qua in Australia: la Tasmania. È così che mi sono trovato in una città, molto più grande di una come Padova ma densamente meno popolata, che trovo comodo definire “indie”. Come m’immagino possa essere una Vancouver o una Seattle -sebbene non abbia realmente idea di come siano e a malapena potrei indicarvi dove si trovino in una mappa- così è Hobart: città tranquilla, pulita e ordinata in bei blocchi, anonima dal punto di vista storico nonostante sia la seconda città più antica dopo Sydney, con un porto puramente commerciale e interessante solo per i mezzi ormeggiati, ma dotata a sorpresa di vicoletti nascosti che portano in piccole calli, dove si trovano botteghe di pittori o di artigiani della pelle, esposizioni artistiche, deliziosi cafè e attività varie che magicamente non più tardi delle 9 si estinguono tutte, lasciando una città già poco affollata più desolante di Veternigo in ferragosto.
Un punto interessante è quello musicale: la definizione che ho dato alla città di “indie” è dovuta tanto all’estetica della città quanto all’aver scoperto su wikipedia che il luogo è culla di numerose band del genere; sfogliando poi un giornale d’informazione sugli eventi live locali si può constatare che sebbene con nomi meno grandi di quelli di Sydney, Hobart offre una ricca scelta di concerti anche di nicchia, tra cui un nome che mi è balzato per primo all’occhio quello di Scott Kelly (Neurosis) in tournee da solista; passeggiando in giro poi è facile trovare una sequela di negozi di strumenti musicali sublimemente forniti nonostante le ridotte dimensioni, nei quali mi sono fiondato per provare chitarre, bassi acustici e banjo a scrocco, giusto per sfogare per pochi minuti il bisogno di muovere le mani a ritmo -dato che qua la poca privacy degli ostelli rende impossibile anche l’occasionale onanismo- e sinceramente volenteroso di acquistare una chitarrina di bassa qualità e dalle dimensioni ridotte per 100 $, tanto è il desiderio di avere nuovamente uno strumento musicale a portata di mano… Una voce nella testa mi ha però suggerito “non spendere i soldi prima di averli in mano, non caricarti di pesi quando non sai se dovrai muoverti a breve”.
Un vero peccato, ma forse la scelta migliore considerata la situazione in cu mi sarei trovato a breve.

Nel mio carino ed economico ostello, il “Tassie Backpackers”, dopo aver conosciuto una coppia di francesi sono stato da loro indirizzato verso una loro compaesana in cerca di persone per raggiungere una farm a sud in cui stava iniziando la stagione delle mele. Chiariamo questa parte: io non ho fatto praticamente niente. Dato il suo livello d’inglese quasi da madrelingua, la francese ha chiamato gli uffici del National Harvest, ha parlato con il farmer, ha chiesto informazioni per i biglietti del bus per raggiungere la zona, io ho solo offerto un cappuccino “’cauze u zaved my azz” e ci ho maturato sopra un’infinita serie di seghe mentali su quanti dollaroni avrei potuto fare trattandosi di un lavoro pagato 30 $ per bin di mele, su quanto potesse essere interessante vivere a contatto con una famiglia australiana ed essere nutrito ed ospitato da loro per 130 $ a settimana, su come magari la stagione delle mele con la francese (decisamente non bella ma interessante) avrebbe potuto portare a qualche risvolto particolare etc. etc.

Prima sopresa: la francese mi suggerisce di comprare delle scorte perché non crede che il cibo sia incluso, io mi porto dietro quello che già avevo in ostello rimanente, ovvero una bottiglia d’olio extra vergine (non posso viverne senza), una lattina di albicocche, un pacco di pasta. Nel frattempo dopo le iniziali conversazioni ognuno sembra essere ritornato a farsi i cazzi suoi, a scrivere su facebook le proprie menate e quant’altro; a parte formalità e cose necessarie l’ignorarsi reciprocamente regna sovrano e non sembra pesare a nessuno dei due.

Mercoledì si parte finalmente diretti verso Dover, un viaggio in autobus spalla a spalla con studenti teenager in divisa di ritorno dalla scuola, ovviamente io e la francese seduti in posti differenti che non capiti -per carità- di toccarsi. Il paesaggio è monotono, piccole cittadine piatte ed anonime, serie di colline che ricordano la mia Romagna ma prive di alcunché d’interessante che non siano i soliti alberi della gomma o terra rossa, ogni tanto qualche bello scorcio e soprattutto qualche studentessa carina sulla quale sognarci un po’ sopra.
Dopo un’ora e mezza di scarico di studenti, il conducente ci dice che siamo arrivati a Dover, per quello che vedo un manipolo di case, un minuscolo distributore e un’agenzia immobiliare circondati dalla campagna, senza alcun cartello ad annunciare precedentemente l’arrivo nel paese. La francese sembra sempre un po’ upset, un po’ nevrotica e la prima chiamata per avvertire il farmer che siamo arrivati a destinazione dà come esito un numero inesistente. Già rasenta la sconsolazione e il nervosismo, io semplicemente ricontrollo nel suo I-pad e scopro che il numero da lei imputato nel mio telefono non corrisponde, si risolve l’inghippo con qualche incomprensione e finalmente si chiama e si attende il boss, che arriva in un quarto d’ora con il suo bel pick-up bianco nel quale carichiamo bagagli e le nostre persone.

L’inglese in cui si esprime è decisamente pulito e riesco a comprendere quasi tutto senza problemi; dice di chiamarsi Malcom e di aver vissuto per dieci anni a Sydney e poi aver deciso di tornare in Tasmania per continuare il lavoro di famiglia, fa qualche domanda su come ci è sembrata Sydney e nel frattempo ci si addentra in uno sterrato fangoso ricolmo di meli ai lati.
Altra sorpresa: non siamo soli, dai campi spuntano numerosi asiatici, al quale commento della francese “is full of asian people here” il farmer risponde con qualche disapprezzamento nei loro confronti, ma specificando che non è “racist at all”. Sorpresa  conseguente: la comoda e accogliente casa del farmer in verità è una brutta baracca di lamiera costruita appositamente per ospitare i lavoratori; un locale dotato di quasi tutti i confort -televisione, divani, docce, cessi, lavelli, frigo, angolo cucina e letti a castello- ma tristemente sporco, freddo e affollato, definitivamente non meritevole dei 130 $ settimanali tantomeno che nessun pasto è incluso.

Ed ecco gli ospiti: a sinistra tre cinesi (tutti hong-kongiani qua) -Hin, Loki, l’altro- di-cui-non-so-il-nome-che-sembra-il-più-vecchio-e-ha-la-macchina-e-parla-solo-con-cinesi-e-secondo-me-è-un-pelo-razzista- più una tedesca dalla voce insicura reduce dalla sua prima giornata, a destra (in due camere separate) altre due cinesi -Yoko e la dolce Jenny-, due ragazzi inglesi palestrati da Newcastle pieni di confezioni di proteine -Ed e Garf- e un altro cinese, Kelvin.
Porto dentro le mie cose tranquillo, le soprese sono state come gocce d’acqua su una superficie liscia ed impermeabile: indifferenti, scivolano giù senza impregnarmi tantomeno scalfirmi, anzi l’atmosfera è decisamente interessante e ciò mi piace.
Ma ecco l’ultima sorpresa, la più amara: mi presento allo spigliato Loki, il quale saputo della mia origine italiana mi saluta con un “Uuuuu, we got a badass over here” e al quale domando subito info riguardo al lavoro; mi dice che non è male e io gli chiedo se è vero che è 30 dollari per bucket. Per bin, risponde lui. Io penso che bucket e bin siano la stessa cosa, lui mi accompagna fuori ed ecco la verità. Il bin è qualcosa che io chiamerei più crate, dato che il cantonese mi indica una cassa di legno quadrata un metro e mezzo per un metro e mezzo e alta un altro mezzo abbondante.
Ok, là inizio ad essere un po’ più incazzato, ma tutto sommato penso di poterne cavare ancora abbastanza denaro, tuttalpiù che la tedesca reduce dalla sua prima giornata di lavoro è riuscita a completare 3 bins e mezzo. Mi dico io: se lei è riuscita a farne 3 e mezzo, io sicuramente da badass hardworker ne farò 5. Dopo un po’ di chillin’ around e ammirazione dello splendido paesaggio agricolo all’imbrunire, mi chiudo nella mia sezione del dormitorio, in camera con gli inglesi e l’altro cinese; il pavimento è sporco come quello di un magazzino e devo fare attenzione a dove appoggiare le mie cose per non impolverarle, il materasso del letto è nuovo ma il farmer mi chiede di non rimuovere l’involucro di plastica per non rovinarlo.

 Le successive ore sono state un crescendo di scricchiolii assillanti, inglesi russanti e soprattutto un freddo crescente e paralizzante, attraverso il quale ho iniziato a vestirmi sempre più a strati - già pentito di avere abbandonato vestiti pesanti a Sydney per alleggerire il bagaglio-: prima la maglia a maniche lunghe, poi la felpa invernale, i pantaloni d’allenamento e i calzini di lana, il tutto dentro al mio sacco a pelo, visto che al momento sembra non ci siano coperte disponibili. La mattina successiva il risveglio è stato da semicongelato, fattore che perlomeno mi ha permesso di constatare in un quarto d’ora abbondante  l’unica cosa veramente buona della baracca: docce belle calde e funzionanti, per riprendere l’uso degli arti e togliere il gelo da testa e corpo. Una frugale colazione a base delle pesche sciroppate in lattina ed eccoci in mezzo ai meli, con la propria borsa a tracolla per raccogliere le mele, la propria scala di ferro treppiedi per raccogliere i frutti in alto, le indicazioni da Lee -fratello di Malcom dall’accento decisamente più incomprensibile- su come raccogliere e posare all’interno della borsa e poi dentro il recipiente.

Intanto bisogna avere in mente una cosa: qua non si parla di un meleto a conduzione familiare, ma di ettari di agricoltura intensiva, sempre a conduzione familiare. Poi bisogna capire che per riempire un bin velocemente bisogna essere fortunati: l’area assegnata deve avere poche mele al top e tante al bottom, quelle devono essere rigorosamente grosse e mature, non marcie o bacate, devono esserci pochi pendii, il farmer deve spostarvi il bin abbastanza di frequente con il muletto, la temperatura e le condizioni metereologiche devono essere ideali e -soprattutto- si deve essere fottutamente veloci. I tempi sono razionalizzati in secondi, non minuti; esitare per 5 secondi di più su una mela significa perdere dai 2 ai 4 minuti per riempire una bag dalle 30 alle 50 unità (previsione ottimistica dipendente dalle dimensioni del frutto) che dovrebbe essere riempita e svuotata in non più di 4; considerando che ce ne vogliono non meno di 30-40 per riempire un bin, se impiegherete 8 minuti per ogni singola operazione il tempo totale sarà di circa 4 ore per riempirne solo uno. Con queste prerogative io e la francese in  mezza mattina siamo riusciti a  riempirne uno assieme, poi ognuno ha trascinato la propria scala in una direzione diversa attraverso i campi per applicarsi ad una nuova area in solitudine.

Il bilancio del primo giorno in 10 ore, con molta fatica, una colazione ridicola, nessun pranzo e un quasi suicidio per raggiungere l’esoso supermercato più vicino, tra sali e scendi collinari con una delle due bici disponibili per i lavoratori -con freni quasi assenti, catena praticamente arrugginita e manubrio storto, ovviamente un peso morto da trascinarsi a piedi al ritorno- è stato di quasi 2 bins e mezzo. Il giorno dopo, ancora congelato dato la coperta che non vuole arrivare nonostante le richieste, ma con una colazione migliore e un semplice pranzo a base di uova e bacon -costatomi la perdita di un’ora e mezza tra il cucinare, lavare i piatti e principalmente camminare tra l’area di raccolta e la baracca- è stato a malapena di 3.

Segue il finesettimana, qualche passeggiata a vedere l’anonima spiaggia di Dover, ad allenarsi un po’ in un bella struttura per il work-out poco lontana da essa, nuove spese, qualche parola e birra offerte dai due newcastelliani -per inciso anche loro con un accento ostico in cui principalmente si capisce una sequenza infinita di fuck e varianti- e prima, di nuovo day-off il lunedì a causa di festa nazionale, poi, forse blocco totale del lavoro in settimana a causa di mele poco pronte, ma con la bella notizia che il lavoro è in regola e vale anche per maturare i giorni per il secondo visto.
Ne approfitto così per allenarmi ancora vicino alla spiaggia e, in un momento di pura imbecillità, per cadere brutalmente di schiena provando un movimento troppo al di fuori della mia portata, restare paralizzato dal dolore a terra per quasi 20 minuti, trascinarmi agonizzante e zoppo per altri 20 alla farmacia più vicina e farmi dare dei ridicoli antinfiammatori per 7 dollari, con i quali avrei affrontato altri 40 minuti di camminata -impossibilitato a piegare la schiena, a girarla, con gamba e fianco quasi paralizzati a causa del nervo sciatico incandescente e con una paura fottuta di essermi danneggiato la spina dorsale o rotto il bacino- per ritornare all’accomodation e successivamente cercare di togliermi i vestiti per fare una doccia bollente come suggeritomi, scroccare alla francese la connessione tramite sim sul suo i-pad per domandare consigli ad amici più ferrati in materia, farmi prestare una borsa dell’acqua calda e rantolare verso il letto con quella attaccata sulla schiena finché non avrei trovato abrasioni sulla pelle per il calore.
Due giorni dopo, miracolosamente si riprendeva a lavorare. Tutti tranne me. Preso ancora come un rudere, ma decisamente migliorato a forza di esercizi, docce calde, borsa dell’acqua, tonnellate di antiinfiammatori e una cassa di birra il sabato sera per fare compagnia a quelle dei ragazzi inglesi, volutamente dissoluto nei confronti dei soldi già spesi e non guadagnati, sicuro che con i miei nuovi stivali di gomma da 30 bucks e la scatoletta per mettere il pranzo da consumare direttamente nell’area di lavoro, sarei riuscito a fare -schiena permettendo il primo giorno- abbastanza bins nei giorni successivi.

Realtà e nuova coscienza

Mi sono chiesto spesso, prima e dopo essere partito, cosa significasse per me questo viaggio. La fantomatica storia di “fare i soldi” era già una disillusione prima di partire, figurarsi ora che rischio di rimanerne senza pur lavorando. I paesaggi si, ripagano in parte l’arrivo in questo posto: a Dover ad esempio i tramonti e le albe sono sempre qualcosa di spettacolare e la cittadina, pur tristemente priva di alcunché più vecchio di un secolo, ha il fascino di un film retrò americano sui piccoli paesi di campagna, ma con qualcosa di più esotico. Case di legno e lamiera con la vernice scolorata e scrostata che dominano il paesaggio sopra una collina o guardano il mare da pochi metri immerse in spire di rose. Cavalli dal narcisismo quasi umano che si avvicinano per farsi fotografare meglio, spostandosi dall’ombra di enormi gum-tree o forse salici piangenti? Ovini sconosciuti che pascolano in branco al tramonto, con sullo sfondo due montagne dai picchi gemelli ma di proporzioni differenti per la distanza.
E ancora tramonti e albe folgoranti, la notte un cielo stellato dalle costellazioni indecifrabili e luminosissime, che compare di tanto in tanto da una distesa piatta, quasi come fossero dipinte, di nuvole veloci e scure. E poi la luna, che appare all’improvviso piena, squarciando le nubi e accompagnata dal fragore assordante delle cicale e dai canti bizzarri di un uccello sconosciuto -forse un kookaburra-; poco più grande di quella che si può vedere da noi, ma accecante dalla luminosità tipica e incandescente del sole australiano, la caratteristica principale, assieme alla distesa di nuvole, che rende l’idea di quanto sia fottutamente vasto e incommensurabile questo paese. Di certo abbastanza per esserne rapiti e restare incantati e sognanti di fronte a tanta bellezza, sicuramente una minima parte in confronto ai paesaggi che già solo la Tasmania di per sé può offrire se si decide di esplorarla tutta.

A good point, but not the reason, sicuramente per cui sono qua. Non sono indifferente allo stupore che qualcosa di speciale può offrire, anzi forse ho una sensibilità maggiore di tanti altri nel cogliere la bellezza intrinseca di un soggetto, scomporla in singoli elementi e cercare di renderne l’idea attraverso una sequenza di fotografie. Semplicemente l’incanto è relativo: se si vive a pochi minuti da una delle città più belle al mondo -Venezia-, se si ha trascorso l’infanzia nella bellezza campestre della Romagna appenninica, se a 5 anni si ha visto le spiagge tropicali delle Filippine o le immense campane dorate di Bangkok e se di tanto in tanto si sente dentro di sé gli afrori e le sensazioni nostalgiche di una terra percepita solo in stadio embrionale, l’India, è difficile che qualcosa possa stupire ancora. E a quel punto il confronto non regge, tra due tortelloni con un bicchiere di sangiovese, accompagnati da due parole e una bestemmia con accento romagnolo, anziché l’ignoto che -non- si può mangiare fuori qua -causa prezzo-, quasi sicuramente disgustoso, assieme ad un “Ghiddiyewitye” che si supporrebbe essere stato una volta inglese, oppure un bicchiere di sidro sul ponte di Bassano anziché una cassa di birra costosissima in uno squallido bottleshop, assieme ad un gentile ma formale “G’ddeitoye” o un ”hau’ryeu?”, rigorosamente anche qua senza scontrino. Qual è il motivo dunque? Finora quello che trovo più valido è semplicemente “Get the hell out of here with huge balls”, ovvero acquisire la coscienza del mio valore, tornare a casa con le “palle”, conoscere persone e non essere spaventato da loro, enjoy the life anche se ci si trova in una baracca fredda ed esosa a fare un lavoro giusto un paio di gradini sopra il caporalato.

Un episodio che voglio raccontarvi è quello del sabato della cassa di birra e degli stivali: arrivato alla baracca dopo gli acquisti trovo Ed e Garf nella confusione, seduti sul divano spostato verso la televisione e assi di legno ovunque sparse. Sono là fermi a sorseggiare birra guardando terrorizzati un ragno peloso grande quanto la mia mano, fermo nell’infisso della porta scorrevole della loro camera; ci sono stati quasi un’ora in quella posizione dopo aver cercato le forze per uccidere quella creatura, ma troppo spaventati da eventuali reazioni in caso d’errore.
L’ingrato compito tocca a me, che poco spaventato eseguo velocemente con una delle assi di legno, dispiaciuto per aver tolto la vita ad un animale così interessante. L’impresa mi porta l’appellativo di spider-killer e si festeggia ciò -e il Saint Patrick’s day- svuotando le reciproche casse di birra in allegria, discorrendo su come lavorativamente anche l’Inghilterra sia “totally fucked up” ma come Newcastle sia sicura, senza ragni, nessun altro tipo di animale strano e nocivo e soprattutto senza gente francese. La frecciatina è rivolta soprattutto alle due nuove arrivate, delle francesi tronfie e fastidiose, che a breve avrei odiato per la loro cialtronaggine, opportunismo, per lo spirito da cazzeggiatrici rumorose sul lavoro, per una serie di motivi più o meno irrazionali ma soprattutto per lo sbigottimento (o forse la paura) dell’aver trovato persone che sebbene in Australia dal doppio del mio tempo hanno ancora un inglese pessimo, che non contente allenano guardandosi film sul computer rigorosamente in francese. Nonostante ciò c’è la capacità di divertirsi anche in compagnia di gente non proprio affine, dopo essere stato spesso e volentieri condizionato dal giudizio altrui, cercando di piacere alle altre persone o di isolarmi in caso di difficoltà, mi riscopro più sereno e conscio che non devo per forza piacere a tutti e viceversa, nemmeno litigarci per fissazioni personali, tantomeno chiudermi in me stesso più del necessario. Forse più libero, forse con nuove maschere, ma sinceramente più felice e appagato da una vita al limite della sopravvivenza e da come solo si può essere dopo aver vissuto un dolore fisico che si credeva eterno, che invece sta svanendo giorno dopo giorno.


Questa mattina ho combattuto. Contro il freddo, contro la pioggia, la stanchezza e me stesso. Non è stato propriamente un atto dimostrativo nei miei confronti, credo di essere ormai certo di cosa è la tenacia e di quanto sia radicata in me, di sapere quali sono i miei limiti e come lavorarci sopra: anni difficili, lavori difficili, condizioni climatiche avverse e stanchezza mi hanno già temprato fisicamente, la coscienza di quanto posso spingere oltre, grazie al crederci con la testa, è qualcosa che è arrivato più tardi. Sport, disciplina, stile di vita, qualsiasi cosa possa essere, il parkour è stato un passo ulteriore verso la determinazione e la capacità di spingersi avanti, ma ora forse qualcosa è esaurito in tutto ciò, non devo trovare il modo di dimostrare alcunché a nessuno, tanto più a me stesso. Questo non vuol dire smettere, sia ben chiaro, quando una cosa ti piace non c’è motivo di abbandonarla, tuttalpiù che ci sono ancora tante sfide aperte da completare e ne spuntano sempre di nuove. Semplicemente dubito che il lavoro fisico/mentale su questa ottica mi sia più utile a migliorare la mia persona anziché solo nelle prestazioni fisiche, e non a renderla più naturale e decisa. Non sento più il bisogno di dimostrare a me stesso nulla da questo punto di vista, tantomeno dopo questa mattina, in cui solo io e Georg -il nuovo arrivato, un ragazzo trentunenne tedesco, pelato e con un immenso pizzetto “goatie” rosso, reduce da un anno d’Asia e dai gusti musicali finalmente decenti- ci siamo trovati alle 8 davanti ai nostri bin residui ed intenzionati a completarli nonostante il freddo prepotente e la pioggia che ha fatto esitare perfino i cinesi, arrivati assieme alle francesi due ore dopo il nostro inizio. Inutile dire che è stata una lotta ardua, nessun isterismo, solo la mia giacca impermeabile, gli stivali di gomma, cappello e auricolari e una grande necessità di lavorare dopo il fermo per la schiena e le festività e una settimana tutt’altro che entusiasmante. Lunedì 2 bins e quasi due terzi in 10 ore, schiena dolorante ma peggio ancora i piedi, lancinanti dentro i nuovi stivali e costretti a stare per la maggior parte del tempo sui pioli della scala, trattandosi di un area in cui le mele buone crescono solo sulle cime. Il giorno dopo ancora peggio, completato il bin del giorno precedente ma arrancante nel finirne altri due ed iniziarne uno nuovo, sotto l’afa, un sole accecante e con gli arti distrutti e doloranti. Mercoledì appena capace di finire il bin precedente e iniziarne un altro, di nuovo con le scarpe normali, speranzoso che se per due giorni gli stivali di gomma sono stati inutili, non sarebbero serviti anche quel giorno. E invece piove. Mi fiondo di corsa verso il town mall, bisognoso di usufruire dell’internet point a 6 dollari l’ora e di comprare cibo per i giorni successivi. Ho il mio primo assegno dei primi ed unici due giorni di lavoro delle settimane precedenti, il quale mi ha rivelato con orrore che le tasse non sono incluse dal prezzo stabilito -36 per le gala apples e 32 per le red delicious- e che per qualche ignoto motivo non riesco a riscuotere al supermercato. Il bilancio del giorno è appena di un bin del giorno precedente completato e un mezzo nuovo di red delicious iniziato.

Giovedì un nuovo giorno, sto diventando più veloce ma il record di 16 bins del farmer di qualche anno prima sembra un miraggio, tantomeno stare dietro alla media di 5-6 giornalieri di Loki ed Hin. Verso mezzogiorno mi avvio ancora verso il paese per cercare di riscuotere l’assegno, che con qualche difficoltà che ancora non riesco a comprendere finalmente riesco ad ottenere. Una moltitudine di pensieri mi turbinano nella testa, alcuni relativi alla soddisfazione della velocità che finalmente sto acquisendo, la maggior parte nuovamente al sentirsi un immigrato, ultima ruota del carro che non capisce bene la lingua e la burocrazia di un paese straniero, facilmente soggetto allo sfruttamento e ai raggiri, che matura odio per il dover rinunciare a tutto se non lo stretto essenziale per sopravvivere. Ed e Garf se ne sono andati la mattina presto, hanno capito che questa farm è una bullshit e vanno a tentare la fortuna a Brisbane dove li attende un amico; non so se la fortuna sarà dalla loro, ma di certo l’inglese da madrelingua si. La mia testa invece macina pensieri e cresce in me l’orgoglio per quello che sono e non ho mai capito essere: una persona tenace, coraggiosa che non ha alcun motivo per farsi sminuire dagli altri.
Uno di quelli che anziché rimanere fissi per l’eternità nello stesso punto a compiangersi, a lamentarsi della propria condizione lavorativa, di come il proprio paese faccia schifo, ma in verità ben felice di rimanere con il culo ben saldo sulla poltrona, accudito e sfamato per poter fare la vita da eterno teenager, decide di raccogliere il proprio coraggio e fiondarsi con determinazione in un’impresa dall’esito insicuro, perché la vita così com’è non gli piace e bisogna lottare per cambiarla. E ai grassi miei compaesani, pasciuti nell’abbondanza, tronfi nel loro orgoglio frutto di una sovra-estimazione di se stessi, ora innervositi dalla fine dell’epoca dorata ma sempre convinti che gli immigrati ci rubano il lavoro e che devono andarsene tutti a casa loro, voglio domandare: chi te li raccoglie i pomodori che mangi avidamente per un paio d’euro al chilo? E le mele? Le patate? L’africano che lavora in Sicilia per raccoglierteli per 5 euro al giorno, vivendo in un letamaio che gliene costa 3, il manovale rumeno che paghi in nero una miseria, il bangladeshiano che vende le rose ai ristoranti tra lo scherno della plebaglia e IO che raccolgo mele in un paese straniero valiamo centinaia di volte quello che valete VOI, perché dalla nostra abbiamo il coraggio e la determinazione di fare qualcosa di umile e spesso massacrante in una realtà sconosciuta pur di cercare di sopravvivere e di ambire ad una vita migliore. Con una nuova tenacia, finalmente convinto che valgo e valgo molto, ho raccolto avidamente ed energicamente le ultime mele della giornata. Se devi essere veloce e il tuo lavoro è pagato a cottimo, la qualità può pure essere abissata dalla necessità e dalla determinazione, le mani affondano a strappare grappoli interi anziché esitare sulle giuste caratteristiche di un frutto. Bilancio della giornata quasi 4 bin completati, finalmente sono riuscito a ripagare le spese di due settimane e mezzo di permanenza. Come premio a ricomporre i miei muscoli sempre più sfiniti, una deliziosa bistecca bella spessa trovata in offerta per 5 $, grigliata un poco oltre che al sangue sul barbecue elettrico con pepe, sale, origano e olio d’oliva, accompagnata in un letto di crema di avogado con salsa di soia e da pomodori freschi affettati, sotto lo sguardo ipnotizzato delle francesi vittime della loro stessa inettitudine culinaria.

L’inverno è alle porte qua in Tasmania e le correnti fredde dell’Antartide spingono onde di vento gelido, pioggia fredda, di quella fina, pungente e penetrante fino alle ossa. E oggi ho lottato, incespicando sulla scala scivolosa nonostante il bagnato e le mani che progressivamente perdono sensibilità, ma sereno e determinato perché “spingo il mio valore, niente rassegnazione”. Non il bisogno di mettersi alla prova, è la necessità di sopravvivere a guidare, con la coscienza di essere temprati e valorosi, consci che milioni di uomini nel passato hanno fatto ciò e milioni ancora lo faranno in futuro. Il bin del giorno precedente è completo, c’è tempo per iniziarne un altro finché la furia del vento e dell’acqua non rende definitivamente idiota il voler perseverare, considerando i venti minuti di cammino che servono per ritornare alla baracca. Una doccia che non capisco se gelida o bollente, con le sole mani a bruciare per il refluire del sangue nei vasi capillari, una cena sotto lamiere e plexiglass che amplificano come un bombardamento la furia della pioggia e del vento, che si insinua dalle numerose fessure, bagnando e congelando gli angoli. Il vapore esce fuori dalle nostre bocche dentro la baracca, è chiaro che stiamo scendendo abbondantemente sotto i 10 gradi e il sole è appena tramontato. Il letto sembra l’unico riparo vagamente caldo e nonostante il freddo e il dolore alla spalla persistente ogni notte, in una baracca umida e sporca non riesco a rimpiangere il mio aver preso la decisione di venire in questo paese, tantomeno l’essere stato scartato da un lavoro ingrato pieno di persone inette che cercano di farti sentire inferiore per sentire minore il peso delle loro scelte di vita.

E come ho lottato oggi, lotterò con determinazione anche domani,  senza il supporto del farmer a trascinarmi la cassa, con le intemperie ancora intermittenti ed improvvise, e con solo Georg come collega, entrambi decisi a cercare di recuperare i soldi spesi qua e a partire allo scadere della mia terza settimana con almeno un centinaio di dollari in più che all’arrivo. Ormai è chiaro che questa farm lavora sia sulle mele che sui lavoratori, quasi 5000 dollari mensili di media d’affitto per una baracca sono un po’ troppi, e quando vedi i picchi gemelli innevati a sud, capisci che qua non può solo che peggiorare. Le francesi sembrano un po’ meno allegre dell’inizio, quella con cui sono venuto qua è presa dal suo voler dimostrare a se stessa di potercela fare, rasentando cambi d’umore improvvisi e celando l’isterismo. Non sono una fighetta con l’I-pad che vuole diventare lo Steve Jobs del futuro, non m’interessa rischiare ulteriormente la mia salute di quanto non abbia già fatto fin'ora e non ho alcuna prova da sostenere qua che non sia un mero cercare di battere record per recuperare le giornate piovose a venire.
Solo i cinesi infine resisteranno, anche loro sono consci della situazione ma la cosa che gli interessa è maturare i giorni per il secondo visto e in più sono un gruppo ammirevolmente organizzato. Hanno la macchina, con la quale possono andare a fare la spesa nei supermercati più economici e -come m’immagino possano essere stati i nostri ragazzi del dopo guerra- amano andare a pescare le sere del finesettimana e portarsi a casa ostriche, cozze e pesci che la piccola e carina Jenny -che mi saluta con un “ziao” e alla quale ho dato i miei ultimi antiinfiammatori della schiena per una brutta infiammazione ad un ginocchio che la azzoppava- cucinerà, essendo la cuoca ufficiale delle cene della compagnia. Organizzati e per di più con Hin e Loki come asso nella manica nel completare un numero alto di di bin settimanali, riuscendo a sopperire all'esiguo numero che le due ragazze riescono a completare assieme.  Mercoledì la partenza con Georg, di nuovo ad Hobart e poi si vedrà. Ad essere sincero non senza qualche dispiacere, una vita del genere è piacevole se permette qualche comodità essenziale in più e non nego che in fin dei conti io e i fratelli farmer ci stavamo simpatici reciprocamente, sarà forse per l’istintivo riconoscersi come persone di campagna.
È solo tempo di muoversi ancora, seguo la mia volontà e non ho nessun rimorso, neanche di questa esperienza che non mi avrà portato denaro ma di sicuro mi ha aiutato a riacquisire l’orgoglio in me stesso che in patria andava perduto. 

Al prossimo capitolo.

lunedì 20 febbraio 2012

They said me: don't give up! But how?

Questa frase è un po' la situazione riassuntiva degli ultimi giorni, qua a Sydney, città nella quale sono arrivato da una settimana e mezza. Eh si, il mio famoso obiettivo del post precedente è proprio l'Australia, obiettivo con il quale ora mi ci devo confrontare con tutte le difficoltà che comporta: prima di tutto il constatare che Sydney è una delle città più costose al mondo, poi che il mio livello di inglese seppure non scarso risulta il più delle volte impacciato e timido e il cercare di tradurre le miriadi di accenti con cui mi devo confrontare è un compito estremamente faticoso. Con queste prerogative mi sono messo a cercare lavoro prima di quando mi ero prefissato, non so quanto mi ci vorrà ad ottenere lavoro ma prima mi muovo per evitare di trovarmi con l'acqua alla gola meglio è. La situazione qua non sembra delle migliori, l'alta stagione sembra essere quasi al termine e persino i madrelingua sembrano in difficoltà... di certo inglesi e altri anglosassoni ambiscono mediamente a lavori più prestigiosi, molti di loro non sembrano neanche seriamente alla ricerca o preoccupati, e altri ancora sono addirittura fuori ogni sera a fare baldoria (Kings Cross per inciso è uno dei quartieri più malfamati d'Australia, una specie di Jesolo perennemente in alta stagione con in più locali a luci rosse, prostitute e fumatori di crack giusto appena messo il naso fuori dall'ostello, ciononostante ridicolamente sicuro rispetto alla stazioni dei treni media nelle nostre grandi città). Tuttavia alcuni, come il tizio americano ex-compagno di stanza, sebbene madrelingua, sembrano prettamente negativi sulla situazione locale e di certo poco incoraggianti. 
Ovvia la conclusione: se non ce la fanno loro che parlano la lingua, ce la farò io che mi tocca far ripetere due o tre volte la stessa cosa?

Tuttavia la situazione in verità non è così tanto negativa come sembra, di certo è preoccupante ma almeno la prima ricerca ha dato i suoi piccoli risultati: al quinto curriculum consegnato ho trovato un lounge bar/ristorante dove mi hanno detto che erano al completo di personale ma che per quella sera (sabato) necessitavano di una mano... tempo di tornare di corsa all'ostello, lavarmi, mettermi una camicia e pantaloni lunghi come da loro richiesto, cenare con una banana e alle 6 p.m. ero di nuovo là. Il mio compito sostanzialmente consisteva nel fare l'aiutante al bancone, principalmente lavare bicchieri, lucidarli, di tanto in tanto tagliare la frutta per i cocktail, aiutare a prepararli (per inciso roba che non potrei fare non avendo la licenza per maneggiare alcolici, ovviamente se non per consumo personale), tenere pulito e portare fuori la spazzatura, più altri lavoretti vari al momento. Di certo l'agitazione la sentivo per bene, muoversi su un ambiente lavorativo a me sconosciuto (anche se sul curriculum è scritto il contrario), con colleghi e titolari quasi tutti puramente australiani e con un accento quasi totalmente indecifrabile è qualcosa che qua definisco "pretty scary". Fortunatamente per me il barman, nonostante l'incomprensibilità di ciò che diceva, è riuscito a farsi intendere sufficientemente anche a gesti per permettermi di capire cosa dovevo fare, di conseguenza io ho agito aiutandomi con un mio leggero talento che è quello dell'improvvisazione, sfruttando le precedenti esperienze lavorative come esempio, cercando di tenere alta la concentrazione e sembrare parzialmente a mio agio. Ovviamente molto easy all'inizio e fucking terrible dopo:  il numero crescente di persone comportava un numero sempre maggiore di bicchieri (dio quanto bevono gli aussie), caricare carrelli in lavastoviglie sempre più pesanti e traballanti, asciugare sempre più velocemente, rilavare le stesse cose perché lo straccio iniziava ad essere sporco e di conseguenza lasciava residui. Bilancio totale su 3-400 glasses lavati in 5-6 ore, solo due da champagne rotti e una decina da vino messi via con aloni evidenti. Padroni contenti, mi hanno ricompensato con due birre bevute in loco (una stupenda Estrella Galicia spagnola e una dolciastra e stomachevole The Apple Thief australiana) e 85 dollari cash-in-hand. Non moltissimo secondo lo standard australiano, ma comunque il minimo salariale di 15$ più un 2$ di tasse escluse essendo in nero, un punto d'inizio tutto sommato, accompagnato dalla promessa (mah) di richiamarmi appena avrebbero avuto bisogno. 

Tuttavia 85$ bisogna dire che coi costi qua sono quasi un cazzo di niente: 50 me ne andranno via per fare la spesa per mangiare, altri 40 per l'abbonamento settimanale a metro, bus e traghetti (quando i locali mi dicono che sono stati a Venezia, che è bellissima ma costosa mi verrebbe da dirgli "'r u fucking kiddin' me?"); per di più la prospettiva di fare il cleaner qua in ostello e avere qualche giorno di free-rent sembra difficoltosa, dato che le donne hanno il monopolio e ci sono una sfilza di persone in lista per questo. Quindi quello che mi serve è un lavoro sicuro e pagato almeno il minimo salariale, dato che di sicuro mensilmente spenderò non meno di 1400 dollari (350 per week) e con 2400 mensili riuscirei a metterne via abbastanza per stare qua un po' e poi muovermi con una base più solida. Qua purtroppo entrano in gioco le seghe mentali sul mio livello d'inglese, sulla mia capacità effettiva di ottenere un lavoro e non rischiare di finire tra gli exploited (non la band) che lavorano sotto altri italiani a stipendi in nero e da fame e non imparano l'inglese (10 dollari all'ora possono sembrare una buona paga in Italia, ma qua vuol dire che badando molto a spese riesci a metterne via non più di 200). Purtroppo rilassarsi a Bondi beach è un buon modo per prendersi una pausa dai problemi, ma appena metti il naso fuori quelli ti attanagliano e inizi a capire cosa vuol dire essere un immigrato: non capire bene la lingua, non sapere come muoversi in caso di soprusi, avere difficoltà a trovare un buon posto di lavoro, vedere i locali non fare sacrifici sulle cose come un pasto, desiderare le loro stupende donne (qua tra asiatiche, caucasiche e marsh-up tra etnie ci sono delle gnocche da paura) e sapere che invece te non puoi permetterti di comprare carne se non bacon, neanche cioccolata, mangiare fuori se non da un fastfood orientale o un fottuto hamburger e che se ti va bene puoi imbarcarti un'inglese brutta come la fame o se ti va male puoi essere stuprato da un muratore irlandese ubriaco che ti ha scambiato per la sua ex-girlfriend.

Una goccia di speranza e determinazione l'ho ritrovata oggi allenandomi all'Hide park in uno spot mostratomi  da alcuni ragazzi della scena locale (altro capitolo a parte). Potenziamento serio e condizionamento tosto di gambe, poi iniziare a lavorare su passaggi grossi con focus e determinazione. Non ho chiuso niente di nuovo che non avessi già fatto nell'allenamento precedente (una roba come 4-5 break the jump in un giorno, per i non addetti, passaggi che si ha paura di fare davanti i quali la propria sicurezza vacilla), ma ho lavorato con alta concentrazione e ritmo deciso, giungendo quasi alla meta (per gli addetti running precision da 9-10 piedi su muro da due metri e mezzo, dislivello un altro mezzo dallo stacco e 40 cm per l'atterraggio, ovviamente chiuso sempre in running-cat). Ma un allenamento del genere ti aiuta sempre a ricordarti quali sono i tuoi limiti e su cosa devi lavorare, che è attraverso la difficoltà che si giunge alla forza vera, non quella posticcia ed ostentata dettata dall'ego. Ciò è un aiuto in più sul quale fare riferimento per come dovrò agire i prossimi giorni.

Vedremo come va, intanto dopo una serata passata a lavare e stirare (brutti stronzi, 8 dollari anche per la lavasciuga), farmi da mangiare e rilavare, ora partecipo ad un drinking-game qua all'ostello con del mediocre vino australiano. Una cosa è sicura, in questo paese ci lascerò il fegato.


venerdì 11 novembre 2011

L'importanza di avere fede

No, non è un post nel quale parlo di una crisi mistico-religiosa che mi vede implorante in ginocchio davanti un idolo a chiedere perdono dei miei peccati, è solamente una riflessione su l'importanza di avere qualcosa in cui credere, un obiettivo a breve o lungo termine che sia. Il trovarsi nella posizione di avere un desiderio da esaudire, un'idea da proseguire, è un bisogno umanamente vitale, un meccanismo che dona alla vita un senso per il quale essere vissuta. Parla una persona che ha sempre avuto una vaga idea di cosa fare nel futuro, che fino a ventun'anni vedendo i primi progetti irrealizzati si è lasciata più o meno trasportare dagli eventi, passiva a scelte altrui e irrimediabilmente delusa dal mondo; si aggiunge a questo anche l'essere stato cresciuto con un'impronta cinica, densa di quel pessimismo che si fraintende per realismo, sfociante ovviamente in una visione nichilista, nel rifiuto di prendere parte a progetti altrui ma allo stesso tempo incapace di crearne di personali perché "niente può funzionare, nulla di nulla ha significato"

Il parkour è stato un primo fulmine a ciel sereno, l'idea che certi movimenti visti fino ad allora nei videogame o nei film fossero possibili, per di più accessibili a chiunque ne avesse la volontà seria e determinata di ottenerli attraverso il duro allenamento, senza maestri veri e propri, è stata causa di un fatale innamoramento che ha portato una persona da sempre refrattaria al movimento fisico a dedicarsi con passione e dedizione a qualcosa del quale fin poco prima neanche ne conosceva l'esistenza. 
Ora le cose sono un po' meno edulcorate che all'inizio, i tempi per ottenere "quei movimenti" si sono dilatati, probabilmente alcune cose non riuscirò neanche mai ad averle e per altre avrei effettivamente bisogno di un maestro che mi indirizzi su come muovermi correttamente. Tuttavia non vedo il motivo per mollare, mi piace, ho ancora troppi "conti in sospeso" e sono certo di poter ottenere ancora molto da me stesso per crescere o semplicemente per nutrire il mio ego... inoltre continua ad essere un motore per conoscere gente, socializzare, muovermi e tessere nuove amicizie. In ogni caso mi è ovvio constatare che la determinazione iniziale è venuta meno, si è creata di più l'abitudine in ciò che faccio e ancora una volta mi sono ritrovato isolato di fronte al mondo, frustrato di fronte una vita il cui significato mi era ignoto. Poi è successa (forse di conseguenza) una catena di eventi che mi ha portato a volermi mettere in gioco in un viaggio che non mi ha elargito forse ciò che desideravo, ma mi ha regalato comunque esperienze e motivi di riflessioni con cui crescere e soprattutto la certezza di essere in grado di proseguire quello che avevo idealizzato.

Si ingrana la marcia, si inizia a capire che l'aver riposto speranze in qualcosa da concretizzare, l'aver superato la paura di intraprendere certe scelte, dona fiducia in se stessi e se le aspettative non vengono appagate, saprete su cosa dovete lavorare la prossima volta. Ma l'importante è avere fede, non parlo di quella cieca e violenta tipica dell'idolatria, parlo di quella ponderata, che arriva da lunghi dialoghi con se stessi, dalla constatazione della realtà in cui si vive, quella nella quale ci si ripone senza troppe aspettative ma alla quale si è pronti a sacrifici pur di ottenere almeno in parte quello che si vuole. Abbia questo un significato religioso o pratico che sia.

Non è facile, per me non è stato facile neanche arrivare a questa conclusione, ovvero che una vita senza obiettivi è una vita vuota. Ancor più difficile è capire cosa si vuole realizzare, in cosa dover investire le proprie energie, il proprio tempo, il proprio denaro, la propria vita. 
E questo è lo scoglio più grande. 

Io ho un obiettivo a breve termine, è arrivato casualmente, l'ho tramutato in ispirazione e ho deciso di seguirlo. Ci ripongo aspettative, mi sacrificherà quasi tutti i miei risparmi e non so se me li restituirà, se saprò portarlo fino a fondo o se addirittura si rivelerà una scelta tragicamente fatale. Ma sono determinato e questo fattore nel mio caso è anche frutto del constatare che la mia vita così com'è non mi piace, che continuare a logorarsi in una situazione che pare immobile in ciò che è positivo e inesorabile su ciò che è negativo, sarà solo infinita fonte di frustrazione e rimpianti. Insomma tra le poche scelte che ho, è quella nella quale mi ci voglio costringere. 
A saggiare la determinazione ci sono tante paure, tanti imprevisti, tanti fattori non calcolati, la coscienza che anche se "non si ha nulla da perdere" in verità c'è molto da perdere, tanti elementi personali che ti mettono a disagio di fronte ad una scelta del genere, ti farebbero venire voglia di desistere. Ma c'è il desiderio, c'è la volontà, i sogni, la voglia di mettersi ancora in gioco, di affrontare nuove sfide e questo spazza via parte delle insicurezze più radicate e rende euforici, vitali e lontani dalla depressione anche se per come va la tua vita sentiresti più affine l'avere un cappio intorno al collo. Ed è questa la magia, il potere guaritore di avere fede, il fatto di aver capito che hai delle carte in mano ed è meglio giocarsele anziché stare là eternamente a rifletterci su, inabile a posarle sul tavolo e ritirarsi dalla partita o a giocarsele per vedere come andrà. 

Non so che conseguenze porteranno le scelte che sto per fare, so che comunque può durare poco e dopo dovrò cercare un altro obiettivo per sentirmi vivo, in ogni caso sono felice per essere finalmente in grado di pensare a qualcosa di difficile non più come irrealizzabile e ancor di più ad avere il coraggio di dedicarmici seriamente, con determinazione. 

A prossimamente, con un post meno ermetico.

martedì 30 agosto 2011

Perdere la Via, ritrovarla, riperderla e ritrovarne altre

È da un po' che non scrivo in questo blog, ed è doveroso fare qualche aggiornamento sullo stato attuale della mia vita. Innanzitutto sono tornato dal viaggio senza problemi di sorta, è stata un'esperienza importante ma non so ancora quali frutti sono riuscito a cogliere, di sicuro ne è valsa la pena affrontare questa sfida che mi ero imposto... Anziché scrivere resoconti come progettato all'inizio di questa avventura, mi limiterò a indirizzarvi alla galleria delle foto fatte in viaggio, dal mio pratico profilo picasa dove finalmente ho trovato la stabilità per ciò che riguarda la mia produzione in termini di foto, disegni e elaborazioni al pc.



Torniamo piuttosto al titolo, che si riferisce all'andazzo che ho preso negli ultimi tempi e ha come iniziale riferimento il mio approccio al parkour. Dopo estenuanti prove di forza e determinazione alle quali mi sono sottoposto con il culmine a Stoccarda, ho deciso di prendere una pausa dai meccanismi del potenziamento per dedicarmi al movimento puro, cercando di  aprire nuovi passaggi, migliorarne altri e lavorare anche sul lato acrobatico ed estetico, i demoniaci "flip" per capirci. Il risultato progressivo è stato di allenamenti ad alta concentrazione dove sono riuscito a concludere obiettivi da lungo tempo sospesi, alternati a periodi poco intensi che con il caldo si sono tradotti in breve cazzeggio. Tendenzialmente la costanza è stata poca, molti allenamenti saltati e mi sono sorpreso sempre più con raccapriccio a pensare al fattore "estetico" di quello che faccio, non solo la smania del voler trovare dei cazzo di pantaloni larghi per ingannare l'occhio verso movimenti più fluidi o il desiderio di saper fare i "mortali" per mettermi in mostra, bensì a tratti il pensiero di voler mollare perché sembro un coglione a saltellare goffamente qua e là come un infante... Di certo non è il risultato mentale al quale volevo arrivare, tuttavia sono considerazioni che ho respinto quasi del tutto in breve tempo, la dipendenza che ho verso quest'attività risulta sempre superiore all'immagine che ho di me stesso o che percepisco di me dagli altri.

Per controparte mi sono ritrovato a spingere di più in passaggi particolarmente pesanti, che con la mia scarsa leggerezza e silenziosità si traducono in un sempre minore rispetto per il mio corpo e in successivi dolori per tali abusi perpetrati; anche le altezze dopo il viaggio risultano drasticamente meno spaventose e mi arrischio in passaggi al di sopra di queste. Sebbene la mia mente sia più libera in apparenza, il mio timore è che dietro a ciò si celi un crescente bisogno di "dimostrare agli altri" e uno spirito che mi rende ormai ignaro dei rischi che potrei correre (tranne che ovviamente in quei casi dove già mi sono fatto male). Altro fattore drammatico di tutto ciò è il gusto amaro della effimera e breve gioia che riesco ad ottenere con quello che riesco a conseguire, la sensazione di essere sempre indietro ad una ipotetica tabella di marcia sebbene gli obiettivi fissati sono stati ottenuti (vedi palmspin), la frustrazione di non riuscire a fissare quello che ho sbloccato e la noia di doversi sempre muovere per poter accedere a qualche posto più stimolante dove allenarsi. Amarezza quindi unita a brevi momenti di soddisfazione, come nel caso del wallrun alto più del doppio di me sul quale mi ci allenavo da quasi un anno e mezzo e che un paio di settimane fa ho miracolosamente chiuso una sola volta, che ora con difficoltà bisogna consolidare.

La Via si perde anche in altri modi, ad esempio al sacrificio delle mie "sessioni meditative" ho ripreso a dedicarmi con una maggiore intensità ad abitudini alimentari sballate, alcolici, sigarette e altre cosucce, minando il mio fisico ma desiderando di "divertirsi", dato che in modi differenti (escludendo gli allenamenti) questo non sembra avvenire molto di frequente, soprassedendo in questo modo ai tormenti del lavoro che non si trova, al rapporto problematico e deprimente con le donne e gli esseri umani in generale, al desiderio attualmente irrisolvibile di andarmene via da questa casa e ottenere la mia indipendenza, al pessimismo che è ritornato intenso e degenerativo.
Di contro "positivo", in seguito al viaggio ho ripreso a leggere di buona lena, ho appreso finalmente il pensiero di Tiziano Terzani, mi sono addentrato nell'orrore del "Cuore di Tenebra" di Conrad, mi sono calato ancora una volta nella malinconia del "Piccolo Principe", ho conosciuto la durezza della Cina rivoluzionaria con "Brothers" di Yu Hua  solo per citare le letture più intense e meno alla "best seller". Anche il disegno timidamente è ripreso, anche qua con una costanza zoppicante, tuttavia alcuni lavori mi hanno soddisfatto e spero di non riperdere ulteriormente la mano. Altra importante costante della mia vita è la musica, ho ripreso a dedicarmi a qualche live più impegnativo (ad esempio Neurosis e Ufommamut a Torino e ZU aggratisse vicino a casa mia) e a sonicchiare con più lena cercando di imparare qualche canzone anziché strimpellare alla cazzo in cerca di giretti sempre uguali.  A tal proposito ho allestito anche una raccolta di foto live, una selezione tra quelle scattate in questi ultimi anni e una galleria Only Noises, concettualmente una riproduzione del suono che catturo con la fotocamera ai concerti.

Alla luce di tutto questo di positivo ci vedo ben poco per il momento, le mie passioni hanno un utilizzo pratico pari a zero, ne avrebbero uno poco più alto se fossero adeguatamente sviluppate, resta il fatto che sono pigro e quindi si esclude un improvviso incremento del mio impegno verso queste, tuttalpiù che ora come ora vorrebbe dire investire soldi che non avrei mai il coraggio di spendere e che non posso permettermi di perdere. Il destino mi ha garantito un'affinità e un leggero talento verso queste cose, ma mi ha inserito in un ambiente e un mondo già saturo e poco interessato, per il quale mi trovo a piangere del non essere dotato di spirito imprenditoriale, manualità e senso pratico, una gran faccia tosta e tanta voglia di fare. Rimpiango di non aver frequentato un istituto alberghiero, altra passione (la cucina) che mi sarebbe piaciuta sviluppare, per la quale mi sento discretamente portato e che forse mi avrebbe garantito un po' di possibilità in più nel mondo del lavoro...

Così mi ritrovo tra vie perse e ritrovate, che riperderò e ritroverò in futuro, ma la Via, quella che credevo di aver trovato ma si è rivelata solo una delle tante strade che compongono un labirinto e della quale ho un gran bisogno adesso, non si trova, continua ostinatamente a restarmi celata alla vista allontanandomi dal comprendere qual'è il mio posto in questo mondo.