domenica 6 settembre 2020

Intervista a Luke Albrecht

Nota dell'autore: Questa intervista è stata realizzata nel 2016 ed inizialmente pubblicata sul sito associativo di Aptaparkour e in seguito andata persa con la scadenza del dominio dello stesso.
I punti di vista esposti potrebbero essere suscettibili ai fisiologici cambi di attitudine verso la pratica che solitamente accadono in una disciplina evolutiva come il Parkour. Rimangono comunque un'interessante fonte di informazioni e spunti utili ad arricchire la propria visione personale.
Immagini e link purtroppo sono andati persi e per tale il testo viene pubblicato come originalmente editato su desktop.

Recentemente all’interno del panorama mediatico del parkour è venuto a crearsi un crescente interesse intorno alla figura di un giovane praticante del Colorado: Luke Albrecht.

Ad incuriosirmi inizialmente di Luke, che a dispetto dell’età vanta l’esperienza di oltre un decennio di pratica del parkour, è stato l’approccio creativo e fluido alla disciplina, che denota una grande sperimentazione unita ad uno spiccato talento e ad una forte dedizione.

Elementi di sicuro interessanti nello stimolare curiosità verso il suo personaggio, ma non tanto quanto la cosa che in seguito mi ha spinto a contattarlo per porgli domande più precise per ciò che riguarda la sua visione del parkour, ovvero la dichiarazione che ha rilasciato a seguito dell’infortunio che recentemente lo ha colpito, prima frattura ed evento più grave dei suoi 11 anni di pratica.

Il testo (visualizzabile sul video Path ep 19) riporta una visione incredibilmente positiva e resiliente di fronteggiare l’evento sfortunato, libera dalle meccaniche di performance che affliggono molti praticanti ma orientata piuttosto su una visione di adattamento che, per quanto possa essere un’ideale per chi pratica questa disciplina, risulta spesso avere poca visibilità nelle varie realtà di diffusione mediatica del parkour.

Da qui il desiderio di contattarlo per soddisfare alcune mie curiosità e l’idea poi di pubblicarne un’intervista accessibile a tutti. Il materiale che Luke mi ha inviato è stato talmente abbondante da costringermi a riadattamenti in fase di traduzione, per pubblicare una versione un poco più snella che racchiuda comunque i punti chiave del suo pensiero.

È doveroso precisare che così come ci sono alcuni punti del suo approccio in cui, sia come persona che come praticante, mi ci riconosco profondamente ce ne sono altri che non condivido affatto e che valuto essere il risultato del contesto differente in cui Luke è cresciuto, delle situazioni a cui è stato ed è ad ora esposto nella realtà del parkour statunitense, nonché a certe mancanze dettate dall’aver conosciuto una disciplina principalmente attraverso l’aspetto mediatico e l’esplorazione personale anziché attraverso l’opera di diffusione dei fondatori della stessa. Tuttavia ritengo che far conoscere la visione, quando ben strutturata, di un praticante sia uno dei tanti modi per evolvere la disciplina e portare la conoscenza di alcune tematiche importanti ad essere più approfondita e ricca di elementi per poter poi decidere la propria linea di pensiero e, nella pratica, a quali dei molti aspetti del parkour più affidarsi.





Ciao Luke, vuoi presentarti? Quando e come hai iniziato a praticare parkour?


Mi chiamo Luke Albrecht, pratico parkour da circa 11 anni e lo insegno da circa 7 anni. Nessuno si sorprende quando scopre che sono di origini russe, la verità è che sono orfano e sono stato adottato da piccolo… non ho modo di esprimere quanto io sia stato fortunato, la mia vita qua, tutte le cose incredibili che ho fatto e di cui ho avuto esperienza e tutti i fantastici amici che ho non sarebbero potuti esistere diversamente. Ho iniziato a provare interesse nel parkour dopo che io e i miei amici vedemmo su YouTube un video vecchia scuola intitolato “Russian Climbing”. Il parkour era molto diverso dagli altri sport, dato che richiedeva un insieme completamente differente di competenze ed abilità, ma è questo ciò di cui mi innamorai e che mi catturò completamente. Mi appassionai del senso di libertà del parkour e del freerunning e del fatto che si potesse fare in ogni momento e in ogni luogo (o quasi).

Dopo anni di allenamento, la profondità della disciplina e delle sue filosofie sono penetrate in me così tanto che ho iniziato a realizzare il suo potenziale nel cambiare le vite ed aiutare le persone, da quel punto è diventata la mia passione e il mio stile di vita, piuttosto che uno hobby od uno sport. (…) Il mio sogno è di andare in giro per il mondo, muovermi con le persone e di usare la mia passione come una piattaforma per investire in loro ed ispirarle.



Il Colorado è patria di alcune famose realtà all’interno del panorama del parkour… com’è la situazione là? Esiste una grande comunità coesa o ci sono vari gruppi di persone che praticano tra di loro?


Il Colorado sicuramente possiede una grande comunità, probabilmente una delle più grandi degli Stati Uniti, che vanta un passato importante così come alcuni nomi famosi… Nel Wisconsin ho avviato e sviluppato la comunità del parkour ed ero abituato a vedere il parkour come “la nostra cosa”, qualcosa che solo noi pochi e nessun altro faceva. Anche quando viaggiavamo in altri posti per raduni le realtà che incontravamo erano sempre piccoli gruppi come noi… Quando anni dopo mi sono trasferito a Chicago per studiare sono entrato a far parte di una comunità già avviata; non una grande ma di sicuro non sono mancate persone con cui incontrarsi ed allenarsi. (…)

Dopo che la mia ragazza ha conseguito la specializzazione in medicina orientale ci siamo spostati da Chicago ed attualmente viviamo a Denver (Colorado), della quale amiamo le montagne e la comunità locale, e dove sono stato assunto come istruttore presso una palestra chiamata Path Movement.

Particolarmente interessante è stato per me osservare le differenti modalità di allenamento tra le varie realtà. Quella del Wisconsin è sempre in movimento, cammina tantissimo fermandosi negli spot che incontra ma senza starci troppo a lungo prima di rincominciare a muoversi.
Quella di Chicago è molto più orientata sul lato sportivo, basata su una serie di spot numerati nei quali recarsi all’infinito per accamparcisi; dal momento in cui tutti sono allo spot ci stanno là per ore... non molta gente di Chicago va in giro ad esplorare la città (al contrario di me, che amo sempre scoprire nuovi spot nascosti ovunque possano essere trovati). (…) Quella di Chicago è una comunità aperta, non c’è necessità di guadagnarsi un “posto”, una fama. Più ancora che fare parkour, questi ragazzi provavano piacere nello stare fuori e nel divertirsi assieme.

Qua a Denver invece la comunità è piuttosto esclusiva, nella quale devi veramente guadagnarti la tua posizione. Nessuno ti nota a meno che tu non stuzzichi la loro vista. Ma questo accade perché qui sono tutti molto seri nel loro allenamento e il loro “distacco” immagino venga dalla lunga storia che hanno alle spalle... questa sensazione è ciò che definisco “mentalità Apex1”. (…) La comunità qua si divide in due culture: quella della palestra e quella dell’allenamento all’aperto. Quella della palestra è fedele alla palestra e di rado esce fuori, mentre quella “outdoor” disprezza le palestre e per la maggiore ne gira alla larga. Sebbene mi identifichi senza dubbio nella cultura outdoor, mi ritrovo spesso ad allenarmi in palestra per il semplice motivo che insegno in una di esse. Ma il mio spirito per l’allenamento all’aperto non si assopirà mai.


1 Apex Movement, organizzazione di rilievo nella promozione del parkour negli Stati Uniti



Il tuo approccio individuale al parkour sembra molto diverso se confrontato con molte altre personalità della scena americana (ad eccezione di Eric Wolff e pochi altri). Come sei arrivato a questo approccio?


Ecco come personalmente descriverei/definirei la disciplina:

il Parkour è spesso etichettato come “Arte del Movimento”2… La struttura portante del parkour ha a che fare con i concetti di efficienza e adattamento; è la pratica del muoversi efficacemente attraverso un ambiente, senza che gli ostacoli attorno al praticante gli siano d’impedimento. La natura sempre in fiore del parkour accompagna i suoi praticanti nei regni della creatività, della disciplina, della paura e della vittoria. Come arte atletica è benefica a chiunque la pratichi, giovane o vecchio, alto o basso che sia; mente e corpo lavorano perfettamente all’unisono quando chi la pratica salta, scala, volteggia, sta in equilibrio, oscilla e perfino compie acrobazie attraverso il suo ambiente. Attraverso un allenamento disciplinato, il praticante lavora per perfezionare le proprie abilità per muoversi nel modo che preferisce.

(…)

Ad ora l’obbiettivo e valore principale che sono giunto a sviluppare nei miei allenamenti è la fluidità, che definirei il muoversi in maniera morbida e liscia, senza interruzioni, scatti o pause innaturali nel movimento. Sono fermamente convinto che allenare le variazioni sviluppi la fluidità, essere capaci di applicare ogni movimento ad ogni situazione è di incredibile valore. Se puoi fare una cosa del genere risulterai molto meno limitato del saper fare certi movimenti solamente in certe situazioni… (…) Nel parkour non è importante solamente il “non lasciarsi sfuggire uno spot” ma anche l’allenare nello stesso luogo più variabili possibili, per mantenersi acuti e sviluppare l’abilità nel muoversi e dell’applicare i propri movimenti anche ad una situazione non ottimale. Sono sempre stato uno specialista del rendere movimenti molto facili estremamente difficili da eseguire, il tutto ciò mantenendo la fluidità e l’apparenza del non compiere alcuno sforzo. Voglio che la gente dica “questo sembra facile” per poi vederla lottare per ore nel tentativo di replicarlo… non è una questione di orgoglio o di arroganza, è più una questione di “profonda realizzazione di sé stessi”. Siamo veloci nel giudicare, siamo veloci nel presumere. Siccome qualcosa sembra “facile”, presumiamo sia “facile”. Adoro il paradosso e la satira del "facile" che si rivela in realtà estremamente difficile, amo vederti tratto in inganno, non per orgoglio ma per allargare la tua “visione del mondo”.

(…)
I benefici fisici del parkour vanno da se ma molti sono sorpresi di quanto anche la mente venga allenata: affrontare paure, superare dubbi, risolvere problemi, rilasciare la creatività e ottenere significative vittorie ogni volta e di continuo è ciò che rende la disciplina un’inesauribile corsa mozzafiato e allo stesso modo una stimolante esperienza spirituale.

Il mondo attorno a noi si trasforma in un ramificato parco giochi, in cui ogni oggetto e struttura diventano un invito ad interagire, potenzialmente senza fine. Il parkour ci aiuta a ridiventare bambini una seconda volta, curiosi, innocenti e coraggiosi, e noi impariamo come diventare più di ciò che mai avremmo potuto immaginare di essere.



2 Dal nome originale della disciplina “Art Du Déplacement”- Arte dello spostamento”



A differenza di molti altri video che enfatizzano le abilità del singolo, spesso nei tuoi non appaiono solamente i tuoi progressi individuali ma anche quelli dei tuoi studenti e dei tuoi amici e non è raro vedere muoverti fianco a fianco a persone di ogni età, sesso o livello di abilità.

Quanto è importante il concetto di comunità per te? Qual è la tua percezione nei confronti delle competizioni? Hai mai partecipato o voluto partecipare ad una competizione come ad esempio quelle promosse da Apex Movement nello stato in cui vivi?


Come hai intuito nutro una forte passione nei confronti delle comunità di parkour, grazie soprattutto al fatto che io e i miei amici abbiamo praticamente creato e sviluppato l’intera comunità del Wisconsin.


È vero ciò che dici, mi piace allenarmi con gli altri e difatti di rado mi alleno da solo e quando succede tendo ad allenarmi in maniera molto semplice. Amo le occasioni nelle quali capita di incontrarmi con i miei studenti ed allenarmici assieme al di fuori del contesto della palestra e delle lezioni. Il parkour per me è sempre stato e sempre sarà un modo per passare momenti piacevoli in compagnia di buoni amici… In occasioni simili non mi alleno neanche per migliorare, ma lascio che ogni giorno sia ciò che sia, allenandomi allo stesso modo con cui un artista improvvisa su di una tela. Ciò che capita capita. Penso sia più bello allenarsi in questa maniera, perché l’unicità di ciò che ne viene originato è completamente legata a quel preciso momento. È una creazione grezza, qualcosa che non accadrà altre volte nella stessa maniera e questo è più bello e motivante che allenarmi nel fare determinati movimenti in determinate situazioni. Non posseggo una lista di movimenti che voglio imparare, ma se sono ispirato da ciò che vedo in ogni momento ne prendo un appunto mentale e quel determinato movimento verrà fuori quando ne capiterà l’occasione.

Non sono interessato in competizioni o robe simili. Sono stato giudice di molte competizioni, principalmente per motivi monetari e perché sono state piattaforme per diffondere i miei valori e la mia visione. Non sono contro a chi vuole competere, ognuno ha il suo percorso all’interno del parkour e non c’è un modo specifico per praticarlo. Se qualcuno vuole intraprendere la strada della competizione, allora per me non c’è niente di sbagliato. Finché i praticanti sono sinceri e coerenti con se stessi non possono sbagliare e progrediranno sempre, qualunque strada essi scelgano.

Detto questo la competizione richiede una preparazione specifica prima di essere affrontata e ciò è contro il modo in cui mi alleno. Inoltre tende a mettere a confronto le persone e non credo che questa cosa e il parkour possano stare assieme: come si può giudicare l’unicità del muoversi di una persona contro quella di un’altra? Da quello che ho potuto osservare le competizioni inevitabilmente diventano giganteschi festival di tricks, incentrate su chi spara le cose più grosse a discapito della fluidità, della creatività e di altri componenti che personalmente reputo di valore inestimabile. Le competizioni incentrano tutto sulle “mosse” non sul “movimento”.

Personalmente reputo che l’ottica di competitività tenda a creare scarsa lungimiranza e questo è testimoniabile dalle più che smisurate quantità di studenti desiderosi di imparare i flips quando le basi, movimenti fondamentali quali volteggi e salti di precisione, rimangono totalmente ignorate ed in uno stato pietoso. (…) Ripeto, non sono contro nessuno che voglia competere, ma sono contro le persone che vengono tirate su sul carro da parata non pensando più a se stesse, abbandonando la creatività e rimpiazzandola con popolarità e autoglorificazione… il parkour non è uno sport da produzione di massa, non è stato ideato per essere tale e mai dovrebbe diventarlo.


Più in dettaglio, che significato ha per te il parkour? È un’arte, uno sport, un gioco o uno strumento per essere migliori? Come ha influenzato la tua vita?


Non pratico il parkour come “arte della fuga”, non mi interessa scappare dalla polizia o testare la mia abilità dal fuggire da una qualsiasi situazione, ho vissuto 24 anni della mia vita senza incorrere in alcun evento simile e non vedo così pratico allenarmi in tale maniera. Di sicuro sono convinto che il parkour possa essermi d’aiuto in un’emergenza, ma il mio approccio ad esso è più profondo, vasto e spirituale dell’allenarmi a scappare. Lasciare all’ambiente circostante il compito di dettare il mio movimento e esplorare ogni possibile interazione: questa è la migliore descrizione del mio stile d’allenamento. Sono dedito al muovermi fluidamente e con competenza, mi piace che ogni movimento mi guidi al prossimo e cogliere le persone di sorpresa con creatività. Il mondo è grande, ogni salto è differente, ogni ambiente e spazio sono unici… il parkour è un viaggio eccitante senza altipiani in cui rimanere fermi!


Questo è un detto a cui sono giunto e che amo condividere con i miei studenti: “Più migliori, più riesci a vedere. Più riesci a vedere, più riesci a fare. Più riesci a fare più ti è concesso di vedere”. Il viaggio del parkour è una scalata senza fine, non ci si ferma mai dall’affrontare sfide indipendentemente dal livello di competenza che si ha. Adoro l’aspetto risolutivo dei problemi della disciplina, dell’affrontare costantemente sfide di cui devi trovare la soluzione… (…)

Il parkour è una piattaforma per liberare la creatività e c’è così tanto che si può imparare da se stessi semplicemente allenandosi. Paure irrazionali contro paure razionali, superare dubbi, lavorare duro per completare una sfida, vedere se stessi autenticamente e sobriamente. Non puoi sopravvalutarti nel parkour e allo stesso tempo impari velocemente a non sottostimarti; un praticante non ha scelta se non quella di affrontare il vero se-stesso a testa alta: senza maschere, senza filtri, senza cagate.


Questa autenticità che le forze del parkour hanno creato, ha originato un incredibile comunità di persone autentiche. Ognuno è emozionato degli altri, ognuno si interessa agli altri, ognuno vuole essere d’aiuto. Grazie ad esso posso andare dall’altra parte del mondo e stare con qualcuno che non ho mai incontrato, semplicemente perché condividiamo la stessa passione. (…)


Recentemente hai subito un grave incidente alla gamba destra e successivamente in uno dei tuoi ultimi video3 hai dichiarato “Non sono agitato né preoccupato per il mio infortunio – per quanto possa essere difficile da credere - ma per me il parkour non è mai stato basato sul diventare più potente o bravo, ma sull’adattarsi. (…) A causa di questo la mia gamba rotta non è un regresso, ma un nuovo contesto che dovrò affrontare” L’adattamento qua sembra essere la chiave del tuo modo di approcciare il parkour, nonché una mentalità positiva per creare nuove soluzioni da una situazione problematica.

Non hai paura che ciò possa essere malinteso da molti e percepito come un invito a muoversi a discapito degli infortuni e del bisogno di riposare? Più precisamente, dopo questo evento, dove stabiliresti idealmente la linea di confine tra il muoversi e il scegliere di non muoversi?


Credimi, sono l’ultima persona a voler andare avanti ad allenarsi a discapito di un infortunio: è una cosa stupida e le conseguenze possono essere disastrose. C’è un tempo per tutto, non mi sento in obbligo di allenarmi perché ad ora sono più preoccupato di far guarire bene la gamba… devo aspettare finché i dottori non mi dicano che posso caricarci peso sopra e anche in quel caso dovrò essere molto cauto. L’ultima cosa che voglio è ostacolare o addirittura sabotare la guarigione… ho un’occasione e devo sfruttarla bene. (…) La verità è che non so quanta funzionalità riguadagnerò ed è questo che intendevo con l’adattarsi; guarirà, ma dovrò adattarmi al risultato finale, dovrò riscoprire cosa posso fare. Il modo migliore di affrontare il recupero penso sia quello di fare esattamente ciò che i medici mi diranno, loro sanno meglio di me cosa dovrà fare il mio corpo e mi ci sottoporrò con l’obbiettivo di guarire. (…) Questo infortunio e il suo recupero sono solamente una piccola fase nel grande schema delle cose: ho una vita intera per muovermi, meglio lasciare che questa stagione sia ciò che sia e prendermi il tempo necessario affinché tutto vada bene.


3 Path EP 19 - https://www.youtube.com/watch?v=qVsteddkf0o


Ti sono capitati altri infortuni seri prima di questo? Farsi male fa necessariamente parte del gioco od è possibile crescere evitandolo?


Questo è di sicuro il peggiore infortunio della mia vita. Ci sono stati un altro paio di eventi oltre le semplici botte e graffi, ma questo qua di sicuro le ha vinte tutte. Il secondo peggiore incidente mi ha causato 28 punti sulla tibia destra, l’altro una spalla dislocata, inoltre ho avuto 9 punti sulla fronte a causa della caduta di una barra mentre stavo scalando un edificio. Non direi mai che gli infortuni sono un aspetto necessario del parkour; sebbene possano essere inevitabili, non dovrebbero essere mai ricercati. Penso che allenarsi facendo tutto ciò che è possibile per evitare infortuni sia la strada migliore da prendere, e l’unica strada coerente alle origini del parkour… direi che me la sono cavata bene avendo una sola frattura in 11 anni. Imparare le basi, mantenere una tecnica sicura e perfezionare i fondamentali è di massima importanza; la fretta è la peggior nemica del parkour e nessuno è al di sopra di un atterraggio sicuro o di una buona roll. Non ci si inizia a muovere semplicemente sorpassando le basi, perché queste sono i pilastri che tengono tutto in piedi e farne una manutenzione regolare ed approfondita è ciò che previene il tutto dal crollare. Il mio infortunio è stato completamente fortuito, difatti tutti miei infortuni lo sono stati… non mi sono mai fatto male per la fretta di arrivare a qualcosa e ne ho fatto un’abitudine. Conosco tonnellate di persone che si affrettano nel voler fare le cose, che sono impazienti e alle quali potrebbe non fregargliene di meno delle basi, ma vedi, queste persone sono più giovani di me.


Sei stato influenzato in qualche maniera nel tuo punto di vista e nel modo di praticare dal contesto originale del parkour (quello dei fondatori Yamakasi e dell’Art Du Déplacement)? La storia della disciplina è ben conosciuta tra i praticanti americani con cui ti alleni?


È qualcosa di irregolare qui negli Stati Uniti… di sicuro le persone conoscono gli Yamakasi, Parkour Generations, Parkour Origins e simili, ma quella conoscenza riguarda principalmente noi adulti. La maggioranza della comunità del parkour è giovane, composta perlopiù da ragazzi e adolescenti travolti dalla “mania”, la cui esposizione alla disciplina è avvenuta attraverso i video popolari di YouTube.

Personalmente non sono molto sintonizzato coi padri della vecchia scuola, perché non faccio ripetizioni mirate dei movimenti, non faccio lo stesso catleap 20 volte di seguito, non faccio quadrupedie per tutta una rampa di scale, non lavoro uno specifico salto di precisione 100 volte.
Penso che la loro principale visione del parkour fosse una forma pratica ed alternativa di fitness4, che si allenassero per essere forti e competenti, “Essere forti per essere utili”. Non ho mai visto il parkour attraverso il filtro del fitness e dell’esercizio fisico, per me è sempre stata una piattaforma di creazione e creatività, basata sul momento, sull’ispirazione. Fare 10 muscle-ups di seguito non mi sembra divertente, non lo farei. (…) Faccio letteralmente solo parkour, ed è questo che mi tiene allenato, i muscoli che sviluppo e le capacità che apprendo sono completamente naturali e pratiche. (…) Di sicuro apprezzo ciò che hanno fatto perché è grazie a loro che il parkour si è diffuso in tutto il mondo, ma immagino che il mio approccio sia più spirituale ed estetico.



4 questo è uno dei malintesi che indicavo relativi al diverso contesto di origine, dato che chi conosce i fondatori non vede in loro l’ottica del fitness



Come viene percepito dalle persone il parkour negli Stati Uniti? È un fenomeno ben conosciuto o sta ancora crescendo?


Direi che la maggior parte delle persone ad ora abbiano sentito la parola “parkour”, ma questo non significa che sappiano che cosa sia e la maggior parte di loro crede che si tratti di gente folle che fa acrobazie da stuntmen sui tetti e cose del genere. Di sicuro YouTube e altre fonti commerciali di informazione non aiutano ad andare oltre quella visione… il parkour è sicuramente in crescita e lo sta facendo ad un ritmo veloce e pazzesco. Le palestre stanno spuntando un po’ ovunque e non è strano avere classi da 30 allievi di questi tempi, dato che di sicuro c’è interesse a riguardo, ma allo stesso tempo ci vorrà tantissimo per far capire alla gente comune cos’è veramente questa disciplina.

Di sicuro neanche American ninja warrior è d’aiuto, la maggior parte delle persone unisce le due cose nella loro immaginazione pensando che l’uno sia l’altro… sfortunatamente l’atleta di parkour/freerun medio degli Stati Uniti è quell’adolescente incosciente che ha visto le “robe di parkour” su YouTube e pensa di poterle fare senza prendersi il tempo necessario per sviluppare delle solide fondamenta. Non è un caso che le cittadinanze e le forze di sicurezza abbiano una visione negativa della disciplina e pensino che sia uno sport pericoloso, da incoscienti. Molti pochi capiscono quanto sia una forma d’arte disciplinata e tranquilla, sfortunatamente anche molti praticanti stessi lo comprendono e vanno avanti in questa direzione… ma ci sono anche molti di noi determinati a diffondere un messaggio positivo, che vogliono sia mostrato e compreso nella maniera giusta, che non vogliono problemi con la polizia e la popolazione ma che sperano venga visto come una bellissima forma d’arte mirata a potenziare la vita delle persone. (…) Il parkour è per tutti e tutti possono beneficiarne impegnandosi in un corretto modo di praticare. Il parkour ha quel potenziale.


Quali sono i tuoi piani durante questo periodo di recupero? Verrai mai in Europa? Ci sono dei luoghi qui che vorresti visitare per motivazioni legate al parkour?


Attualmente sono perlopiù concentrato sulla guarigione; ho regolari sedute di chiropratica e di agopuntura e sto facendo esattamente ciò che i medici mi dicono di fare, per essere sicuro che il mio infortunio guarisca nel miglior modo possibile. Dato che non posso muovermi ed allenarmi, sono più coinvolto in altre aree della mia vita di quanto non lo sia mai stato prima: sto scrivendo musica, studiando la Bibbia e memorizzando passaggi, svolgo mansioni alla reception anziché insegnare e sto guardando tanti film ed anime. Faccio ancora video qua e là e sto realizzando alcune mie idee sul parkour attraverso i miei amici e colleghi. Mi piacerebbe venire in Europa! Non c’è alcun posto in particolare che voglia visitare dato che vorrei andare ovunque! Non sono un pellegrino della disciplina e non sento l’obbligo di andare in qualche specifico spot o posto famoso, il mio stile di allenamento utilizza qualsiasi cosa ci sia attorno e il mio modo di muovermi ne sarebbe sempre e comunque soddisfatto. Semplicemente voglio vedere il mondo ed espandere la mia visione di esso ovunque io vada.



Intervista, traduzione e adattamento: Ravi Semenzato

Traduzione e revisione del testo: Elena Zennaro

lunedì 27 luglio 2020

Music explained

Some days ago I posted this on my instagram, asking the audience:

"Are you able to make the very point of this yourself?"

As it appeared too much hermetic for some and too much simplistic to others, here I am making some explanations.

First video shows me playing some variations on "Mosquito Song" by Queen of the Stone Age. Despite my rather mediocre self-taught guitar skills, I clearly have been displaying some main interpretations and different ways to play the same song:

- first, most basic version, mechanic execution, rather good but not remarkable;
- second, very similar but introducing more "sentimento", adding depth to notes and volume;
- third, extremizing the previous variations, each note played "alone" resulting in separated entities;
- fourth, playing on rhythm, more "breath", still aiming to create a dramatic effect;
- fifth, pace rushing to higher speed, bridge part played quietly in palm mute technique becoming a secondary element.

As you see, main structure is quite always the same, melody almost unaltered, picking same notes, but... result is different. Each of this variations add a more specific overall feeling, it can be dramatic, annoying, energetic, sad.

Now let's go to the parkour videos: they're showing me executing rather a simple line on rails, two vaults, a landing and steps in between.
At first glance it appears I'm moving slower or faster, playing a bit with rhythm. Rather correct but we've been hitting just the surface.
Second thing you'll notice is that I'm playing on volume, adding "depth" to the line, expressed in consciousness of each movement.
On a deeper layer I'm incorporating feelings, displaying anger or serenity, then images and concepts, that is primary expressed through the way I connect my body with the support. It can be just a light touch or engaging with floor in a spiral pressure, like my feet were screws.
Finally, I'm shifting my focus on different goals: to be fast, harmonious, effortless, powerful on takeoffs, silent and controlled on landings. Each of those philters and details are actively making the soup unsalty or really tasty and full of personality. And for many of these details that came to my experience I've to thanks an underrated movement practice such as the one of playing musical instruments.

Why is meaningful to explore a deeper level of details and how it can be implemented within our training.

I'm not prone to be too much sophisticated and unpractical on what I'm doing, so here a list of first use application of this concept:
- improving kinesthetic differentiation (efficiency, generating and distributing power, improving some conceptual practices such as stealth training);
- training footplacement and the way you connect to floor/surfaces;
- development of a personal "style" and adding colors to "self expression" through movement;
- experimenting different breath patterns and solutions (apnea vs regular vs distributed);
- overall
improvement of sense of "flow".

Implementing this in our practice it's rather simple, it takes just a training aimed to repetitions (two birds with one stone) that includes a combo of few movements. Conceptually it's the same of training variations on a line, instead of using different vaults or looking for challenging upgrades of the same we're just playing on a micro-scale, focusing on all that lays under the tip of the iceberg.

Enjoy.



sabato 23 novembre 2019

STORIA DI UN SALTO

Vago per il parco, alla ricerca di voglia di allenarmi.
La testa è da un'altra parte, arrivo al primo posto designato, voglio filmare qualche passaggio interessante ma sono poco ispirato. Umidità e scarsa luce mi deprimono. Ad un tratto torna in testa un vecchio salto da sempre immaginato, in una zona relativamente asciutta ed illuminata del parco. Capisco che è una di quelle giornate nelle quali “il coraggio va rinnovato”, e che l'unica modalità di lavoro che sento possibile è proprio una di quelle che mi obblighi a dare tutto me stesso.

Gli ingredienti ci sono tutti: senso di sopraffazione -di non farcela nei miei progetti e di soccombere a vecchie e nuove difficoltà-, scarsa energia mentale e fisica, il buio strisciante in giornate sempre più corte. Da qui la necessità di un atto che mi dia la forza, la decisione e l'energia che mi servono per poter rompere quella morsa che mi stringe lo stomaco.

Mi dirigo dunque all'arena d'acciaio - teatro tanto vero quanto figurativo della mia imminente battaglia -. È questa un'ampia struttura semicircolare a gradoni, interamente di metallo, contornata nella parte più alta da una balaustra che si affaccia nelle estremità, e a qualche metro dal suolo, a due lampioni-obelisco dello stesso materiale, entrambi modulati a griglie quadrate.


Il riscaldamento è nullo, giusto quella minima attivazione dall'aver pedalato, salgo sopra la balaustra e caccio subito il catleap verso il lampione (nda. salto con atterraggio in appensione su di una parete), dandomi giusto qualche secondo di preparazione. È un salto che già conosco e che ho rotto in numerose altre variabili, dal freddo al buio, dal bagnato alla stanchezza, privato della forza da 200 squat a singola serie. Ma è un salto che ha lasciato anche delle cicatrici, un tentativo passato con un handplacement sporco (ndt, posizionamento delle mani) e due dita incalcate sulle griglie d'acciaio, doloranti per mesi.
La mia esperienza attuale tuttavia mi permette di saltare in completa sicurezza, nonostante i mesi di latitanza dal luogo. Non lascio che alcuno spettro d'esitazione si affacci ad instillare dubbio. Anche l'assenza di riscaldamento è una scelta voluta seguendo questa direzione.

Il tentativo d'apertura è corretto, morbido, energizzante. Inizio dunque a studiare il salto vero e proprio. Risalgo sulla sbarra, osservo il catleap immaginando l'atterraggio molto più in basso rispetto alla variabile statica in piedi. L'atmosfera cambia, inizia ad infiltrarsi la paura che smuove lo stomaco e dona un senso di agitazione che attiva completamente, come un riscaldamento deciso ed intenso. L'idea è di rendere quel catleap da statico a dinamico, staccandolo da un monkey (nda. volteggio frontale spinto con le mani), cosa che comporterà molto plausibilmente un atterraggio con le mani appese allo stesso livello della balaustra di stacco. L'esitazione già si affaccia, solamente visualizzando il salto da fermo: un atterraggio così basso impone di mettere le mani sulle griglie più grosse dove già ho subito il passato infortunio. Memore di recenti distorsioni alle dita il senso di sopraffazione è alto, non riesco a saltare e smonto, distraendomi con qualche altro movimento.

Ritorno nuovamente alla sbarra, questa volta mi concentro sullo stacco del monkey. L'acciaio con lo stacco piatto, asciutto e freddo restituisce la sensazione di mani che slittano, orribile come può esserlo solo il contatto di suole di gomma nuove sullo stesso materiale, ma bagnato.
Non è però questo il fattore che per anni mi ha frenato dal tentare questo salto. L'atterraggio non è perfettamente frontale, bensì si posiziona per buona metà su lato sinistro rispetto alla balaustra di stacco, rendendo per questo motivo il salto, un salto angolare. Dalle mie previsioni le mani non si poggeranno regolarmente sulla sbarra frontale della balaustra, perché questo comporterebbe la proiezione del corpo non obliquamente, ma dritto avanti. La metà sinistra sul lampione, la metà destra sul vuoto. La soluzione che intravedo quindi è quella di un handplacement misto, una mano dritta sulla sbarra frontale, un'altra obliqua, sulla sbarra a lato che fa angolo nella balaustra. Una soluzione angosciante per un salto che comporta altezza, resa ancor più angosciante dalla necessità di afferrare saldamente l'appoggio con le dita, onde evitare di scivolare coi palmi.

Affiorano i dubbi. Quanto posso variare ed adattare con controllo una tecnica, che viene perlopiù affrontata frontalmente, in una situazione del genere? Ne sono all'altezza? Decido dunque di separare il movimento nelle due fasi distinte: volteggio con poca spinta ed arrivo sopra la balaustra con i piedi a rimpiazzare velocemente le mani – così da permettermi di studiare anche i passi dello stacco, a loro volta obliqui- e catleap, orientato verso le griglie inferiori. Questa volta l'esitazione deve essere al minimo per non esserne sopraffatto, e così sarà. Mi do qualche secondo in più rispetto al salto iniziale, ma una volta sopra la sbarra nel giro di poco tempo sto già saltando verso il lampione. L'atterraggio è solido. Non bello, non accurato, non leggero, ma solido. Senza danni. Una bella progressione, qualche elemento in più in tasca, ma non IL salto.

Ripeto un altra volta, stesso risultato, ma iniziano ad emergere altre problematiche: la rincorsa leggermente obliqua e vicina alla balaustra comporta la collisione di una delle mani con la balaustra stessa durante il caricamento della spinta. Inoltre l'handplacement da già poco scontato lo diventa ancora meno, in quanto una leggera differenza può comportare una decisa deviazione di traiettoria, spingendomi anche troppo obliquamente, al limite dello spazio d'atterraggio. Cosa totalmente possibile nella velocità reale di quando dovrò decidermi a saltare.

Mi concedo un altro tentativo, più rapido, ma che comunque deve essere uno degli ultimi. Non voglio inquinare tutto il processo con ventimila riti, indecisioni, insicurezze. Le progressioni ripetute all'estremo rischiano di diventarlo esse stesse. Ad un certo punto della pratica tutto si riduce a due possibilità: o ce l'hai o non ce l'hai. E io questo salto ce l'ho.
C'è la distanza, c'è la luce - sufficiente, per quanto buio, grazie ad uno dei faretti degli obelischi -, ci sono la forza e la reattività, c'è la tecnica - per quanto questa richieda una notevole capacità di adattamento e controllo dei singoli dettagli - con anni di ripetizioni alle spalle.

Ma c'è anche la paura. E il salto è il punto in cui tutte queste sensazioni contrastanti convergono.

Ne sono attratto perché è medicina. È cura, fiducia, è una risposta da me stesso, per me stesso. Energia nuova che sostituisce quella vecchia, ormai consumata e contaminata da dubbi, indecisioni, amarezze.

Ne sono repulso perché può essere un terribile veleno.
Perché da perdere c'è tutto: la propria salute con ciò che ne consegue, la fiducia nel muoversi, la sicurezza nel poter portare avanti la disciplina che si ama. La scelta si divide così nei due estremi: non farlo, rimanere dove si è con i propri dubbi o saltare, esporsi a tutte le conseguenze, dissipare quei dubbi o confermarli.

Inizio a filmare. Non mi interessa un trofeo, voglio più elementi possibili su questa esperienza. Ritorno per un nuovo tentativo spezzato, questa volta l'ultimo. Poi vado su, il tempo dei preparativi è finito. Guardo il salto, lo ristudio, simulo l'atto dello stacco con le mani. Vado al punto di partenza della rincorsa, inizio a visualizzare l'obbiettivo: devo farne uno solo, nessun dogma dei “3” buoni.

Il respiro è affannoso, tutti gli errori immaginati riemergono. Mancare la sbarra di stacco con una delle due mani, agganciando i piedi alla stessa e proiettando il proprio corpo in maniera incontrollata verso l'arrivo con il volto esposto in avanti. Sbagliare la traiettoria e costringersi ad un salvataggio rovinoso sull'angolo del lampione. Arrivare con troppa spinta a causa dell'adrenalina, piedi troppo alti e mani che non si agganciano, caduta incontrollata con la schiena esposta.

Mi preparo, ma ogni volta che voglio partire allungo un piede indietro di rincorsa, come se il salto, l'avversario, mi spingesse via con la sua forza. Il respiro è affannoso, sento vampate di calore. Parte del mio lavoro è unicamente orientato a rilassare il corpo, mettermi in uno stato di quiete dove le adrenaline non siano così forti da interferire con il gesto tecnico. Ogni volta che voglio partire mi sento paralizzato, è una situazione così opprimente che voglio urlare, disperarmi, piangere perché non riesco.

4 minuti passano, rimango fermo.

Il primo round è andato e l'ha vinto il salto.

Mi concedo un altro tentativo, risalgo, ristudio le mani e ritorno in posizione. Sono più calmo questa volta, meno agitazione, ma lo stato di tensione è ancora altissimo, indietreggio ancora nella rincorsa. Sento la decisione che inizia a salirmi dentro, ma aspetto troppo, arriva un gruppo di anziani a passeggio che mi osservano e la distrazione è fatale. La decisione non rimonta più come prima. Inizio a vagliare un approccio diverso, quello del rimuovere ogni filtro di autoconservazione ed astrarre così tanto la situazione da non renderla più quello che è: spaventosa e reale. Un modo di lavoro che ho già utilizzato in passato, mai su salti così opprimenti. Un modo di lavoro che permette di essere rilassati e coordinati , nel quale ci si abbandona alla piena fiducia nelle proprie capacità. Un modo di lavoro pericoloso che non può essere confermato con questo salto. Un modo di lavoro che non potrà darmi le risposte che cerco, semmai farmi raggiungere un trofeo effimero ed aggiungere un tassello di follia.

In questo groviglio i minuti scorrono, questa volta 11. L'avversario con la sua forza mi ha piegato e questa volta sono sconfitto: so che non salterò.

Ritorno alla videocamera, voglio filmare un ultimo tentativo spezzato per lasciare una buona impronta ad un lavoro che riprenderò non so più quando. Il momento che ritorno alla balaustra però sorge una domanda netta: io questo salto lo posso fare SI o NO. La risposta è immediata: Io questo salto lo posso fare. Lo VOGLIO fare.

Ritorno alla rincorsa, elimino l'idea del salto spezzato. Devo fidarmi di me. Di tutte quelle sicurezze che ho acquisito negli anni e che non sono un optional.
Un paio di minuti e sto muovendo il primo passo, i successivi si susseguono acquisendo velocità come una valanga. La sensazione “fisica” di decisione non è al massimo, ma l'intenzione c'è tutta. Lo stacco con le mani è un istante, il tempo in aria poco di più. L'atterraggio è solido. Non così obliquo come pianificato, ma molto sul lato destro della colonna, tanto che una delle mani non si aggrappa su di una griglia quadrata ma sullo spigolo corrispettivo. Ma è andato. Senza conseguenze.

Tiro un sospiro di sollievo, profondo e rinfrescante. Salto giù ed esulto pieno di energia. Riguardo ciò che ho appena fatto e rido di cuore.





domenica 14 gennaio 2018

Cronaca di una sfida

Qualche giorno fa ho intrapreso una sfida. 
Da tempo desideravo fare qualcosa di simile, poi questa mi ha “chiamato” e non ho potuto più far finta di nulla.
Qualche giorno di indecisione, freddo, alcuni infortuni mediamente freschi che ancora fanno male, un mese di inattività quasi totale e scarsa motivazione. Se si aspettano sempre le condizioni perfette per fare un qualcosa che si può fare ORA, si è inclini a non farlo MAI.
Studio il percorso e le opzioni. La distanza non è importante, non è un numero di spicco, ma di più lo sono le regole che determinano se la sfida viene persa:


- Mai alzarsi in piedi, mai appoggiare le ginocchia né il sedere a terra fino a metà percorso (estesa poi fino alla fine)
- Muoversi solo in quadrupedia, di qualsiasi tipo
- Pause non più lunghe di 4 minuti sempre in posizione di tenuta o accosciata, il meno possibile, obbligo di muoversi tra una pausa e l’altra
- Non impiegare più di 6 ore per giungere a destinazione
- Acqua consentita, cibo lo stretto essenziale

E parto.

11.40 – Cammino in direzione del punto di partenza designato. L’aria fredda carica di umidità è mortificante e anche le distanze che studio con lo sguardo lo sono. Uno dei talloni, leso da un forte impatto un paio di giorni prima, geme ad ogni passo e mi domando se ho veramente idea di cosa stia facendo.
Arrivo, un riscaldamento veloce, fascio le mani, il sole penetra la foschia, incoraggiante come non mai.

12.00 – Attendo che le campane di Venezia tacciano il mezzogiorno, raccolgo con un goffo rituale la forza in me e parto. Le mani accolgono l’asfalto trovandolo sorprendentemente morbido, ma i primi cento metri sono comunque un duro riscaldamento. Il nastro sui palmi è stretto e ho paura che la circolazione mi si blocchi. Dopo qualche minuto il fisico inizia ad ingranare, il sole splende e l’aria fresca della laguna riempie di gioia i miei polmoni. Procedo calmo e costante, in batterie di passi: ogni 50 cambio tipo di quadrupedia o ad ogni 25 cambio lato. Nessuna pausa tra le transizioni, voglio arrivare alla prima meta, la collinetta del parco S. Giuliano, senza mai fermarmi.

13.00 – Sono in alto sul primo traguardo e la frustrazione mi sfiora: è già passata un’ora, la tappa successiva non si vede mentre la partenza è poco più sotto del mio sguardo! Per fortuna la giornata splende, un sorso d’acqua sciacqua via lo sconforto e riparto, positivo: non ho ancora dato nulla!
Mentre i corridori ed altri avventori del parco mi sfiorano e anche i più lenti si allontanano veloci, il mondo assume una nuova realtà da quella prospettiva.
I passi sono più irregolari adesso, frastagliati da pause più frequenti, frutto dell’aver voluto accelerare con batterie da cento, sfiancandomi invece più velocemente. 
Il coccige duole ed affiora anche un fastidio leggero ai cervicali, alimentato dalla scomodità dello zainetto che porto con me, zavorra che maledico da quando ha iniziato a scivolarmi sempre più sulle spalle e che non riesco a sistemare.

13.30 – Realizzo che una delle regole che ho scelto, quella di non alzarmi mai in piedi, unita alle posizioni di quadrupedia, non mi permettono quasi mai di distendere completamente il capo: un segno di rispetto verso la sfida! Il ponte pedonale del S. Giuliano è finalmente comparso, accelero per arrivarci prima delle 14.00, desideroso di godermi dell’acqua e 4 minuti di pausa. I palmi sono dolenti e alcune quadrupedie di “riposo” sono per questo motivo ora impensabili. Tento di muovermi sugli avambracci, ma mi passa la voglia velocemente.

14.00 – Anche la seconda tappa è superata e sono uscito dal parco. Sono felice, in linea coi tempi e ancora ricco di energie. Le mie mani accolgono con curiosità e sollievo le nuove superfici, stanche dell’asfalto ormai abrasivo del parco. Una signora, per ironia francese, mi domanda se sto facendo un nuovo sport. “È parkour”, le rispondo, “È un tipo di sfida”.


14.40 – Sono frustrato. Questa parte di tragitto è inaspettatamente più lunga del previsto. La chiesa di Viale S. Marco non vuole avvicinarsi e sono costretto alla cautela, dopo lo sfiorare dei primi crampi ai quadricipiti. Sono arrabbiato. Silvia non mi ha più chiamato dopo le 13.00. Come può essersi dimenticata di me, per quasi due ore, sapendo cosa sto facendo, sapendo che mi serve supporto? Desidero ripicche, voler instillare sensi di colpa. Ingoio il tutto, non sono qua per questo motivo.

15.00 – Giungo all’obbiettivo intermedio, riadattato nella mezzora precedente, bivio delle due alternative della sfida e imbocco il percorso che credo essere il più difficile. Finalmente Silvia mi chiama ma perdo la chiamata nei lenti e goffi tentativi di togliermi lo zaino in accosciata. Attendo un secondo tentativo per un paio di minuti, ma non succede nulla e rimetto lo zaino. Sento un messaggio vibrare ma non posso perdere altro tempo. Vedendomi sostare una signora da una casa sulla strada mi domanda se sto male, le rispondo di non preoccuparsi e mi sorprendo di quanto la mia voce risuoni energica e squillante: la fatica che provo è perlopiù mentale. Procedo ma compare un nuovo problema: un ricordo, una fetta di pane con olio e salsa di soia, merenda d’infanzia, si fissa, tarlo nella testa, seguito da un leggero capogiro. Mi ricordo dunque che ho fame e mi ripropongo di mangiare qualcosa una volta raggiunta la prossima tappa.

15.30 – Sono giunto in cima al ponte pedonale di Viale Vespucci. Tra le dita stringo un plumcake della lidl ed è qualcosa di vicino al sacro. Il gusto è lo stesso banale di sempre, ma lo assaporo lentamente con la bocca secca e pastosa, e lo mando giù con l’ultimo goccio del mio primo litro d’acqua. Ho altri due plumcake per insistenza di Silvia, ma già con uno mi è sembrato di tradire una regola non stabilita, perciò li lascio come sono, a spappolarsi tra il cielo e la mia schiena. Il tratto finale è su di un argine all’apparenza poco frequentato e ringrazio quella poca energia che ho assunto, che magari mi eviterà di collassare al calar del buio passando totalmente inosservato. Ho risposto a Silvia che sto bene, ultima comunicazione prima di tornare a casa.

16.00 – Il desiderio di alzarsi in piedi, già presente da ore, è adesso struggente, l’idea di distendere completamente il corpo la più bella che possa immaginare. I cervicali mi opprimono, quanto l’incessante bruciare di spalle ed addominali. Immaginavo che questa sfida sarebbe stata un’allegoria della vita, ma non in questa maniera, avendo idealizzato un qualcosa di drammatico e sensazionalmente emotivo.
Vedo invece le stagioni, i piccoli grandi obbiettivi per i quali si lotta e ci si dispera, che si raggiunge per poi superarli e rincominciare con nuovi. Ogni volta che passo oltre una meta, un grande riferimento visivo e simbolico, e voltandomi a guardarla la vedo ancora vicina sono assalito dallo sconforto, ma vado avanti finché guardando ancora non scompare mentre quella dopo si delinea all’orizzonte. Questa visione mi sostiene e mi rassicura delle mie capacità.

16.30 – La luce sta calando, l’aria pungente di fredda umidità si intensifica nuovamente. Sto procedendo da tempo su un corso di sassi e terra, con difficoltà crescente per le mani e i polsi, costretti a riadattare un gesto sempre più stanco a superfici irregolari e discontinue. Benedico il fatto che la strada si sia asciugata dalla pioggia di due giorni prima sufficientemente da non rendere il tutto troppo scivoloso e frustrante. Mi faccio strada in qualche metro di calcinacci battuti, attento a vetri e a schegge appuntite, giungendo nei pressi della mia penultima tappa prima della fine. L’attraversamento pedonale della rotonda della nuova Via Vallenari presenta il problema evidente delle macchine. Cronometro l’attesa attendendo che non vi siano pericoli immediati e con 6, forse 7, kong al suolo ben assestati, mi lancio il più velocemente possibile dall’altro lato. La spinta brucia il fiato e mi concedo una seconda pausa da 4 minuti, finisco la mia ultima acqua, zavorra in meno per il tratto finale.

17.00 – Il sole è scomparso ed il sentiero è più frequentato del previsto; perlopiù persone a passeggio coi loro cani, i quali, straniti, mi abbaiano contro, alcuni più, altri meno, aggressivi.
Un paio sono di grossa taglia e slegati, le loro voci sono boati fragorosi e minacciosi. Aspetto sempre che i padroni, maledicendo me quanto i loro cani, ne riprendano controllo e mi superino sullo stretto sentiero.
Per tre volte mi accosto a lato, l’ipotesi di venire azzannato è verosimile ma non mi alzo in piedi, non adesso, ed agisco con strategia e controllo, come da inizio sfida.
Sono vicino al mio obbiettivo, ne sono certo, ma non mi riesce di vederlo, a fatica di percepirlo.
Per effetto del buio e della miopia, unite ad una curva sull’argine, i riferimenti visivi che ad ora mi hanno supportato sono confusi e la disperazione inizia a strisciare. Se non giungo al termine entro le 18.00 la sfida è persa e l’unico riferimento visivo chiaro che ho è una luce di semaforo sfocata che pare sempre alla stessa distanza. Sto procedendo ormai solo in quadrupedia classica in avanti, ipotizzo che cambiare forma sia ormai un palliativo ed utile solo a perder tempo, anche non fosse così voglio accelerare e dare il massimo per giungere alla conclusione più brevemente possibile. Eppure ogni volta che alzo lo sguardo sono quei pochi metri assurdamente interminabili delle prima volta che ho fatto quadrupedia. 

17.20 –  Inaspettatamente, nascosta dal buio e dalla vegetazione, compare alla mia destra la stradina che dall’argine accede al parchetto Allende. Scendo i tre scaloni di fango, scivolosi, e ringhio ad ogni passo il mio sforzo. Un altro cane abbaia ed un altro padrone che inveisce. Odore di sigaretta, risate, forse prese per il culo, percepisco, ma non posso vederlo, un branco seduto su una panchina.
Allontano la rabbia, sono gli ultimi metri e non voglio che questa sia il mio carburante e che contamini la sfida e i motivi per cui sono là. Da qualche minuto procedo senza sosta ed ogni passo è vicino al massimale.
Arrivo al totem, centrale al parco giochi, un palo di legno alto un due metri e mezzo con degli intagli per invitare i bambini ad arrampicarsi. Lo taggo con la mano e mi rialzo a fatica, finalmente dritto sui miei piedi. 
Abbraccio il totem, tremante e ad occhi chiusi, per qualche lunghissimo secondo, poi inizio a salire. La cima è difficile, un mezzo pistol squat per il quale impiego un paio di minuti prima di poter essere su con entrambi i piedi. Non posso perdere l’equilibrio, nonostante la ghiaia di sicurezza, sento chiaramente che non riuscirei a gestire alcun impatto da quella altezza e in quello stato.
Oscillante mi raddrizzo in piedi, riacquisto dignità.

Nessun urlo liberatorio immaginato. Nessun gesto teatrale di braccia aperte. 
Solamente il cuore leggero ed una consapevolezza: ce l’ho fatta.

Scendo cautamente e collasso per lunghi minuti su una comoda giostra, il corpo assente, finché non giunge il freddo. Mi rialzo e mi trascino verso casa con un solo desiderio: una fetta di pane con olio e salsa di soia.

DIETRO LA SFIDA

PERCHÉ NO

Dare una spiegazione a tutte le motivazioni che mi hanno spinto ad intraprendere questa “challenge” e a perseverare nel suo compimento potrebbe essere un processo molto lungo e difficile, considerando tutti i fattori più intimamente personali di cui non scriverò.
Giusto per dare un po’ di chiarezza in più, voglio partire delineando i motivi per cui NON ho portato avanti questa sfida:

- Per tributo verso qualcuno. Non ho interesse nel compiere qualcosa del genere per attirare l’attenzione di qualche “idolo” o renderne omaggio. Come sempre credo nella natura individuale di ogni percorso e che certe persone siano là dove sono per poter ispirare, non per essere tributate, tantomeno scopiazzate per “dovere”.
- Per diventare “leggenda”, per fare un record, per vanità. Un’ambizione del genere è tentante e stimolante ed ha sfiorato la mia testa durante la sfida più di una volta, ma è un’idea che ho sempre allontanato in fretta, per non dover contaminare le ragioni che volevo mi spingessero ad essere determinato. 
Men che meno mi sento parte di una cerchia di eroi. La sfida che ho intrapreso è relativamente modesta ed accessibile a molti praticanti ben motivati, sono sicuro che già molti altri hanno portato i propri limiti ben oltre dove li ho portati io in termini di fatica e distanze. Per non dire che gli eroi stanno da un'altra parte, a fare cose più utili al genere umano.
- Per masochismo o amore del dolore. Amo il benessere fisico e sono sempre più dell’idea che “noi siamo il nostro corpo” (cit. Bruce Lee), in contrapposizione a quella del corpo-oggetto, spesso giocattolo da rompere ed aggiustare nella nostra società moderna.
- Per potenziare. Sembra ridicolo e scontato ma c’è chi fraintende sfide del genere come mezzo per allenare il fisico e non come sfida verso sé stessi. Devo ammettere che sento un benefico e tonificante indolenzimento muscolare, esteso per tutto il corpo, con riduzione massiccia della sensazione di infiammazione dei piccoli infortuni cronici e di sicuro ci sarà stato qualche piccolo guadagno in termini muscolari. Ma dubito altamente che la mia forza, se non quella mentale, possa essere aumentata, tantomeno la mia potenza di salto. Nel caso dovessi sbagliarmi, non era assolutamente preventivato e sarei sinceramente stupito di aver guadagnato in 5 ore e mezza di sfida ignorante qualcosa che di solito impiega settimane di metodo.

PERCHÉ SI

- Per amore della sfida. Se il parkour è reinventare lo spazio urbano e vedere opportunità dove altri vedono ostacoli, allora anche qualche kilometro di pista ciclabile può diventare montagna da scalare.
- Per dare valore alla propria pratica. Se si crede veramente in qualcosa che si ritiene bello e prezioso, talvolta bisogna portare la coerenza oltre ciò che si fa di solito. Per anni ho nutrito delle sfide che non fanno interesse né spettacolo e le ho sentite sminuite rispetto ad un qualsiasi movimento esplosivo standard, nonostante nutra con passione anche quel lato. L’ultimo anno per vari motivi mi sono trovato sempre più obbligato verso un parkour di movimenti non “miei”, sia per obblighi di coaching sia per lo “standard” mediatico sempre più assillante. Se da una parte è stata un’occasione di crescita e di risoluzione di “nodi” che erano fermi nella mia pratica e che sentivo l’obbligo di sciogliere, dall’altra è stata un’esperienza frustrante di spinta verso una direzione nella quale le soddisfazioni sono sempre effimere e povere, quando le si trova a paragonarsi ad un determinato standard. Ma soprattutto una direzione spoglia di una certa riflessività che ha sempre nutrito la mia crescita interiore, in quanto orientata unicamente al gesto tecnico. Quando mi è entrata l’idea in testa di fare una sfida veramente massiccia che mancava alla mia pratica, l’ho fatto proprio con l’idea che avrei potuto “sacrificare” un parte della mia esplosività per nutrire quello che più è utile nella mia visione di parkour: il cambiamento.
- Per conoscermi. Ora ho una consapevolezza in più di dove posso portare i miei limiti e tutto il processo è stato di dialogo. Non solo con lo io interiore, ma soprattutto con il corpo: quali strategie adottare per riuscire al meglio nell’impresa, cosa mi fa male e cosa no, cos’altro può essere utile a muovermi meglio etc. Un enorme processo cognitivo per un unico gesto prolungato nelle ore.
- Per ispirare. Me stesso per primo, per avere conferma delle mie capacità ed infondere nuove energie ad una pratica che nell’ultimo anno è stata difficile da motivare, pur essendo sempre stata attiva e non povera di risultati. Poi le altre persone: vecchi compagni d’allenamento - magari quelli che stanno mollando la presa e non sanno più in cosa credere -, giovani praticanti - che vorranno confrontarsi in sfide simili o ambire ad andare oltre -, e chissà, magari persone che non hanno mai capito cosa vuol dire allenarsi in una certa maniera e qual è la strada verso la vera “libertà”. Per non parlare di tutti coloro al di fuori del parkour che magari hanno bisogno di un po’ di “gaso” per portare a termine qualcosa d’importante per le loro vite.
- Per altri motivi, più intimi e privati, magari ricchi di “misticismo orientale”. Posso solo dire che tra un passo e l’altro che contavo ho anche recitato, talvolta, qualche mantra.   

lunedì 5 maggio 2014

Ci si dispera per la vetta ma non si guarda la strada percorsa

Mi ritrovo a rispolverare il mio vecchio blog, abbandonato dagli ultimi mesi d'Australia per buttare giù qualche pensiero di getto a riguardo del percorso iniziato oramai quasi 5 anni fa.
Chi si allena con me e mi conosce sa che il responso medico ai miei opprimenti problemi alla schiena consolidatisi dopo la brutta caduta di quasi due anni fa in Tasmania è inequivocabile: ernia lombare L5-S1, le due vertebre alla base della colonna vertebrale. Gli 8-9 mesi di fermo dall'allenamento (ma non da lavori pesanti e situazioni scomode) hanno nutrito giusto quegli effetti che mi hanno permesso di ridimensionare se non di far scomparire quasi del tutto l'infiammazione al nervo sciatico, ma ben poco hanno aiutato alle frequenti e periodiche infiammazioni ai lombari alle quali mi sono dovuto abituare.

È un po' un calvario fisico e psicologico il dovermi adattare a questa situazione, frutto di un eccesso di confidenza nell'euforia del primo mese australiano... Nel non sapere come starò tra un paio d'anni o quanto questa condizione inciderà sulla mia salute in un futuro più lontano, a causa del naturale decadimento fisico, non nascondo di ritenere non del tutto infondate le preoccupazioni di chi mi ha visto riapprocciarmi a quello sport che mi ha trasformato da un aspirante atleta ad un infortunato cronico spaventato dal proprio futuro.
Quale proverbio è dunque vero tra "il lupo perde il pelo ma non il vizio" e "chi si scotta impara a non giocare con il fuoco"? Dalla mia esperienza attuale direi che sono giusti entrambi.


Per quanto vero, non voglio nascondermi dietro il dito che il mio infortunio sia abbastanza comune e capiti anche solo sollevando un vaso, non trattandosi del mio caso. Posso però constatare con sicurezza che una situazione pregressa di lavori pesanti alternati a vita sedentaria e tabagismo, e all'improvviso la folgorazione per il parkour e lo spingere costantemente senza riposo per il sentirsi sempre indietro rispetto ad un'ipotetica tabella di marcia, lo spingere perché ne avevo bisogno - anche al costo di non essere altrettanto impegnato sul lavoro o nei rapporti affettivi -, mi abbia portato a quella situazione, anticipata da vari attacchi al nervo sciatico e concretizzatasi con un movimento sbagliato su di un'area apparentemente sicura che invece mi ha lasciato al suolo, per non so quanto tempo, agonizzante e spaventato.

Un affronto a me stesso, quello che si ripeteva che ci vuole preparazione per  le cose, che il momento in cui sottovaluti l'ostacolo è quello in cui ti fai male, un percorso forse obbligato per molti che decidono di affrontare una disciplina impegnativa a livello fisico e mentale.
Ma non è del dolore, né del compiangersi che voglio parlare, ma di come si cerca di trarre frutti da una situazione potenzialmente distruttiva, per adattarsi e migliorare. Come dicevo i proverbi citati sono entrambi verosimili, dai vari punti di vista con cui li si affronta. Il parkour è uno sport potenzialmente pericoloso e logorante, di fatto lo sono tutte le discipline sportive praticate a vari livelli d'intensità, ma attualmente non abbiamo ancora una reale conoscenza di quali effetti questa produca nei decenni, essendo che i praticanti più anziani sono ancora anagraficamente giovani e relativamente prestanti... È anche vero, dall'altro lato, che le metodologie con cui si affronta la pratica sono in costante evoluzione, gradualmente più specifiche e condivise ad una fascia sempre più ampia di atleti. Ciò non toglie che il vizio del praticare può portarti a ripetere errori, magari incalcolabili, dettati dalla fatalità, più frequentemente dettati da una mancanza vera e propria della conoscenza dei propri limiti, da una sovrastima delle proprie possibilità o da una "banale" mancanza di concentrazione.

Conscio di queste cose -qualche infortunio leggero e qualche altro un po' più fastidioso non sono mancati dal momento in cui ho ripreso ad allenarmi- sono qua di nuovo a giocare col fuoco, stando molto più attento di prima a non scottarmi. Ho già letto un articolo, non mi ricordo dove, che spiegava come gli infortuni siano una parte del percorso di un atleta, effettivo od aspirante che sia, di come questi possano cambiare la percezione del proprio allenamento e attivare meccanismi di adattamento per sopperire a quello che manca.
Con la schiena il discorso è un po' più complesso, si infiamma più o meno a caso, con i muscle-up, con le flessioni, con i salti di precisione, con gli squat, stando seduto, stando a letto troppo a lungo, stando i piedi troppo a lungo. Questa è già - per assurdo - una prerogativa per la quale ritornare ad immergersi in un qualcosa che manca visceralmente. Poi viene la consapevolezza che l'inattività può solo peggiorare la situazione. Ma più di tutto viene quel bisogno, che non è semplicemente quello di giocare ma bensì quello di sentirsi forti, di avere fiducia -una fiducia reale- delle proprie capacità.
Il sapere che è un momento difficile -per me, per tanti, vicini e lontani, per la crisi, per il mondo in cui ci troviamo e le varie realtà della vita- e che in questo scenario non posso permettermi di sprofondare ancora nelle debolezze, non tanto per me stesso ma anche per chi ho vicino


È quel bisogno che da anni mi spinge ad allenarmi da solo nel piccolo paese-dormitorio di periferia in cui vivo, sotto la curiosità a volte bonaria a volte ostile dei passanti, tra quelli che mi indicano nello stupore quando faccio qualcosa che pare spettacolare o gli altri che pensano ad un nuovo scemo/pazzo del villaggio quando salto sui muri o attraverso il parcheggio del cimitero in quadrupedia; ed è sempre lo stesso che mi ha riportato con convinzione sulla vecchia strada, nonostante la paura -non infondata?- che sto aggiungendo danno al danno, che sto smantellando di mia propria volontà il mio corpo inseguendo dei risultati fisici e mentali che a volte sembrano scoppiare come bolle di sapone davanti alla faccia: tanto bruciore negli occhi e vuoto dove prima c'era un'idea che fluttuava. E mi siedo a domandarmi cosa ho raggiunto in questi anni, come mai mi sembri di essere ancora al punto di partenza.


Ma di strada ne ho fatta.

La percezione di ciò che faccio è effettivamente cambiata e grazie allo spirito di adattamento vedo una nuova risorsa nel mio infortunio. La sensibilità fisica, il dolore, sono un nuovo ago della bilancia per capire quanto pesante sto andando, e sono un limite stesso -a volte svilente- di quelle che sono le mie capacità, la coscienza che certi salti li ho contati e che certi massimali difficilmente li recupererò.
Sono combattuto tra la fiducia del vedermi comunque in miglioramento graduale e soddisfacente -attraverso un impegno costante, un tecnicismo più curato (nei miei limiti propriocettivi) e un lavoro più razionale e mirato a limitare i danni che ho-  e la consapevolezza di aver messo sulla bilancia quella che potrebbe essere la mia salute presente e futura anziché rassegnarmi alla realtà, curarmi a fondo per quanto possibile e concentrarmi su altro.

Forse sarà così tra qualche anno, forse ho bisogno di realizzare che il parkour è un sogno svanito dopo aver lasciato profonde cicatrici e che quello che avevo da prendere da questa disciplina l'ho già preso, ma la verità è che in questo momento sono ancora nella corsa e che ciò che pratico continua ad essere il miraggio di ciò che voglio diventare, dello sbarazzarmi delle mie paure ed insicurezze, del voler imporre la volontà che imprimo in un salto a tutti gli aspetti della vita, del volermi sentire soddisfatto del mio impegno, -perché la soddisfazione è una delle chiavi per poter stare con se stessi e in società a testa alta-, del poter trasmettere la mia stessa dedizione ad altri e poterla traslare nelle sfide che un giovane investito dagli eventi della vita deve affrontare.

È con affetto e preoccupazione che guardo i nuovi praticanti che mi affiancano, in alcuni di loro scorgo il mio stesso bisogno di dare una svolta alla propria vita, di smettere di essere passivi agli eventi e del maturare sufficiente confidenza e sicurezza nel movimento per tradurlo poi nella direzione in cui si vuole rivolgere i propri passi.

Vedo me che sono cresciuto in questi ultimi anni, che sono diventato adulto, forse per il dolore, forse per le esperienze che ho fatto o perché è qualcosa di fisiologico, ma mi piace credere che in grande parte questo è successo perché mi sono buttato in un gioco da bambini che mi sfida a crescere costantemente. Questo è anche ciò che vedo in molti altri compagni, ciò che mi arreca dispiacere in coloro in cui non vedo questo bisogno - e che a mio parere ne trarrebbero grande vantaggio - e per opposto, ciò che mi spaventa negli altri in cui vedo troppo questa necessità: questa smania ancora confusa, rabbiosa, quasi isterica, di allenarsi, progredire, a ritmi pressanti come avevo io. La paura non è solo quella che possano cadere in infortuni debilitanti o in errori vari del percorso, ma che nel colmo del loro entusiasmo possano ingabbiarsi in una visione distorta in cui continuano a vedere i frutti a cui ambiscono ancora distanti, mentre i loro passi si sono bruciati precocemente lasciandoli in un vicolo cieco, tutta la loro spinta isterica vana per l'incapacità di capire quanto hai bisogno di una cosa e quanta ne puoi prendere in quel dato momento, quanto i confronti con gli altri possano essere spesso fuorvianti, quanto serva lasciare tempo al tempo per poter abituare il proprio corpo a fare qualcosa al quale non è adattato e realizzare quando fermarsi a leccare le proprie ferite, gioendo anche delle piccole cose raggiunte coi propri sforzi.

È quindi con un augurio a me stesso ma soprattutto a tutti i vecchi e nuovi compagni di gioco che chiudo questa riflessione, sperando che per alcuni possa essere illuminante, non tanto come monito ma come una visione più chiara di ciò che facciamo e del perché lo facciamo, una consapevolezza che per la realizzazione di un sogno la dedizione può essere quella di una vita e che una vita la si può bruciare inseguendo un sogno nel modo sbagliato.

"Lei è all'orizzonte. [...] Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l'orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l'utopia? Serve proprio a questo: a camminare."
- Eduardo Galeano

mercoledì 13 febbraio 2013

Un anno



Per quasi mezzo anno ho lasciato il blog in sospeso, è ora di qualche aggiornamento. Mi trovo alla vigilia della scadenza del mio primo visto e dove sono? Ancora in Australia, l’arida terra che mi ha ospitato per ben 12 mesi e dalla quale non mi sono staccato così facilmente come preventivato. 

Dove eravamo rimasti 5 mesi fa?

Alla partenza per la famosa Griffith, la cittadina agricola nell’entroterra del New South Wales, che si è rivelata essere una sorta di comunità italiana (calabresi e trevigiani i più, poi abruzzesi, siciliani e altri italiani stabilitisi qua nel dopoguerra) più estesa delle mie aspettative e decisamente famosa tra i backpackers, tanto che in certi periodi ne sembra letteralmente infestata. Un buon posto dove fare soldi? Ni, ovvero che le possibilità ci sono, ma tra contractors e working hostel la strada è quasi sempre sbarrata e ognuno pretende la sua fetta di guadagno aggiuntiva, talvolta non senza giochetti sporchi. La scelta dell’ostello stesso (Shearer’s Quarters) si è rivelata un errore madornale, non ho voglia di approfondire ma posso dire di averci vissuto situazioni pesanti con la direzione, tra litigi, soprusi, lavori orrendi e di essercene venuto fuori con un pugno di mosche… il mio consiglio ovviamente è di starne alla larga, da tutti i working hostel se è possibile, ma in particolare da questo.
Tuttavia tra quelle mosche ne ho tratta qualcuna di valore, Griffith è stata teatro di momenti divertenti, nuove buone amicizie, lezioni di vita su come riconoscere ed evitare ambigui tiranni, ma soprattutto dell’ottenimento di una posizione lavorativa per la vendemmia 2013 presso una delle vinerie locali.

La scelta è stata sofferta a dire la verità, l’intenzione era di ottenere visto e soldi e iniziare a viaggiare in asia per tornare a casa ad Aprile, ma visto che le previsioni non si sono avverate nuovamente, ho deciso di prolungare la mia permanenza per guadagnare i famosi soldi utili ora per eventuali nuovi obbiettivi… Una sorta di sacrificio del mio secondo visto per un po’ di “spiccioli” australiani, in verità ottima occasione per guadagnare qualcosa di concreto e godersi finalmente un lavoro serio, seriamente retribuito e distribuito, ottenuto con i miei sforzi e sacrifici. 

E finalmente eccomi nuovamente qua, dopo un paio di settimane di assenza da questa amena cittadina per ricongiungermi prima con gli amici a Melbourne -che ho scoperto di amare in estate- e Sydney poi, ed essermi regalato un natale di campeggio e trekking nel favoloso parco naturale dei Grampians in Victoria. Con mia somma soddisfazione il lavoro da cantiniere è già iniziato, finalmente sono più o meno ben nutrito e molto più libero dai sacrifici del passato, alloggio dalla concorrenza dove mi trovo abbastanza bene -è un eufemismo, mi sono abituato a trovarmi più o meno bene nelle strutture più disparate con ogni tipo di persona- e dove sono riuscito a “correggere” il form del secondo visto che l’idiota dell’ostello precedente aveva sabotato anziché convalidato. Ora le preoccupazioni si rivolgono solo all’accettazione di questo, che mi sta già causando qualche ansia essendo il solito ritardatario che aspetta all’ultimo minuto per fare le cose importanti e che a causa della memoria labile paventa il sospetto di essere già oltre la scadenza e rischiare di vedersi gli agenti dell’immigrazione piombarsi in casa per essere deportati al confine e infrangere così sogni e piani del futuro più prossimo.

Un anno oramai da quando decollavo dall’aeroporto di Venezia, un bagaglio carico di sogni ed illusioni, euforia che gradualmente si è esaurita ed infranta nell’arco di 3 mesi. Momenti difficili ho affrontato, soprattutto a Melbourne, riguardo il mio estratto conto di Giugno che riporta la bellezza di 32 dollari, in tasca ne avevo poco più del doppio… Ora sono rispuntati un paio di zeri in più a chiudere il conto, le prospettive per cui quelle cifre si triplichino sono rassicuranti, sempre che una pioggia torrenziale -fattore non improbabile considerate le inondazioni che hanno devastato le zone circostanti tra Queensland e New South Wales- non cali dall’alto dei nostri 49° a marcire e bloccare la produzione d’uva. 

In un anno mi sono abituato a chiamare casa una sezione di letto a castello con un po’ di spazio attorno da dividere con almeno 4 persone, ora le cose sono migliorate un po’, visto che si dorme in 6 ma ci si divide un miniappartamento da soli. Le cucine che ho affrontato sono dei tipi più disparati e disperati, i classici piatti sporchi lasciati nel lavandino, cibo o utensili che spariscono, persone dalla scarsa idea di igiene alimentare etc. L’indifferenza (tranne che nei casi più fastidiosi) è diventata qualcosa di necessario ed è nata spontanea per salvare da reazioni isteriche, questo non toglie che la stanchezza inizia a farsi sentire un po’, paradossalmente in uno spazio diviso con poche persone ma che bisogna gestirsi autonomamente. Le energie sono comunque abbastanza alte da farmi durare anni in questa situazione…  nel mio piccolo ho imparato anche ad essere positivo, non credo assolutamente di aver sconfitto e sepolto la parte di me che mi fa vivere male, ma perlomeno riesco ad affrontare molte più cose senza il carico di ansia ed aspettative che mi condizionavano prima, inizio timidamente a sollevare la testa e togliere i piedi che vogliono starci sopra.

L’inglese non è quasi più una spina nel fianco, ho un margine di miglioramento ancora enorme, ma non avendo avuto un’intera vita per impararlo posso ritenermi soddisfatto, tuttalpiù che uno dei miei colleghi in una scala da 1 a 10 me lo ha valutato 8.5. Ok, devo dire che riesco a nascondere abbastanza bene che le mia capacità di ascolto siano ancora un po’ scarsine e che il collega è di padre abruzzese, quindi abituato ad accenti simili al mio e a parlare lentamente, questo non toglie che a paragone della maggior parte degli italiani mi colloco ad un livello decisamente alto; i risultati li sento anche in bocca, inizio a muoverla automaticamente per produrre i suoni come gli anglofoni fanno ed a implementare maggiore espressività nel mio modo di parlare.

Risultati a parte è anche un anno che mi tiene lontano dagli affetti a casa. Sebbene abbia fatto qualche amicizia sincera ed intensa pure qua, con rapporti stabiliti e consolidati da anni non risultano a paragone essere la stessa cosa... inoltre sono stanco di condividere ambienti con sconosciuti, di conoscere sempre nuove persone con le quali non ci si trova niente da dirsi e dei soliti party acolici idioti del finesettimana.
Mancano quindi alcune persone e le comodità, ma l’agonia più grande è forse l’essermi perso nello sport che amavo, l’essere tornato ad uno stile di vita più godereccio ed insalubre privo dell’ebrezza del muoversi nel vuoto,  dell’esprimere potere tramite il proprio corpo, dell’automigliorarsi giorno su giorno… 

Escludendo le nostalgie e amarezze, posso ammettere che il bilancio iniziale del 2013 è comunque positivo, un anno iniziato abbastanza squallidamente ma che si è ripreso egregiamente; molte cose mancano ancora, alcune con ovvia sofferenza, ma cerco di concentrarmi sulle vittorie anziché sulle sconfitte -cosa nuova per me- e spero che altre ne vengano naturali… I piani per l’immediato futuro sono di prepararmi al mio ritorno passando per l’Asia, dopodiché a casa si vedrà. Ho un po’ di progetti in mente ma non voglio rivelarli, soprattutto non avendo già deciso su quale concentrarmi e aspettando che le condizioni mi siano un po’ più chiare per muovermi al sicuro, in più a tutto ciò si aggiunge anche la coscienza di stare diventando un operaio specializzato, prospettiva che in fin dei conti non mi dispiace affatto. 
L’Australia si sta infine rivelando un’esperienza più importante di quello che avessi potuto immaginare, in un anno di lontananza da casa ho aperto una strada o addirittura più di una e ora aspetto il futuro per vederne e, speranzosamente, coglierne i frutti.

lunedì 19 novembre 2012

Roccia

There was a rock high on the pine trees, above the hammocks. It was standing perfectly still, in balance between a couple of twigs, one side by the trunk, high from the ground. There was not visible sign of any launch, not any branch damaged; investigating about it could have been the result of a perfect throw,  something really unlikely to happens. Of course somebody could have climbed the tree to position the rock in that odd point -I guess with my abilities I might be able to do something like that-, but why a human being would be willing to carry such an uncomfortable object risking his own life on such a difficult climb between frail branches disposed in a way that keeps hard making the way trough? What was the meaning of this? Just creating mindfucks on the people chilling on the hammocks, wondering how something similar may happen? There was a lot to think about, my main though was that I was feeling on the same way that rock was, torn from its natural place to be positioned on a apparently safe spot, in truth, an extremely uncomfortable and precarious position, exposed to the will of the random to stay or fall. An overwhelming sense of discomfort, afraid of whatever may come, bewildered in a foreign environment, longing to fall from the reached point and embrace again my origin, not knowing where was that promised land that gave me birth.