domenica 14 gennaio 2018

Cronaca di una sfida

Qualche giorno fa ho intrapreso una sfida. 
Da tempo desideravo fare qualcosa di simile, poi questa mi ha “chiamato” e non ho potuto più far finta di nulla.
Qualche giorno di indecisione, freddo, alcuni infortuni mediamente freschi che ancora fanno male, un mese di inattività quasi totale e scarsa motivazione. Se si aspettano sempre le condizioni perfette per fare un qualcosa che si può fare ORA, si è inclini a non farlo MAI.
Studio il percorso e le opzioni. La distanza non è importante, non è un numero di spicco, ma di più lo sono le regole che determinano se la sfida viene persa:


- Mai alzarsi in piedi, mai appoggiare le ginocchia né il sedere a terra fino a metà percorso (estesa poi fino alla fine)
- Muoversi solo in quadrupedia, di qualsiasi tipo
- Pause non più lunghe di 4 minuti sempre in posizione di tenuta o accosciata, il meno possibile, obbligo di muoversi tra una pausa e l’altra
- Non impiegare più di 6 ore per giungere a destinazione
- Acqua consentita, cibo lo stretto essenziale

E parto.

11.40 – Cammino in direzione del punto di partenza designato. L’aria fredda carica di umidità è mortificante e anche le distanze che studio con lo sguardo lo sono. Uno dei talloni, leso da un forte impatto un paio di giorni prima, geme ad ogni passo e mi domando se ho veramente idea di cosa stia facendo.
Arrivo, un riscaldamento veloce, fascio le mani, il sole penetra la foschia, incoraggiante come non mai.

12.00 – Attendo che le campane di Venezia tacciano il mezzogiorno, raccolgo con un goffo rituale la forza in me e parto. Le mani accolgono l’asfalto trovandolo sorprendentemente morbido, ma i primi cento metri sono comunque un duro riscaldamento. Il nastro sui palmi è stretto e ho paura che la circolazione mi si blocchi. Dopo qualche minuto il fisico inizia ad ingranare, il sole splende e l’aria fresca della laguna riempie di gioia i miei polmoni. Procedo calmo e costante, in batterie di passi: ogni 50 cambio tipo di quadrupedia o ad ogni 25 cambio lato. Nessuna pausa tra le transizioni, voglio arrivare alla prima meta, la collinetta del parco S. Giuliano, senza mai fermarmi.

13.00 – Sono in alto sul primo traguardo e la frustrazione mi sfiora: è già passata un’ora, la tappa successiva non si vede mentre la partenza è poco più sotto del mio sguardo! Per fortuna la giornata splende, un sorso d’acqua sciacqua via lo sconforto e riparto, positivo: non ho ancora dato nulla!
Mentre i corridori ed altri avventori del parco mi sfiorano e anche i più lenti si allontanano veloci, il mondo assume una nuova realtà da quella prospettiva.
I passi sono più irregolari adesso, frastagliati da pause più frequenti, frutto dell’aver voluto accelerare con batterie da cento, sfiancandomi invece più velocemente. 
Il coccige duole ed affiora anche un fastidio leggero ai cervicali, alimentato dalla scomodità dello zainetto che porto con me, zavorra che maledico da quando ha iniziato a scivolarmi sempre più sulle spalle e che non riesco a sistemare.

13.30 – Realizzo che una delle regole che ho scelto, quella di non alzarmi mai in piedi, unita alle posizioni di quadrupedia, non mi permettono quasi mai di distendere completamente il capo: un segno di rispetto verso la sfida! Il ponte pedonale del S. Giuliano è finalmente comparso, accelero per arrivarci prima delle 14.00, desideroso di godermi dell’acqua e 4 minuti di pausa. I palmi sono dolenti e alcune quadrupedie di “riposo” sono per questo motivo ora impensabili. Tento di muovermi sugli avambracci, ma mi passa la voglia velocemente.

14.00 – Anche la seconda tappa è superata e sono uscito dal parco. Sono felice, in linea coi tempi e ancora ricco di energie. Le mie mani accolgono con curiosità e sollievo le nuove superfici, stanche dell’asfalto ormai abrasivo del parco. Una signora, per ironia francese, mi domanda se sto facendo un nuovo sport. “È parkour”, le rispondo, “È un tipo di sfida”.


14.40 – Sono frustrato. Questa parte di tragitto è inaspettatamente più lunga del previsto. La chiesa di Viale S. Marco non vuole avvicinarsi e sono costretto alla cautela, dopo lo sfiorare dei primi crampi ai quadricipiti. Sono arrabbiato. Silvia non mi ha più chiamato dopo le 13.00. Come può essersi dimenticata di me, per quasi due ore, sapendo cosa sto facendo, sapendo che mi serve supporto? Desidero ripicche, voler instillare sensi di colpa. Ingoio il tutto, non sono qua per questo motivo.

15.00 – Giungo all’obbiettivo intermedio, riadattato nella mezzora precedente, bivio delle due alternative della sfida e imbocco il percorso che credo essere il più difficile. Finalmente Silvia mi chiama ma perdo la chiamata nei lenti e goffi tentativi di togliermi lo zaino in accosciata. Attendo un secondo tentativo per un paio di minuti, ma non succede nulla e rimetto lo zaino. Sento un messaggio vibrare ma non posso perdere altro tempo. Vedendomi sostare una signora da una casa sulla strada mi domanda se sto male, le rispondo di non preoccuparsi e mi sorprendo di quanto la mia voce risuoni energica e squillante: la fatica che provo è perlopiù mentale. Procedo ma compare un nuovo problema: un ricordo, una fetta di pane con olio e salsa di soia, merenda d’infanzia, si fissa, tarlo nella testa, seguito da un leggero capogiro. Mi ricordo dunque che ho fame e mi ripropongo di mangiare qualcosa una volta raggiunta la prossima tappa.

15.30 – Sono giunto in cima al ponte pedonale di Viale Vespucci. Tra le dita stringo un plumcake della lidl ed è qualcosa di vicino al sacro. Il gusto è lo stesso banale di sempre, ma lo assaporo lentamente con la bocca secca e pastosa, e lo mando giù con l’ultimo goccio del mio primo litro d’acqua. Ho altri due plumcake per insistenza di Silvia, ma già con uno mi è sembrato di tradire una regola non stabilita, perciò li lascio come sono, a spappolarsi tra il cielo e la mia schiena. Il tratto finale è su di un argine all’apparenza poco frequentato e ringrazio quella poca energia che ho assunto, che magari mi eviterà di collassare al calar del buio passando totalmente inosservato. Ho risposto a Silvia che sto bene, ultima comunicazione prima di tornare a casa.

16.00 – Il desiderio di alzarsi in piedi, già presente da ore, è adesso struggente, l’idea di distendere completamente il corpo la più bella che possa immaginare. I cervicali mi opprimono, quanto l’incessante bruciare di spalle ed addominali. Immaginavo che questa sfida sarebbe stata un’allegoria della vita, ma non in questa maniera, avendo idealizzato un qualcosa di drammatico e sensazionalmente emotivo.
Vedo invece le stagioni, i piccoli grandi obbiettivi per i quali si lotta e ci si dispera, che si raggiunge per poi superarli e rincominciare con nuovi. Ogni volta che passo oltre una meta, un grande riferimento visivo e simbolico, e voltandomi a guardarla la vedo ancora vicina sono assalito dallo sconforto, ma vado avanti finché guardando ancora non scompare mentre quella dopo si delinea all’orizzonte. Questa visione mi sostiene e mi rassicura delle mie capacità.

16.30 – La luce sta calando, l’aria pungente di fredda umidità si intensifica nuovamente. Sto procedendo da tempo su un corso di sassi e terra, con difficoltà crescente per le mani e i polsi, costretti a riadattare un gesto sempre più stanco a superfici irregolari e discontinue. Benedico il fatto che la strada si sia asciugata dalla pioggia di due giorni prima sufficientemente da non rendere il tutto troppo scivoloso e frustrante. Mi faccio strada in qualche metro di calcinacci battuti, attento a vetri e a schegge appuntite, giungendo nei pressi della mia penultima tappa prima della fine. L’attraversamento pedonale della rotonda della nuova Via Vallenari presenta il problema evidente delle macchine. Cronometro l’attesa attendendo che non vi siano pericoli immediati e con 6, forse 7, kong al suolo ben assestati, mi lancio il più velocemente possibile dall’altro lato. La spinta brucia il fiato e mi concedo una seconda pausa da 4 minuti, finisco la mia ultima acqua, zavorra in meno per il tratto finale.

17.00 – Il sole è scomparso ed il sentiero è più frequentato del previsto; perlopiù persone a passeggio coi loro cani, i quali, straniti, mi abbaiano contro, alcuni più, altri meno, aggressivi.
Un paio sono di grossa taglia e slegati, le loro voci sono boati fragorosi e minacciosi. Aspetto sempre che i padroni, maledicendo me quanto i loro cani, ne riprendano controllo e mi superino sullo stretto sentiero.
Per tre volte mi accosto a lato, l’ipotesi di venire azzannato è verosimile ma non mi alzo in piedi, non adesso, ed agisco con strategia e controllo, come da inizio sfida.
Sono vicino al mio obbiettivo, ne sono certo, ma non mi riesce di vederlo, a fatica di percepirlo.
Per effetto del buio e della miopia, unite ad una curva sull’argine, i riferimenti visivi che ad ora mi hanno supportato sono confusi e la disperazione inizia a strisciare. Se non giungo al termine entro le 18.00 la sfida è persa e l’unico riferimento visivo chiaro che ho è una luce di semaforo sfocata che pare sempre alla stessa distanza. Sto procedendo ormai solo in quadrupedia classica in avanti, ipotizzo che cambiare forma sia ormai un palliativo ed utile solo a perder tempo, anche non fosse così voglio accelerare e dare il massimo per giungere alla conclusione più brevemente possibile. Eppure ogni volta che alzo lo sguardo sono quei pochi metri assurdamente interminabili delle prima volta che ho fatto quadrupedia. 

17.20 –  Inaspettatamente, nascosta dal buio e dalla vegetazione, compare alla mia destra la stradina che dall’argine accede al parchetto Allende. Scendo i tre scaloni di fango, scivolosi, e ringhio ad ogni passo il mio sforzo. Un altro cane abbaia ed un altro padrone che inveisce. Odore di sigaretta, risate, forse prese per il culo, percepisco, ma non posso vederlo, un branco seduto su una panchina.
Allontano la rabbia, sono gli ultimi metri e non voglio che questa sia il mio carburante e che contamini la sfida e i motivi per cui sono là. Da qualche minuto procedo senza sosta ed ogni passo è vicino al massimale.
Arrivo al totem, centrale al parco giochi, un palo di legno alto un due metri e mezzo con degli intagli per invitare i bambini ad arrampicarsi. Lo taggo con la mano e mi rialzo a fatica, finalmente dritto sui miei piedi. 
Abbraccio il totem, tremante e ad occhi chiusi, per qualche lunghissimo secondo, poi inizio a salire. La cima è difficile, un mezzo pistol squat per il quale impiego un paio di minuti prima di poter essere su con entrambi i piedi. Non posso perdere l’equilibrio, nonostante la ghiaia di sicurezza, sento chiaramente che non riuscirei a gestire alcun impatto da quella altezza e in quello stato.
Oscillante mi raddrizzo in piedi, riacquisto dignità.

Nessun urlo liberatorio immaginato. Nessun gesto teatrale di braccia aperte. 
Solamente il cuore leggero ed una consapevolezza: ce l’ho fatta.

Scendo cautamente e collasso per lunghi minuti su una comoda giostra, il corpo assente, finché non giunge il freddo. Mi rialzo e mi trascino verso casa con un solo desiderio: una fetta di pane con olio e salsa di soia.

DIETRO LA SFIDA

PERCHÉ NO

Dare una spiegazione a tutte le motivazioni che mi hanno spinto ad intraprendere questa “challenge” e a perseverare nel suo compimento potrebbe essere un processo molto lungo e difficile, considerando tutti i fattori più intimamente personali di cui non scriverò.
Giusto per dare un po’ di chiarezza in più, voglio partire delineando i motivi per cui NON ho portato avanti questa sfida:

- Per tributo verso qualcuno. Non ho interesse nel compiere qualcosa del genere per attirare l’attenzione di qualche “idolo” o renderne omaggio. Come sempre credo nella natura individuale di ogni percorso e che certe persone siano là dove sono per poter ispirare, non per essere tributate, tantomeno scopiazzate per “dovere”.
- Per diventare “leggenda”, per fare un record, per vanità. Un’ambizione del genere è tentante e stimolante ed ha sfiorato la mia testa durante la sfida più di una volta, ma è un’idea che ho sempre allontanato in fretta, per non dover contaminare le ragioni che volevo mi spingessero ad essere determinato. 
Men che meno mi sento parte di una cerchia di eroi. La sfida che ho intrapreso è relativamente modesta ed accessibile a molti praticanti ben motivati, sono sicuro che già molti altri hanno portato i propri limiti ben oltre dove li ho portati io in termini di fatica e distanze. Per non dire che gli eroi stanno da un'altra parte, a fare cose più utili al genere umano.
- Per masochismo o amore del dolore. Amo il benessere fisico e sono sempre più dell’idea che “noi siamo il nostro corpo” (cit. Bruce Lee), in contrapposizione a quella del corpo-oggetto, spesso giocattolo da rompere ed aggiustare nella nostra società moderna.
- Per potenziare. Sembra ridicolo e scontato ma c’è chi fraintende sfide del genere come mezzo per allenare il fisico e non come sfida verso sé stessi. Devo ammettere che sento un benefico e tonificante indolenzimento muscolare, esteso per tutto il corpo, con riduzione massiccia della sensazione di infiammazione dei piccoli infortuni cronici e di sicuro ci sarà stato qualche piccolo guadagno in termini muscolari. Ma dubito altamente che la mia forza, se non quella mentale, possa essere aumentata, tantomeno la mia potenza di salto. Nel caso dovessi sbagliarmi, non era assolutamente preventivato e sarei sinceramente stupito di aver guadagnato in 5 ore e mezza di sfida ignorante qualcosa che di solito impiega settimane di metodo.

PERCHÉ SI

- Per amore della sfida. Se il parkour è reinventare lo spazio urbano e vedere opportunità dove altri vedono ostacoli, allora anche qualche kilometro di pista ciclabile può diventare montagna da scalare.
- Per dare valore alla propria pratica. Se si crede veramente in qualcosa che si ritiene bello e prezioso, talvolta bisogna portare la coerenza oltre ciò che si fa di solito. Per anni ho nutrito delle sfide che non fanno interesse né spettacolo e le ho sentite sminuite rispetto ad un qualsiasi movimento esplosivo standard, nonostante nutra con passione anche quel lato. L’ultimo anno per vari motivi mi sono trovato sempre più obbligato verso un parkour di movimenti non “miei”, sia per obblighi di coaching sia per lo “standard” mediatico sempre più assillante. Se da una parte è stata un’occasione di crescita e di risoluzione di “nodi” che erano fermi nella mia pratica e che sentivo l’obbligo di sciogliere, dall’altra è stata un’esperienza frustrante di spinta verso una direzione nella quale le soddisfazioni sono sempre effimere e povere, quando le si trova a paragonarsi ad un determinato standard. Ma soprattutto una direzione spoglia di una certa riflessività che ha sempre nutrito la mia crescita interiore, in quanto orientata unicamente al gesto tecnico. Quando mi è entrata l’idea in testa di fare una sfida veramente massiccia che mancava alla mia pratica, l’ho fatto proprio con l’idea che avrei potuto “sacrificare” un parte della mia esplosività per nutrire quello che più è utile nella mia visione di parkour: il cambiamento.
- Per conoscermi. Ora ho una consapevolezza in più di dove posso portare i miei limiti e tutto il processo è stato di dialogo. Non solo con lo io interiore, ma soprattutto con il corpo: quali strategie adottare per riuscire al meglio nell’impresa, cosa mi fa male e cosa no, cos’altro può essere utile a muovermi meglio etc. Un enorme processo cognitivo per un unico gesto prolungato nelle ore.
- Per ispirare. Me stesso per primo, per avere conferma delle mie capacità ed infondere nuove energie ad una pratica che nell’ultimo anno è stata difficile da motivare, pur essendo sempre stata attiva e non povera di risultati. Poi le altre persone: vecchi compagni d’allenamento - magari quelli che stanno mollando la presa e non sanno più in cosa credere -, giovani praticanti - che vorranno confrontarsi in sfide simili o ambire ad andare oltre -, e chissà, magari persone che non hanno mai capito cosa vuol dire allenarsi in una certa maniera e qual è la strada verso la vera “libertà”. Per non parlare di tutti coloro al di fuori del parkour che magari hanno bisogno di un po’ di “gaso” per portare a termine qualcosa d’importante per le loro vite.
- Per altri motivi, più intimi e privati, magari ricchi di “misticismo orientale”. Posso solo dire che tra un passo e l’altro che contavo ho anche recitato, talvolta, qualche mantra.   

lunedì 5 maggio 2014

Ci si dispera per la vetta ma non si guarda la strada percorsa

Mi ritrovo a rispolverare il mio vecchio blog, abbandonato dagli ultimi mesi d'Australia per buttare giù qualche pensiero di getto a riguardo del percorso iniziato oramai quasi 5 anni fa.
Chi si allena con me e mi conosce sa che il responso medico ai miei opprimenti problemi alla schiena consolidatisi dopo la brutta caduta di quasi due anni fa in Tasmania è inequivocabile: ernia al disco L5-S1, le due vertebre alla base della spina dorsale. Gli 8-9 mesi di fermo dall'allenamento (ma non da lavori pesanti e situazioni scomode) hanno nutrito giusto quegli effetti che mi hanno permesso di ridimensionare se non di far scomparire quasi del tutto l'infiammazione al nervo sciatico, ma ben poco hanno aiutato alle frequenti e periodiche infiammazioni ai lombari alle quali mi sono ovviamente dovuto abituare.

Sento un po' come un calvario, fisico e psicologico il dovermi adattare a questa situazione frutto di un eccesso di confidenza in quell'euforia del primo mese australiano, il non sapere come starò tra un paio d'anni o come sarò ridotto quando il decadimento fisico arriverà, non nascondo il ritenere non del tutto infondate le preoccupazioni di chi mi ha visto riapprocciarmi a quello sport che mi ha trasformato da un aspirante atleta ad un infortunato cronico spaventato dal proprio futuro.
È forse vero il detto de "il lupo perde il pelo ma non il vizio" o lo è quello del "chi si scotta impara a non giocare con il fuoco"? Dalla mia esperienza attuale direi che sono giusti entrambi.
Non voglio nascondermi dietro il dito che l'ernia che ho maturato sia abbastanza comune e capiti anche a chi solleva un vaso, non trattandosi del mio caso, mi nascondo invece meno nel constatare che una situazione pregressa di lavori pesanti alternati a sedentarismo in posture dannose, il tabagismo e poi all'improvviso la folgorazione per il parkour, lo spingere costantemente senza riposo per il sentirsi sempre indietro rispetto ad un'ipotetica tabella di marcia, lo spingere perché ne avevo bisogno, anche al costo di non essere altrettanto impegnato sul lavoro o nei rapporti affettivi, mi abbia portato a quella situazione anticipata da vari attacchi al nervo sciatico e concretizzatasi -dopo un improvviso moto d'euforia e benessere fisico- con un frontflip sbagliato su di un'area che ritenevo sicura e che invece mi ha lasciato al suolo per non so quanto tempo agonizzante, spaventato e semi-paralizzato.

Un affronto a me stesso, quello che si ripeteva che ci vuole preparazione per  le cose, che il momento in cui sottovaluti l'ostacolo è quello in cui ti fai male, un percorso forse obbligato per molti che decidono di affrontare una disciplina impegnativa a livello fisico e mentale.
Ma non è del dolore, né del compiangersi che voglio parlare, ma di come si cerca di trarre frutti da una situazione potenzialmente distruttiva, per adattarsi e migliorare. Come dicevo i proverbi citati sono entrambi verosimili, dai vari punti di vista con cui li si affronta. Il parkour è uno sport potenzialmente pericoloso e logorante, lo sono tutte le discipline sportive praticate a vari livelli d'intensità, ma di fatto non abbiamo ancora una reale conoscenza di quali effetti questa produca nei decenni, essendo che i praticanti più anziani sono ancora anagraficamente giovani e relativamente prestanti, ma è anche vero che le metodologie con cui la si affronta sono in costante evoluzione e diventano gradualmente più specifiche e condivise in una fascia sempre più ampia di praticanti. Ciò non toglie che il vizio del praticare può portarti a ripetere errori, magari incalcolabili, dettati dalla fatalità, più frequentemente dettati da una mancanza vera e propria della conoscenza dei propri limiti, da una sovrastima delle proprie possibilità o da una "banale" mancanza di concentrazione.

Conscio di queste cose -qualche infortunio leggero e qualche altro un po' più fastidioso non sono mancati dal momento in cui ho ripreso ad allenarmi- sono qua di nuovo a giocare col fuoco, stando molto più attento di prima a non scottarmi. Ho già letto un articolo, non mi ricordo dove, che spiegava come gli infortuni siano una parte del percorso di un atleta, effettivo od aspirante che sia, di come questi possano cambiare la percezione del proprio allenamento e attivare meccanismi di adattamento per sopperire a quello che manca.
Con la schiena il discorso è un po' più complesso, si infiamma più o meno a caso, con i muscle-up, con le flessioni, con i salti di precisione, con gli squat, stando seduto, stando a letto troppo a lungo, stando i piedi troppo a lungo. Questa è già una prerogativa per cui ritornare ad immergersi in qualcosa che manca visceralmente, poi viene la coscienza che l'inattività può solo peggiorare la situazione, ma più di tutto viene quel bisogno, che non è semplicemente quello di giocare ma bensì quello di sentirsi forti, di avere fiducia -una fiducia reale- delle proprie capacità. Il sapere che è un momento difficile -per me, per tanti, vicini e lontani, per la crisi, per il mondo in cui ci troviamo e le varie realtà della vita- e che in questo scenario non posso permettermi di sprofondare ancora nelle debolezze, non tanto per me stesso ma anche per chi ho vicino.
È quel bisogno che da anni mi spinge ad allenarmi da solo nel piccolo paese-dormitorio di periferia in cui vivo, sotto la curiosità a volte bonaria a volte ostile dei passanti, tra quelli che mi indicano nello stupore quando faccio qualcosa che pare spettacolare o gli altri che pensano ad un nuovo scemo/pazzo del villaggio quando salto sui muri o attraverso il parcheggio del cimitero in quadrupedia; ed è sempre lo stesso che mi ha riportato con convinzione sulla vecchia strada, nonostante la paura -non infondata?- che sto aggiungendo danno al danno, che sto smantellando di mia propria volontà il mio corpo inseguendo dei risultati fisici e mentali che a volte sembrano scoppiare come bolle di sapone davanti alla faccia, tanto bruciore negli occhi e vuoto dove prima c'era un'idea che fluttuava, e mi siedo a domandarmi cosa ho raggiunto in questi anni, come mai mi sembri di essere ancora al punto di partenza.
Ma di strada ne ho fatta.

La percezione di ciò che faccio è effettivamente cambiata e grazie allo spirito di adattamento vedo una nuova risorsa nel mio infortunio. La sensibilità fisica, il dolore, sono un nuovo ago della bilancia per capire quanto pesante sto andando, e sono un limite stesso -a volte svilente- di quelle che sono le mie capacità, la coscienza che certi salti li ho contati e che certi massimali difficilmente li recupererò.
Sono combattuto tra la fiducia del vedermi comunque in miglioramento graduale e soddisfacente -attraverso un impegno costante, un tecnicismo più curato (nei miei limiti propriocettivi) e un lavoro più razionale e mirato a limitare i danni che ho-  e la consapevolezza di aver messo sulla bilancia quella che potrebbe essere la mia salute presente e futura anziché rassegnarmi alla realtà, curarmi a fondo per quanto possibile e concentrarmi su altro. Forse sarà così tra qualche anno, forse ho bisogno di realizzare che il parkour è un sogno svanito dopo aver lasciato profonde cicatrici e che quello che avevo da prendere da questa disciplina l'ho già preso, ma la verità è che in questo momento sono ancora nella corsa e che ciò che pratico continua ad essere il miraggio di ciò che voglio diventare, dello sbarazzarmi delle mie paure ed insicurezze, del voler imporre la volontà che imprimo in un salto a tutti gli aspetti della vita, del volermi sentire soddisfatto del mio impegno, -perché la soddisfazione è una delle chiavi per poter stare con se stessi e in società a testa alta-, del poter trasmettere la mia stessa dedizione ad altri e poterla traslare nelle sfide che un giovane investito dagli eventi della vita deve affrontare.

È con affetto e preoccupazione che guardo i nuovi praticanti che mi affiancano, in alcuni di loro scorgo il mio stesso bisogno di dare una svolta alla propria vita, di smettere di essere passivi agli eventi e del maturare sufficiente confidenza e sicurezza nel movimento per tradurlo poi nella direzione in cui si vuole rivolgere i propri passi. Vedo me che sono cresciuto in questi ultimi anni, che sono diventato adulto, forse per il dolore, forse per le esperienze che ho fatto o perché è qualcosa di fisiologico, ma mi piace credere che in grande parte questo è successo perché mi sono buttato in un gioco da bambini  che mi sfida a crescere costantemente. Questo è anche  ciò che vedo in molti altri compagni, ciò che mi arreca dispiacere in coloro in cui non lo vedo e di cui ne avrebbero bisogno, e per opposto è ciò che mi spaventa negli altri in cui vedo troppo questo bisogno, questa smania ancora confusa, rabbiosa, quasi isterica, di allenarsi, progredire, a ritmi pressanti, come avevo io, e la paura non è solo quella che possano cadere in infortuni estremamente debilitanti o fare errori vari nel percorso -come ne ho fatti io e tanti altri-, ma che nel colmo del loro entusiasmo possano ingabbiarsi in una visione distorta in cui continuano a vedere i frutti a cui ambiscono ancora distanti mentre  i loro passi si sono bruciati precocemente lasciandoli in un vicolo cieco, e tutta la loro spinta isterica sia stata vana per incapacità di capire quanto hai bisogno di una cosa e quanta ne puoi prendere in quel momento, di quanto i confronti con gli altri possano essere spesso fuorvianti e che bisogna lasciare tempo al tempo per poter abituare il proprio corpo a fare qualcosa a cui non è consueto, realizzare quando fermarsi a guarire le proprie ferite e gioire di quello che si è raggiunto coi propri sforzi.

È quindi con un augurio a me stesso ma soprattutto a tutti i vecchi e nuovi compagni di gioco che chiudo questa riflessione, sperando che per alcuni possa essere illuminante, non tanto come monito ma come una visione più chiara di ciò che facciamo e del perché lo facciamo, una consapevolezza che per la realizzazione di un sogno la dedizione può essere quella di una vita e che una vita la si può bruciare velocemente inseguendo un sogno nel modo sbagliato.

"Lei è all'orizzonte. [...] Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l'orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l'utopia? Serve proprio a questo: a camminare."
- Eduardo Galeano

mercoledì 13 febbraio 2013

Un anno



Per quasi mezzo anno ho lasciato il blog in sospeso, è ora di qualche aggiornamento. Mi trovo alla vigilia della scadenza del mio primo visto e dove sono? Ancora in Australia, l’arida terra che mi ha ospitato per ben 12 mesi e dalla quale non mi sono staccato così facilmente come preventivato. 

Dove eravamo rimasti 5 mesi fa?

Alla partenza per la famosa Griffith, la cittadina agricola nell’entroterra del New South Wales, che si è rivelata essere una sorta di comunità italiana (calabresi e trevigiani i più, poi abruzzesi, siciliani e altri italiani stabilitisi qua nel dopoguerra) più estesa delle mie aspettative e decisamente famosa tra i backpackers, tanto che in certi periodi ne sembra letteralmente infestata. Un buon posto dove fare soldi? Ni, ovvero che le possibilità ci sono, ma tra contractors e working hostel la strada è quasi sempre sbarrata e ognuno pretende la sua fetta di guadagno aggiuntiva, talvolta non senza giochetti sporchi. La scelta dell’ostello stesso (Shearer’s Quarters) si è rivelata un errore madornale, non ho voglia di approfondire ma posso dire di averci vissuto situazioni pesanti con la direzione, tra litigi, soprusi, lavori orrendi e di essercene venuto fuori con un pugno di mosche… il mio consiglio ovviamente è di starne alla larga, da tutti i working hostel se è possibile, ma in particolare da questo.
Tuttavia tra quelle mosche ne ho tratta qualcuna di valore, Griffith è stata teatro di momenti divertenti, nuove buone amicizie, lezioni di vita su come riconoscere ed evitare ambigui tiranni, ma soprattutto dell’ottenimento di una posizione lavorativa per la vendemmia 2013 presso una delle vinerie locali.

La scelta è stata sofferta a dire la verità, l’intenzione era di ottenere visto e soldi e iniziare a viaggiare in asia per tornare a casa ad Aprile, ma visto che le previsioni non si sono avverate nuovamente, ho deciso di prolungare la mia permanenza per guadagnare i famosi soldi utili ora per eventuali nuovi obbiettivi… Una sorta di sacrificio del mio secondo visto per un po’ di “spiccioli” australiani, in verità ottima occasione per guadagnare qualcosa di concreto e godersi finalmente un lavoro serio, seriamente retribuito e distribuito, ottenuto con i miei sforzi e sacrifici. 

E finalmente eccomi nuovamente qua, dopo un paio di settimane di assenza da questa amena cittadina per ricongiungermi prima con gli amici a Melbourne -che ho scoperto di amare in estate- e Sydney poi, ed essermi regalato un natale di campeggio e trekking nel favoloso parco naturale dei Grampians in Victoria. Con mia somma soddisfazione il lavoro da cantiniere è già iniziato, finalmente sono più o meno ben nutrito e molto più libero dai sacrifici del passato, alloggio dalla concorrenza dove mi trovo abbastanza bene -è un eufemismo, mi sono abituato a trovarmi più o meno bene nelle strutture più disparate con ogni tipo di persona- e dove sono riuscito a “correggere” il form del secondo visto che l’idiota dell’ostello precedente aveva sabotato anziché convalidato. Ora le preoccupazioni si rivolgono solo all’accettazione di questo, che mi sta già causando qualche ansia essendo il solito ritardatario che aspetta all’ultimo minuto per fare le cose importanti e che a causa della memoria labile paventa il sospetto di essere già oltre la scadenza e rischiare di vedersi gli agenti dell’immigrazione piombarsi in casa per essere deportati al confine e infrangere così sogni e piani del futuro più prossimo.

Un anno oramai da quando decollavo dall’aeroporto di Venezia, un bagaglio carico di sogni ed illusioni, euforia che gradualmente si è esaurita ed infranta nell’arco di 3 mesi. Momenti difficili ho affrontato, soprattutto a Melbourne, riguardo il mio estratto conto di Giugno che riporta la bellezza di 32 dollari, in tasca ne avevo poco più del doppio… Ora sono rispuntati un paio di zeri in più a chiudere il conto, le prospettive per cui quelle cifre si triplichino sono rassicuranti, sempre che una pioggia torrenziale -fattore non improbabile considerate le inondazioni che hanno devastato le zone circostanti tra Queensland e New South Wales- non cali dall’alto dei nostri 49° a marcire e bloccare la produzione d’uva. 

In un anno mi sono abituato a chiamare casa una sezione di letto a castello con un po’ di spazio attorno da dividere con almeno 4 persone, ora le cose sono migliorate un po’, visto che si dorme in 6 ma ci si divide un miniappartamento da soli. Le cucine che ho affrontato sono dei tipi più disparati e disperati, i classici piatti sporchi lasciati nel lavandino, cibo o utensili che spariscono, persone dalla scarsa idea di igiene alimentare etc. L’indifferenza (tranne che nei casi più fastidiosi) è diventata qualcosa di necessario ed è nata spontanea per salvare da reazioni isteriche, questo non toglie che la stanchezza inizia a farsi sentire un po’, paradossalmente in uno spazio diviso con poche persone ma che bisogna gestirsi autonomamente. Le energie sono comunque abbastanza alte da farmi durare anni in questa situazione…  nel mio piccolo ho imparato anche ad essere positivo, non credo assolutamente di aver sconfitto e sepolto la parte di me che mi fa vivere male, ma perlomeno riesco ad affrontare molte più cose senza il carico di ansia ed aspettative che mi condizionavano prima, inizio timidamente a sollevare la testa e togliere i piedi che vogliono starci sopra.

L’inglese non è quasi più una spina nel fianco, ho un margine di miglioramento ancora enorme, ma non avendo avuto un’intera vita per impararlo posso ritenermi soddisfatto, tuttalpiù che uno dei miei colleghi in una scala da 1 a 10 me lo ha valutato 8.5. Ok, devo dire che riesco a nascondere abbastanza bene che le mia capacità di ascolto siano ancora un po’ scarsine e che il collega è di padre abruzzese, quindi abituato ad accenti simili al mio e a parlare lentamente, questo non toglie che a paragone della maggior parte degli italiani mi colloco ad un livello decisamente alto; i risultati li sento anche in bocca, inizio a muoverla automaticamente per produrre i suoni come gli anglofoni fanno ed a implementare maggiore espressività nel mio modo di parlare.

Risultati a parte è anche un anno che mi tiene lontano dagli affetti a casa. Sebbene abbia fatto qualche amicizia sincera ed intensa pure qua, con rapporti stabiliti e consolidati da anni non risultano a paragone essere la stessa cosa... inoltre sono stanco di condividere ambienti con sconosciuti, di conoscere sempre nuove persone con le quali non ci si trova niente da dirsi e dei soliti party acolici idioti del finesettimana.
Mancano quindi alcune persone e le comodità, ma l’agonia più grande è forse l’essermi perso nello sport che amavo, l’essere tornato ad uno stile di vita più godereccio ed insalubre privo dell’ebrezza del muoversi nel vuoto,  dell’esprimere potere tramite il proprio corpo, dell’automigliorarsi giorno su giorno… 

Escludendo le nostalgie e amarezze, posso ammettere che il bilancio iniziale del 2013 è comunque positivo, un anno iniziato abbastanza squallidamente ma che si è ripreso egregiamente; molte cose mancano ancora, alcune con ovvia sofferenza, ma cerco di concentrarmi sulle vittorie anziché sulle sconfitte -cosa nuova per me- e spero che altre ne vengano naturali… I piani per l’immediato futuro sono di prepararmi al mio ritorno passando per l’Asia, dopodiché a casa si vedrà. Ho un po’ di progetti in mente ma non voglio rivelarli, soprattutto non avendo già deciso su quale concentrarmi e aspettando che le condizioni mi siano un po’ più chiare per muovermi al sicuro, in più a tutto ciò si aggiunge anche la coscienza di stare diventando un operaio specializzato, prospettiva che in fin dei conti non mi dispiace affatto. 
L’Australia si sta infine rivelando un’esperienza più importante di quello che avessi potuto immaginare, in un anno di lontananza da casa ho aperto una strada o addirittura più di una e ora aspetto il futuro per vederne e, speranzosamente, coglierne i frutti.

lunedì 19 novembre 2012

Roccia

There was a rock high on the pine trees, above the hammocks. It was standing perfectly still, in balance between a couple of twigs, one side by the trunk, high from the ground. There was not visible sign of any launch, not any branch damaged; investigating about it could have been the result of a perfect throw,  something really unlikely to happens. Of course somebody could have climbed the tree to position the rock in that odd point -I guess with my abilities I might be able to do something like that-, but why a human being would be willing to carry such an uncomfortable object risking his own life on such a difficult climb between frail branches disposed in a way that keeps hard making the way trough? What was the meaning of this? Just creating mindfucks on the people chilling on the hammocks, wondering how something similar may happen? There was a lot to think about, my main though was that I was feeling on the same way that rock was, torn from its natural place to be positioned on a apparently safe spot, in truth, an extremely uncomfortable and precarious position, exposed to the will of the random to stay or fall. An overwhelming sense of discomfort, afraid of whatever may come, bewildered in a foreign environment, longing to fall from the reached point and embrace again my origin, not knowing where was that promised land that gave me birth.

giovedì 13 settembre 2012

7 mesi

Inizio a scrivere questo post a sette mesi ed un giorno dal mio arrivo in Australia a Rotorua, Nuova Zelanda. Cosa ci faccio qui? Cambio di piani improvviso? In verità il motivo è abbastanza banale, la copertura medica gratuita che viene garantita ai cittadini italiani dopo sei mesi scade, lasciando questi di fronte a tre scelte: procurarsi un’assicurazione privata per coprire i mesi rimanenti, uscire dal paese ed attraverso un cavillo burocratico avere accesso ad altri sei mesi di copertura gratuita, fregarsene e sperare che Madre Fortuna ci accompagni sempre o altrimenti rischiare di sobbarcarsi spese sanitarie altissime.

Tralasciando per ovvi motivi l’ultima scelta, le mie attenzioni inizialmente si sono rivolte al trovare un’assicurazione privata, valutando diversi preventivi: la mia prima scelta è stata per il Medibank, l’estensione privata del Medicare pubblico che mi ha coperto per i miei primi 6 mesi di permanenza qua. Un’occhiata in internet mi ha istantaneamente dissuaso dal richiedere assistenza: il preventivo online impostato con la mia nazionalità e il mio visto è stato di ben 2300 $ per sei mesi! Praticamente poco meno di quanto sono riuscito a mettere via in questi 3-4 mesi di lavoro, ovvero i 3000 $ con i quali ero arrivato ad inizio visto e che finalmente mi sono riguadagnato. 

La seconda scelta è caduta su Bupa, altro fornitore di copertura medica che mi incoraggiava con un’ottima cifra di 250 $... troppo allettante per non puzzarmi al naso. Già insospettito dal fatto che mi stimasse un preventivo per singolo stato e non l’intera nazione, ho fatto una piccola ricerca in internet che ha rivelato recensioni di questa compagnia abbastanza furiose, con persone che si sono dovute sobbarcare le spese mediche per intero e hanno visto i soldi solo mesi e mesi dopo, altre che rivolgendosi ad ospedali si sono visti rifiutare l’accettazione in quanto le suddette strutture non erano incluse nella polizza stipulata, altre ancora che hanno avuto frustranti problemi nel cercare di contattare la compagnia stessa… Dal mio punto di vista qualcosa giusto un gradino al di sopra della mera truffa, pertanto nonostante il prezzo favorevole ho preferito scartare in vista di eventuali rogne nel ottenere il servizio per il quale avrei pagato e per il quale questa compagnia sembra riluttante a voler offrire. 

Scartate tutte le società con un feedback simile a questa, la scelta rimaneva su un’assicurazione da viaggiatore italiana che per 5-600 € mi avrebbe fornito un servizio complessivamente completo, anche se spiegato in maniera poco specifica e fastidiosamente infantile sul loro sito web, fattore che mi ha lasciato perlopiù dubbioso sulla loro serietà e che unito a tutti i cavilli dichiarati del tipo “non ti copriamo se te la vai a cercare” mi ha convinto a guardare piuttosto per il prezzo di un biglietto aereo internazionale e guarda caso Melbourne-Auckland e ritorno in 5 giorni risultava di 280 $ -230 all’inizio, ma le esitazioni come sempre fanno gonfiare i prezzi-; tempo di organizzare una breve visita in qualche località nei dintorni di Auckland ed eccomi a Rotorua, cittadina su un lago nel nord della Nuova Zelanda, famosa per la sua attività geotermica, le numerosi fonti termali ed ovviamente i centri di benessere. Di certo non il posto migliore che esista in questa nazione, in parte anche a causa del tempo sempre piovoso nel pomeriggio, ma per gli stessi soldi dell’assicurazione da viaggiatore mi sono preso l’occasione di avere un piccolo assaggio di questo paese, concedermi bagni di fango e termali, qualche ora di escursione e passeggiate a scoprire le meraviglie dell’attività vulcanica celata sotto il suolo e le acque locali, ma soprattutto a rilassarmi, staccare la mente dai problemi, dal dover calcolare sempre ogni minima spesa e al concedermi qualche sfizio in più grazie al vantaggioso cambio di dollari.

Le premesse alla partenza di questo viaggio erano iniziate con un mal di testa colossale, dovuti in parte all’aver fatto due giorni di seguito di bagordi con zero cena e molto alcool, prima coi colleghi di lavoro poi con gli amici a Melbourne, ma soprattutto all’essermi ritrovato nuovamente incastrato in situazioni precarie ed economicamente svantaggiose. Difatti tutta la questione Nuova Zelanda/assicurazione medica è stata anche una gigantesca palla al balzo per mollare il mio lavoro da sguattero e prepararsi a ritentare la strada della farm per ottenere il secondo visto e guadagnare finalmente qualche soldo in più. La meta la tanto decantata Griffith, cittadina del New South Wales celebre per la presenza di italiani, vinicoltori e in parte (si dice) anche mafiosi, ma ancor di più per l’essere una delle zone più fertili e produttive del sud est australiano. A gestire la manodopera per le aziende stesse, in città sono presenti tre working hostel, ossia ostelli che oltre al fornirvi di un posto in cui dormire vi troveranno anche un lavoro e il trasporto per raggiungerlo quotidianamente. 

Dalle recensioni altrui questo può lasciare aperto a molti scenari di sfruttamento, con i proprietari che gestiscono le vostre buste paga prendendosi la loro percentuale e che non vi forniscono alcun contratto con i rischi -improbabili ma possibili- di vedersi agenti del fisco chiedervi gli estratti conto per sapere come avete fatto a sopravvivere mesi in Australia senza “aver lavorato”, ancor di più del vedersi rifiutare il secondo visto non potendo fornire alcun documento cartaceo aggiuntivo (buste paghe, dichiarazione dei redditi) che certifichi il vostro lavoro in farm, ma soprattutto il rischiare di trovarsi a lavorare nuovamente al di sotto del minimo sindacale, evidente svantaggio dato che essendo in regola lo stipendio è più alto e che buona parte delle tasse versate si possono richiedere indietro all’uscita del paese.
Ovviamente questi sono episodi al limite, considerato che chiunque sia stato in quella zona me ne ha parlato sempre come una nella quale si possono fare buoni soldi e avendo puntato all’ostello a detta di tutti migliore, dove ho amici francesi come appoggio, considero ancora buona la possibilità di prendere qualche soldo e poi poter organizzare al meglio i mie futuri mesi di puro viaggio.

Dove inizia il mal di testa allora?  

Il mal di testa inizia a manifestare i primi sintomi poco meno di una settimana fa e un paio di settimane dopo aver annunciato la mia imminente intenzione di voler mollare il lavoro ed andarmene da Melbourne, l’aver preso contatti con il working hostel  -il cui proprietario cileno mi avrebbe garantito un lavoro entro 2-3 giorni dal mio arrivo-, l’aver bloccato il volo per Auckland. Dopo un periodo decisamente stressante tutte le cose da farsi si sono concentrate negli ultimi giorni, come al mio solito, acuendo i sintomi dell’emicrania già presente a causa dei disordini alcool-alimentari e al poco dormire, definitivamente scoppiata due giorni prima di partire quando, chiamando il proprietario dell’ostello per confermare la mia prenotazione, mi sono sentito dire in seguito a mia ulteriore richiesta di conferma, che i 2-3 giorni per avere un lavoro in verità erano 2-3 settimane.­­  La reazione successiva alla telefonata  ovviamente è stata di rabbia, seguita ad esasperazione e ad una disperata ricerca in extremis per  eventuali altre alternative al dover stare fermo in una cittadina spersa in mezzo al nulla con nulla da fare, nessuna connessione internet nell’ostello, spendendo i soldi riguadagnati con tanta, tanta fatica e peggio di tutto settimane preziose del mio visto altrimenti utili per viaggiare o guadagnare soldi.

Inghiottito il boccone amaro ho deciso di rimandare eventuali decisioni al mio ritorno in Melbourne, se possibile cercare qualche altra opportunità nel caso mi fossi trovato una connessione internet negli ostelli in cui avrei soggiornato in Nuova Zelanda, ma spegnere la testa per 5 giorni sarebbe stata la priorità.



Sette mesi passati lontano da casa, sebbene questi siano passati veloci, guardandomi indietro sembra passata un’eternità da quando mettevo piede nell’assolata Sydney. I mesi passati a Melbourne sembrano una catena di disgrazie che ho accumulato per aggiungere peso al peso, per intensificare le mie ansie ­e indebolire ulteriormente il mio orgoglio. Guardo al mio trascorso lavorativo non privo di problemi e sfruttamenti, alle mie difficoltà con l’inglese, alla mia schiena dolorante, al lettore mp3 felicemente ritrovato salvo vederlo collassare qualche settimana dopo, ai soldi spesi per lo schermo del mio computer sfasciato per subdola sbadataggine, a ciò che ho perso di tecnica nello sport che amo fino all’interruzione dello stesso, allo stress di cui mi sono fatto carico in un ostello tra i peggiori di Melbourne, tra perenni malfunzionamenti, minacce verbali da irlandesi e poche amicizie buone. 

C’è stato quel momento circa un mese fa in cui il mio amico inglese Matthew aveva abbandonato l’ostello per andare a Sydney in vacanza e poi trasferirsi su un altro alloggio a causa dei problemi di cuore con la mia amica cilena Teresa, il cui fidanzato olandese incontrato in  Asia sarebbe arrivato a poco in zona per portarla a fare due settimane di viaggio nei dintorni durante la sua breve permanenza in Australia. Avendo zero opportunità di svago a causa di orari di lavoro pressanti che non coincidevano con quelli degli altri miei pochi amici sparsi in giro per Melbourne, mi sono trovato una settimana praticamente da solo nella camera da sei usualmente piena nella quale ho vissuto per quattro mesi. Fuori l’inverno che ancora batteva con le sue piogge e temperatura fredde dopo aver dato l’impressione di essersi rasserenato per qualche giorno, dentro i soliti malfunzionamenti, pochi ospiti e per tre giorni unico interlocutore un signore del New South Wales, visibilmente malato di cancro, in visita al centro medico dedicato a Melbourne per poi essere rispedito nuovamente a Camberra, un 600 km a nord est, per ulteriori cure. 

La situazione ha ovviamente peggiorato il mio morale, lo stato di questa persona era pietoso ed altamente evidente nell’aspetto fisico, questi reagiva cercando di assorbire il più possibile da ciò che aveva intorno, le comunicazioni tra le persone, i dialoghi; lucido e cosciente della sua situazione ma non da meno determinato a proseguire le cure, bisognoso di parlare e di cogliere tutti i frammenti di vitalità e quotidianità attorno come se potessero servirgli a restituire la vita che stava perdendo. Non mi sono sottratto alle conversazioni con questa persona, vi ho discusso allo stesso modo con cui avrei fatto con qualsiasi altra, senza imbarazzanti attenzioni per acuire il senso di distacco, di precarietà tra due piani che sono quello della vita e della morte nella quale si trovano i malati terminali.

L’episodio mi ha aperto a numerose considerazioni sulla caducità della vita, mi sono posto interrogativi su come dovrei vivere la mia vita, sia dal punto di vista salutare che da quello di ottenere ciò che voglio, ma in verità con la situazione generale mi sono sentito sprofondare nella malinconia per giorni… Giorni difficili, stanchezza, problemi, insoddisfazioni, ma ora che sono giunto alla fine della mia esperienza qua a Melbourne vedo tutto ciò di bello che è riuscito ad emergere, i rapporti che mi sono costruito con le persone, amicizie sincere, brevi momenti di divertimento, cercare di dare il meglio di se stessi per quanto questo sia possibile. Nel mio piccolo mi sento cambiato, sono sempre andato avanti, lasciandomi indietro le esitazioni e guardando in faccia agli obiettivi, confusi ma pur sempre traguardi da raggiungere, e vedo anche la bellezza dell’aver lavorato qua, tra colleghi coetanei da tutto il mondo, con occasionale divertimento normalmente impensabile in Italia.

Guardandosi indietro credo che ci si veda sempre bambini, ma il passaggio all’età adulta che sta rappresentando questa esperienza è qualcosa che si contrappone fortemente alla mia apatica e in parte infantile vita da disoccupato che conducevo a casa negli ultimi mesi, qua sono cresciuto tra difficoltà, dover contare su me stesso o sulle poche persone affezionativisi, organizzarmi su tutto, sulle decisioni da prendere, burocrazia da svolgere, dove dormire e cosa mangiare. 
In qualche modo l’Australia sta rappresentando un punto d’arrivo per me, e mi sento soddisfatto anche dal mio livello d’inglese, non sempre eccezionale ogni giorno ma che mi permette ormai di comunicare, capire e discutere di un po’ di tutto con la maggior parte dei miei interlocutori.

Stavo parlando dell’emicrania, di quando è iniziata ma non di quando si è conclusa, ovvero all’ostello dove ho alloggiato a Rotorua, la sera dopo una rilassante seduta termale, con un messaggio dal mio amico Baptiste che mi avvisa che molte persone avrebbero lasciato il working hostel a breve, avendo terminato i loro 3 mesi di lavoro per il secondo visto, e che questo sarebbe stato il momento più favorevole per trovare qualche lavoro in attesa del vero inizio della stagione di raccolto estiva. Non so se questo corrisponderà alla verità, ma, anche grazie ai 5 giorni in Nuova Zelanda -della quale mi sono innamorato e nella quale probabilmente tornerò-, mi sento sereno, positivo ed infine anche un po’ dispiaciuto a lasciarmi alle spalle questa città, nella quale ho vissuto momenti determinanti e stretto legami profondi.


venerdì 15 giugno 2012

Pesci rossi apatici

Mi trovo in una casa, un ambiente mai visto ma che percepisco come di mia proprietà. Luci soffuse, buio all'esterno, sensazioni di essere isolato da altre abitazioni, forse in collina, la pioggia batte all'esterno. Siedo con malinconia su un sofà, credo rosso, una sensazione di solitudine opprimente, un lutto per una moglie che non c'è più. Guardo un acquario, forse vuoto o forse con degli apatici pesci rossi all'interno, o desidero che ci siano, mi rendo conto che vorrei qualche animale a farmi compagnia più interessante di alcuni apatici pesci rossi. Mi alzo per recarmi in quella che credo sia la stanza riservata ad un mio parente, uno degli oggetti sopra un comò attira la mia attenzione: è una specie di immagine sacra, forse una madonna, forse in vetroresina, con una specie di illuminazione al neon come cornice o qualcosa di simile, che mi causa repulsione estetica. Il sogno finisce o forse chiudo la porta. 

Sono al casinò di Melbourne, sto fissando degli orrendi pesci rossi, grandi e stipati a decine dentro un acquario, un sorriso perenne ed inquietante sui loro volti mi sfida. In questi giorni ho imparato a perdere ancora un po', l'occasione del lavoro nella fattoria di farm è sfumata, oggi mi ha persino chiamato il mio amico da Belfast dicendomi che è stato licenziato e in una settimana si è sputtanato quasi duemila dollari -non chiedetemi come, mi ha risposto che non lo sa- ed è rimasto al verde. Qualche giorno fa se n'è andato anche il mio lettore Mp3, probabilmente l'ho appoggiato su una delle scrivanie qua fuori dalla mia stanza mentre chiamavo a casa o mi è caduto e qualcuno ne ha approfittato... questo è stato il colpo più duro, ma cerco di vederla come fattore positivo dell'avere meno strumenti che mi isolino dalla comunicazione quando sono in giro, magari avendo sempre associato una canzone ad una sigaretta ora mi sarà più facile smettere seriamente di fumare. Poi ho perso anche i capelli, una rasoio se li è presi e se li è portati via. Forse un banale gesto rituale, un simbolico tenere i "pensieri in ordine" o desiderare un cambiamento, di più la praticità di non avere sempre tanfo in testa lavorando in una cucina, essere meno stressato dal sentirmi trasandato, tanto voler assomigliare a me stesso. Si perché è qualcosa di cui mi rendo sempre più conto, il voler assomigliare a qualcun altro e non a me stesso, il cercare di vivere vite altrui, il rifarsi crescere i capelli per avere un immagine di me che non avrò mai e che sarà una pallida imitazione dei miei "modelli di successo". Ma il gatto non sarà mai felice se farà la vita del cane, o no? 

Mi sto allenando in compagnia, una mattinata dalla luce intensa e fredda, colori allo stesso tempo lividi e luminosi e abbaglianti come solo la luce del sole australiano rende veramente. Eseguo un po' di salti di precisione consecutivi su un marciapiede lastricato, seguendone il senso accanto ad un edificio che potrebbe essere la International Gallery of Victoria. Sono leggerissimo, come se avessi meno gravità, 5 metri orizzontali di salti con atterraggio leggero e controllato, subito pronto a scattare con potenza per i successivi. Più avanti c'è un dislivello, una balaustra-muretto che porta ad un livello inferiore dell'edificio dove ci sta un'impalcatura. Ora sono là sotto che faccio qualche volteggio, dalla balaustra in alto vedo piombarmi addosso un altro praticante che sta eseguendo un'acrobazia complicata e mai vista, dalla quale capisco di non essere l'unico a beneficiare della minore gravità. Lui mi vede e riesce a deviare in aria schiantandosi su un supporto dell'impalcatura a terra; sento un leggero senso di colpa, responsabile per ciò che è successo, ma subito dopo cosciente di essere stato al mio posto e che non spettava a me il controllare cosa c'era sotto. Gli domando come sta, lui si sta rialzando e risponde che sta bene, non si è fatto niente. Tutto si è svolto con la leggerezza e serenità con cui è iniziato.

Un amico che bazzica psicologia e ne sa qualcosa di interpretazione dei sogni mi dice che l'Australia mi sta facendo bene sostanzialmente, anche se è una grande prova di resistenza; imparo ad essere leggero ma mi mancano affetti autentici in mezzo a tanti superficiali, che vanno e vengono, a pesci rossi apatici. Sto imparando a rinunciare sempre a più cose per stare qua, già lo facevo all'inizio ma ora è vitale per la mia sopravvivenza, anche se in qualche strano modo riesco a farlo con serenità; percepisco parte di tutto ciò come ascetico, anche la perdita del lettore mp3 stesso, la mia necessità di ascoltare sempre musica, necessità isolante anche in molti casi... ora vivo così, ho la mia vita semplice e la mia piccola cerchia di persone, nella mia Melbourne sempre più spenta e disabitata. Anche alcuni del gruppo degli irlandesi se ne sono andati, o meglio un paio sono stati cacciati fuori, una delle ragazze -per l'aver scatenato una rissa da ubriaca con altre ragazze- e il capetto del gruppo -quello più fastidioso-, al quale hanno smesso di perdonargli comportamenti sempre al limite quali il lanciare sgabelli sui tetti degli edifici vicini sul retro per sfogare la propria rabbia alcolemica. Così alcuni gli hanno seguiti su un nuovo ostello o altri se ne sono semplicemente andati per la loro strada, mentre per me la vita procede così, una ventina di ore su un ristorante che mi permettono a malapena di salvare una ventina di dollari a settimana ma che perlomeno mi garantiscono dei pasti a gratis, qualche chiacchiera coi colleghi, qualche momento di svago con la ragazza cilena e l'amico tedesco, o il pizzaiolo vicentino conosciuto qua in ostello che ora sta in appartamento, un paio di allenamenti a settimana. 

Mi ritrovo spesso a pensare ai miei 4 mesi, ai miei obiettivi e mi rendo conto della futilità di parte di ciò a cui ambisco, a quanto per me il cercare di fare quello che mi sono imposto sia vitale e se le cose non vanno come nei piani entro in crisi; una vita programmata che mi rende statico, che non mi fa apprezzare la spontaneità delle situazioni vissute e le porta in secondo piano rispetto alla delusione degli ideali che non si realizzano. Certo di lavoro ne ho ancora da fare, soprattutto nello stare con le persone, ma in fin dei conti non penso più che 4 mesi siano stati sprecati, non del tutto almeno. E mi rendo conto che tutti i posti che voglio visitare in verità non li voglio vedere solo per farci qualche foto e dire di esserci stato, ma li voglio visitare con altre persone, divertirmi, fare cazzate e cose uniche che possa portarmi sul cuore per il resto della vita. Ed è questo, il confronto con le vite altrui, le esperienze che leggo, che mi ha reso veramente insoddisfatto fino ad ora.

Ho avuto compagni di viaggio più o meno temporanei coi quali mi sono divertito, ho parlato e scherzato, ma quello che mi manca ora è qualcuno che sia come me, poche idee chiare ma voglia di esplorare, di mettersi all'avventura con testa ma pur sempre con voglia di divertirsi... credevo potesse essere il tedesco, ma lui ora ha il suo lavoro ben pagato, i suoi soldi da spendere, i suoi obiettivi che coincidono sempre meno coi miei, come lui idem la sua amica cilena mia room-mate. Sono più vecchi, con la loro visione del mondo più o meno consolidata, le idee più o meno chiare; la loro prerogativa è guadagnare soldi qua e rimettersi in viaggio per altri anni ancora. Ogni tanto sarei tentato di seguire i loro passi, starmene lontano da casa per anni, andare ovunque, come fanno molti altri che ho incontrato qua, come ha fatto uno dei chef dove lavoro, quello olandese che è partito nel 2006 in viaggio per il mondo e 6 anni dopo è a Melbourne a fare il cuoco, o quello delle Mauritius che ora qua ha moglie e figli 7 anni dopo aver dato l'addio alla sua isola natale senza averci rimesso più piede.

Onestamente non so se riuscirei a fare mai una scelta del genere, questo quasi comporta il troncare con una vita, con amicizie ed affetti vari, e richiede un grande ego per ovviare alla solitudine del viaggiatore. Il mio povero amico tedesco avrebbe voluto ovviare a ciò con la sua amica cilena, ma come me è troppo lento, troppe seghe mentali e poco impulsivo... mi sono stupito con la facilità con cui lei si è buttata tra le braccia dell'inglese in camera nostra, un altro viaggiatore di professione, un tizio simpatico che lavora e nel tempo libero fuma tonnellate di erba. Questo credo mi abbia aperto qualcosa dentro, vedere come persone decise facilmente cadano tra le braccia l'un l'altra per chiudere quella falla nel cuore che comporta una scelta così grande del stare lontani da casa anni, sapendo di poter fare affidamento solo su se stessi. Forse è stato ciò a smuovermi il primo sogno, la coscienza di sentirmi solo in questo momento, di voler qualcuno con il quale condividere obiettivi, desideri, divertimenti o semplicemente qualche ora di amore, per stare bene, annegare gli insuccessi, sentirsi vittoriosi. Il capo cuoco australiano di origine maltese mi ha domandato "cosa voglio fare da grande"; "I don't know" gli ho risposto, ora come ora sarebbe "voglio essere felice". Sarò capace di esserlo ora? 

Non so se riuscirò a mantenere questo lavoro, la velocità che mi è richiesta è alta a paragone con la mia esperienza, gli accenti e le parole sconosciute non aiutano ad agire con rapidità e degli ultimatum mi sono già stati imposti, ma cerco di prendere questo momento per quello che è e di apprezzarlo, non come un inesorabile scandire delle ore. Mille tentativi falliti che dicono che l'uomo non è fatto per volare, ma io mi preparo nel frattempo sempre ad ali spiegate.

mercoledì 6 giugno 2012

Un buco nell'acqua


È passato lungo tempo dall’ultima volta che ho scritto in questo blog, di cose ne sono successe, nuove evoluzioni, nuove considerazioni, una domanda più opprimente delle altre: e se l’Australia fosse un proverbiale buco nell’acqua

Uscito dalla farm “convinto del mio valore” mi sono scontrato nuovamente con la realtà, passando tre settimane chiuso in un ostello, nel mentre combattendo contro il mal di schiena e cercando invano un lavoro, per mettermi poi di nuovo in viaggio diretto verso Melbourne. Qua mi aspettava l’amico tedesco della farm e tante aspettative gonfiate dalle varie opinioni incontrate sul cammino a riguardo del lavoro, in seguito più o meno tradite. Il mio impatto con la città è stato sgradevole; il ritrovarsi in una metropoli gigantesca, alloggiando in un ostello collegato ad un irish pub lontano 5 km dal centro, il più economico ed ovviamente sporco e malfunzionante, è stato sgradevole. Senza tanti giri di parole Melbourne dal principio la ho odiata, una megalitica distesa di cemento -per quanto verde possa esserci all’interno a paragone con le nostre grandi città- contornata di suburbs, distanze enormi, servizi pubblici costosi, episodi di gente maleducata, priva del fascino di Sydney sebbene dotata di architetture interessanti. Rimpiangevo la tranquillità di Hobart, la mia camera singola con tutte le suppellettili incluse pagata solamente con l’onere dell’essere responsabile notturno, il cullarmi in uno stile di vita poco lontano da quello di casa, il disegnare e il chiacchierare con i gestori portoghesi immigrati di lunga data, le frequentazioni con le poche amicizie fisse che ero riuscito a farmi all’interno di quella piccola realtà. Ma in fin dei conti ero convinto di mentire a me stesso, pochi soldi per esplorare i dintorni, scarsissima offerta di lavoro, poca gente con la quale pianificare un eventuale viaggio e gli amici locali che a breve sarebbero partiti verso altri lidi o diretti a casa. Melbourne invece sembrava un sogno, con le sue 11.000 offerte di lavoro su GumTree (sito specializzato su annunci d’ogni genere) a dispetto delle scarse 500 di Hobart, da cui imperativo il bisogno di muoversi al più presto, rinunciando temporaneamente al progetto di visitare la Tasmania della quale in fin dei conti ho visto solo la capitale e la strada tra quella e la farm. Nonostante l’iniziale disprezzo per la città mutato positivamente poi nello scoprirla, socialmente non ho avuto troppi problemi ad ambientarmi con la nuova realtà, nuove amicizie, qualche divertimento, qualche italiano (veneto per di più) col quale poter parlare liberamente dopo 3 mesi, il tutto sempre più diradato con l’approssimarsi dell’inverno, le piogge frequenti, il vento gelido, le giornate sempre più corte e buie. Un pezzo di carne progressivamente spolpato che lascia all’osso viaggiatori in breve passaggio e una comunità irlandese di lavoratori con la quale ho pochi approcci, rare simpatie e molte più antipatie, forse anche reciproche.

Il fattore più tragico rimane sempre quello legato al mondo del lavoro. Dopo una settimana di sbattere la testa qua e là inviando inutilmente curriculum per mail o portandone a mano, mi sono ritrovato con l’amico tedesco a fare un brain-storming, nel quale ho iniziato a notare i difetti del mio approccio a partire dal curriculum stesso: un inutile e lungo minestrone di esperienze lavorative, banale e poco credibile. Ho iniziato così a sfoltire il tutto, separare i curriculum -uno per lavorare nell’edilizia, un altro per lavorare nella ristorazione- renderli credibili, essenziali e adatti a più situazioni, e a combattere il mio vero demone: il telefono. Già questo mi è fonte di disagio e incomprensioni in Italia, figurarsi in un paese straniero dove ci si trova a dover fronteggiare accenti più o meno incomprensibili, inevitabile comunque utilizzarlo se si vuole avere qualche possibilità in più di trovare lavoro. Un principio di letterali figure di merda, ma che perlomeno in alcuni casi fortuiti di interlocutori comprensibili mi ha permesso di avere accesso a qualche colloquio, anche se infine il primo lavoro è stato paradossalmente grazie ad una richiesta via internet ed è stato gestito per mail senza l’apporto di alcun curriculum. Prima esperienza, sandwich-hand/salad maker e aiuto cuoco in un cafè del centro gestito da uno sgradevole svizzero, iniziata con uno stipendio da fame (13 dollari l’ora, meno del minimo sindacale, nessun pasto incluso, solo sconto del 40% sui prodotti) e un 30 ore di lavoro settimanali, ma con la promessa di un contratto regolare e 16 dollari l’ora dopo il periodo di prova e successivamente più soldi ancora. Ritmi di vita intensi, quasi new-yorkesi, sveglia alle 5 e mezza con gente ubriaca in giro per l’ostello fino a notte fonda e il rumoroso pub sottostante, 40 minuti tra metro e camminata, inizio alle 7 con ancora il buio, lavoro fino alle 12 e 30, mezz’ora per il pranzo portato da casa e altre 2-3 ore di lavoro, poi allenamento coi ragazzi del posto oppure fiondarsi in ostello a dormire per un paio d’ore, cenare e prepararsi il pranzo per il giorno dopo. Una settimana e mezza così, in un ambiente non prettamente congeniale ma gradevole, orgoglioso di guadagnarsi i propri soldi e dell’imparare nuove cose, soddisfatto nel riconoscersi gradualmente sempre più veloce e professionale. Ma a quanto pare non tutti erano della stessa idea: la domenica della seconda settimana, una brutta giornata umida e piovosa, l’hangover della sera precedente che ancora premeva sulle tempie, disagio fisico, un messaggio sul cellulare -poco prima di incontrarsi davanti ad un museo con l’amico tedesco- che mi avvisa “hai fatto un buon lavoro ma cerchiamo qualcuno con più esperienza” e mi invita a passare a prendere gli ultimi soldi il mercoledì e a restituire la t-shirt del cafè. Mi si è riaperto ancora un abisso, ancora una volta con pochi spiccioli contati in tasca insufficienti per muoversi altrove, l’amarezza dell’aver rifiutato altri lavori nel frattempo per cercare di essere corretti e avere una parvenza di stabilità, il trovarsi ancora a dover ritardare progetti con un scandire inesorabile del tempo come il timer di una bomba.

Conta quanta gente punta tutto in questa storia 
conta quanta gente è spinta fuori traiettoria 
conta quanta gente che ora conta su un miraggio 
finora quanta gente ancora spera in questo viaggio

Quasi 4 mesi passati qua, sempre sul filo del rasoio e nell’indecisione: voglio lavorare o viaggiare? Decisioni importanti che bisogna prendere sul serio e ragionare attentamente prima di partire. Sono venuto qua con un progetto chiaro di cosa fare, che a breve ho sconvolto completamente, spaventato ho agito guidato più dall’istinto che dalla razionalità. Non posso sapere come sarebbe andata se avessi rispettato i progetti originali, o se avessi approfittato delle opportunità che mi offriva Sydney, al costo di mentire e dichiarare una permanenza nella città per 6 mesi sebbene non realmente intenzionato. In un infinità di varianti che è la vita -sulle quali commiserarsi dell’aver praticamente buttato 4 mesi senza avere concluso alcun obiettivo impostomi, delle costanti occasioni con le ragazze sprecate in un turbinio di mind-fuck, del non sapere entrare nell’ottica australiana del don’t worry-, semplicemente accetto come realtà unica quella che è già accaduta ed è immutabile. Gettare la spugna è stata la mia tentazione dopo l’aver perso il lavoro, ma che guadagno ne avrei avuto a tornare a casa da sconfitto, senza più un soldo, senza alcun progresso mentale consolidato ed un inglese che ancora fa fatica ad entrarmi in testa?

Si, l’inglese è una parentesi della quale voglio discutere. Intanto voglio specificare alcune varianti principali: non è necessario sempre saperlo parlare correttamente per avere un qualche risultato, ma è vitale se non siete il tipo di persona giusta. Mi spiego meglio, ho conosciuto alcuni italiani dal principio fino a qua e i casi che mi sono ritrovato sono dei più vari, da persone che sono venute qua con un inglese quasi inesistente ma che grazie all'esperienza, all'intraprendenza e in alcuni casi a qualche altro fattore che ha a che fare con la prevedibilità umana -non voglio girarci intorno, mi riferisco al fatto che se sei una ragazza e sei carina sei sempre più disposta ad essere aiutata- sono riuscite in alcuni loro obiettivi di permanenza, altre ancora che nella medesima situazione sono state costrette a chiudersi in farm per 7 mesi fino a spaccarsi letteralmente la schiena ma venendone fuori con un inglese comprensibile, poi quelle che sanno vendere la propria italianità esuberante e il loro accento stereotipato -che io non posseggo minimamente- e quelle altre che vengono qua con le idee chiare, le giuste esperienze in tasca ed un inglese fluente che dopo un paio di giorni già lavorano ad ottime condizioni. Poi ci sono io, un inglese scritto e letto ottimamente, parlato comprensibile e con ottima pronuncia, ma una capacità di ascolto pessima e una timidezza castrante. In 4 mesi alcuni progressi ci sono stati di sicuro e non piccoli, ma spesso e volentieri alla vergogna di chiedere di ripetere per più di due volte ho sopperito con un semplice “yeah” di circostanza, fatto che spesso crea situazioni imbarazzanti, scarsa comunicabilità e fa crollare castelli di carte

Ci sono questi fattori e tanti altri quali il parlare con accento e una correttezza sulle frasi ultra ripetute che lascia intendere all’interlocutore una buona conoscenza dell’inglese che poi si rivela non tale quando questi inizierà a parlare in maniera fitta e ostica o il constatare che alcuni filmati in accento australiano continuano a rimanere incomprensibili negli stessi punti anche dopo mesi di pratica, ad aumentare il disagio nei confronti della comunicazione. In definitiva se non siete come gli esempi vincenti sopraccitati, non veniteci qua senza un inglese molto preparato, spesso e volentieri l’alternativa è chiudersi in se stessi per incapacità comunicazionale o stringersi in comunità di persone della stessa lingua o livello linguistico, che ruotano attorno a chi parla meglio di loro l’inglese, senza praticarlo seriamente, destinati al lavoro in farm o allo sfruttamento ad opera di connazionali immigrati. Si, ci sono i fattori accento, gli slang differenti… come mi è stato rivelato da un irlandese che ha lavorato per un breve periodo in una farm anche loro hanno difficoltà in alcuni casi a comprendersi a vicenda sebbene entrambi di radice anglo-sassone, ma l’australiano o il neozelandese è solamente un accento, non una lingua diversa, in cui “r” e “o” vengono arrotondate e le altre lettere masticate fino a rendere parole semplici quasi sconosciute. Forse lo scozzese può essere una lingua diversa, cambiano così tanto le vocali e la cadenza della pronuncia da stravolgere il tutto, ma in fin dei conti la verità è che spesso e volentieri il problema è nostro di noi che non sappiamo l’inglese più che dell’interlocutore che non sa farsi capire.

Altra parentesi è venire qua con le idee chiare su cosa fare, su come muoversi e non trovarsi con l’acqua alla gola; avere un’esperienza seria ed utile può essere determinante per entrare nel mondo del lavoro. Gongolarsi nelle indecisioni è una perdita di tempo, a lungo sono stato indeciso se investire soldi e fare il corso per la white card e lavorare nell’edilizia -unica vera esperienza utile e redditizia che possiedo-, ma la paura di buttare via 200 $ senza magari avere alcuna prospettiva sicura di lavoro considerata la concorrenza irlandese proprio non mi allettava, meno dell’idea di lavorare ancora all’aperto durante l’inverno. Tanta è stata l’indecisione che ormai i soldi sono troppo risicati per poter fare alcuna mossa del genere e alla fine in mancanza di un’alternativa valida il fiondarsi su lavori nella ristorazione rimane la scelta più ovvia, consci che qualcuno con esperienza reale sarà sempre uno scalino sopra di noi. Uno che avrà avuto un passato da pizzaiolo, da chef o da pasticciere, riuscirà in breve tempo a conquistarsi un lavoro sicuro a condizioni ottimali, tutti gli altri saranno persi nella selva del kitchen-hand -aiuto cuoco- che spesso e volentieri si rivelerà essere un lavapiatti malpagato e in alcuni casi anche in nero, con tonnellate di concorrenza. Questa è la strada che mi sono scelto per ora, spero sempre che la posizione in cucina mi dia accesso a cariche più alte, già il lavorare come sandwich-hand mi regalava più orgoglio e possibilità future e l’evitare di lavare piatti, pertanto anche se la strada è ostica sono disposto a seguirla.
Tutto ciò si scontra purtroppo anche coi progetti a medio/lungo termine che si hanno. L’indecisione mi ha fatto sprecare quasi 4 mesi del mio visto, so che se voglio prendere il secondo da un anno come risorsa per il futuro devo procacciarmi 3 mesi (due mesi e mezzo forse, considerando i giorni della prima farm) di lavoro nelle realtà rurali, siano queste farm o edilizia. Poi due mesi sicuri li voglio dedicare puramente al viaggiare e ai tempi morti in attesa di un lavoro, siano essi frammentati in vari scaglioni o continuativi. Progetti che col senno attuale sembrano di difficile attuazione, non sapendo se riuscirò a consolidare un lavoro in tempo breve, tuttavia nuovi fattori sono entrati gioco a darmi più chance: fame, mentire ed esperienza.

Cosa sono questi? Beh semplicemente la fame è la paura concreta di rimanere senza soldi per strada e senza cibo, il guardarsi attorno e sapere di dover fare sempre sacrifici di ogni sorta per mancanza di un reddito… uno dei migliori incentivi che spinge ad attivarsi a 360° per ottenere ciò che si vuole, la paura che attiva meccanismi di sopravvivenza e toglie parte delle seghe mentali sul chiamare numeri di telefono, starsene ore sui siti di annunci a cercare di beccare quello al momento giusto e chiamare, attivarsi per girare un po’ ovunque con curriculum alla mano. Non voglio dire che sono arrivato veramente alla fame e che mi sono attivato come un ossesso, ma che effettivamente lo spettro di un fallimento e ancor peggio della perdita di ciò che è basilare per la autoconservazione mi ha spinto ad impegnarmi molto più seriamente nel cercare un lavoro, tantovero che mi sono ritrovato addirittura a fare un’ora e mezzo di treno per presentarmi ad un colloquio in uno dei tanti suburbs che circondano questa città.

Il fattore mentire è quello più amaro, quello che si basa su tante questioni più o meno implicitamente morali ma soprattutto di auto-stima. Sono una persona che trova fastidioso mentire, lo so fare e anche bene, ma cerco sia di vivere nella coerenza e sincerità per evitare sgradevoli rimasugli, sia l’evitare di dichiarare qualcosa che effettivamente non so fare perché timoroso del dimostrarsi non all’altezza della situazione. Già compilare il curriculum è stata un’opera di menzogna dal principio, d’altronde se vuoi avere qualche possibilità in un settore in cui non hai esperienza reale -solo domestica nel mio caso- ma nel quale pensi di poterti destreggiare, il passaggio è obbligatorio… Così dalle timide bugie dei primi curriculum l’esperienza ha iniziato a gonfiarsi in progress, constatando che la poca dichiarata non mi era di molto aiuto nel dare un’immagine quanto meno confortante delle mie capacità. Tuttavia il fattore è relativamente d’aiuto, spesso e volentieri i datori neanche li guarderanno essendo ormai disillusi dalle bugie dei backpackers, valuteranno direttamente le capacità con una prova e in fin dei conti le uniche menzogne più o meno valide saranno quelle relative al tempo di permanenza dichiarato che tanto mi condizionava all'inizio, sempre 6 mesi anche se si ha intenzione di starne la metà.
E qui entra in gioco l’esperienza, quella che pian piano si è insinuata con le prime fallimentari prove di lavoro, con lo studio a casa, e migliorata dall’esigenza di dimostrarsi abile. Il mix finale di questi elementi garantisce lo spingersi oltre ai propri limiti, siano questi morali che mentali, guardare un po’ più in faccia a ciò che si vuole ottenere e incamminarcisi verso con passo un po’ più sicuro. Come risultato mentre scrivo questo sono reduce da una prova come kitchen-hand avuta buon esito, nella quale i colleghi si sono dimostrati interessati al mio operato e favorevoli ad un’eventuale assunzione, il tutto grazie ad una serata di prova in settimana su un altro posto -non andata a buon fine- dove ho imparato a muovermi in una cucina più grande e a gestire le pulizie. In addizione a fine prova ho sostenuto un colloquio in un altro cafè nel quale mi sarebbe richiesta maggiore responsabilità in cucina e un altro trial è stato fissato per la settimana prossima, ma non cantando vittoria come uscita di emergenza cerco di crearmi la possibilità di raggiungere un amico irlandese fuori Melbourne per fare flower-picking a 18 $ l’ora.

Per quante difficoltà abbia vissuto finora e quante ancora ne stia vivendo, lo spronarsi a migliorare la propria condizione è già un risultato che in fin dei conti ti fa pensare “No, non è stato un buco nell’acqua venire fino a qua”, anche se è un parere sempre mutevole. Sperando in un minimo aggancio di stabilità che mi sposti quantomeno un po’ dal baratro in cui sono vicino, il lavoro che dovrò iniziare a fare sarà nuovamente mentale, ovvero quello di iniziare a sentire i propri progetti futuri come qualcosa di realmente attuabile, lo stato attuale come un mezzo per potersi dedicare a ciò che si vuole veramente anche se a costo di sacrifici, pronti veramente a sentirsi dire “don’t worry”. Idealismo forse, nella mia situazione precaria è ancora facile cadere tra stati emotivi opposti dettati dall'umore, non si sa mai che il destino voglia che io mi avvicini ancora di più all’orlo per dover tirare fuori tutto il meglio di me, o il peggio.

I need my conscience to keep watch over me
To protect me from myself
So I can wear honesty like a crown on my head
When I walk into the promised land

Nell’ultimo paio di mesi ho vissuto diversi stati emotivi e mentali, a lungo ho avuto modo di ragionare sulla mia personalità e sulla via che ho intrapreso, diverse testimonianze mi hanno aiutato a configurare ciò che voglio essere nella vita. Vi parlerò della generosità ad esempio, di come mi sia stata donata la possibilità di avere un posto caldo e accogliente come casa da persone che fondamentalmente avrebbero potuto non muovere un dito nei miei confronti, come tanti altri sconosciuti legittimamente fanno. Seguendo una nuova amicizia al di fuori dalla farm mi sono ritrovato al Hobart Hostel, un delizioso ostello poco fuori dal centro cittadino -il migliore in cui sia stato finora- gestito da una coppia di immigrati portoghesi di lunga data. Lì ho conosciuto una ragazza della Valtellina, da 3 mesi in Australia, che lavorava in loco e contemporaneamente fungeva da responsabile notturna dell’albergo. Un compito che semplicemente permetteva al gestore di tornare a dormire a casa sua, con i soli oneri rimanenti di controllare eventuali problemi in caso di attivazione dell’allarme, invitare ospiti rumorosi alla calma nelle ore notturne e rispondere a possibili chiamate dopo l’orario di chiusura, il tutto ricompensato con una camera singola dotata di scrivania, comodino e frigo ad uso personale. Una manna non indifferente per chi è abituato a considerare casa un piano di un letto a castello in una stanza condivisa con non meno di 6 persone e raramente a pagare meno di 20 $ al giorno per tanto.

Dopo un mese di sola pratica d’inglese o sola alternativa silenzio, una lunga chiacchierata in lingua madre è stata liberatoria, soprattutto avendo trovato come interlocutrice una persona affine, le cui motivazioni di partenza erano simili quanto buona parte della visione del mondo… la ragazza in questione dopo 3 mesi e alcuni obbiettivi raggiunti era in procinto di tornare a casa passando prima per la Nuova Zelanda per qualche settimana, complice l’imminente nascita di nipoti, la mancanza soffocante delle montagne -quelle vere, non le dolci colline tasmane- ma fondamentalmente la stanchezza di una situazione in cui amicizie andavano e venivano, di un’impresa che lasciava sempre un chiodo di solitudine conficcato tra le costole, senza alcuna vera compagnia permanente con la quale condividere gli eventi. Chiacchierando inevitabilmente delle reciproche esperienze lavorative il consiglio datomi è stato quello di fermarsi ad Hobart per cercare un lavoro, come incentivo l’intercessione con il gestore per farmi ereditare il posto come guardiano notturno. Inutile dire che la proposta mi è suonata subito allettante e non ho esitato a considerarla in altro modo che positiva: raramente posso dire che colpi di culo del genere mi caschino in mano e sarebbe stato stupido non approfittarne, tuttalpiù che il mal di schiena ritornato dopo lo spostamento era di scarso incentivo al muoversi nuovamente. Ciò ovviamente cozzava con la realtà, ovvero quella di una cittadina con scarsa offerta di lavoro e avviata verso la bassa stagione, sulla quale mi ci confrontavo con il solito vecchio approccio di curriculum debole, consegna a mano e niente uso del telefono. Le due settimane a seguire sono state appunto di lotta contro il mal di schiena, qualche disegno, cazzeggio e sbattere la testa per un lavoro.

Non voglio dire però che sono state sprecate del tutto, l’opportunità mi ha dato modo di confrontarmi con delle persone splendide come ad esempio la coppia portoghese gestrice dell’ostello e i due ragazzi nativi americani che stavano lavorando temporaneamente come ricercatori per lo stato della Tasmania… persone con le quali ho condiviso valori e pensieri comuni, il concetto di “is the way I want to live”, storie di vita e allo stesso modo lo scoprire realtà che emergono da altri punti del mondo. Matt mi ha raccontato di come sia la vita nel Montana, tra persone non intrinsecamente cattive ma che finiscono per fare azioni cattive, di suo fratello che si sacrifica per il bene della famiglia tagliando barre d’acciaio, con le mani sempre più storpie per le condizioni di lavoro e una ferita d’arma da fuoco, Tony di come in Portogallo non riusciva a dormire la notte per le preoccupazioni economiche e invece come qua abbia trovato una vita serena e rilassata. Non mi dilungherò ulteriormente su quali sono stati gli episodi che mi hanno colpito di più, sulla natura delle considerazioni scambiate, basti sapere che sono stati d’esempio per ricordarmi il modo in cui voglio condurre la mia vita e in parte per tenermi lontano da comportamenti sbagliati legati alla frustrazione dei momenti difficili. Eh si, perché questi sono sempre dietro all’angolo… non parlo di furti o chissà che cosa, ma di azioni meschine, per vendetta, per invidia o quant’altro. Il resistere alla tentazione della violenza verso chi si approccia con comportamenti irrispettosi, ritorsioni vigliacche a queste azioni, lo scacciare pensieri di invidia o il fastidio provocato da qualcuno per motivi puramente irrazionali.

Tutte cose che mi sono passate per la testa nel momento più difficile, quello in cui avrei voluto gettare la spugna e tornarmene a casa da sconfitto, tutte cose che col senno di poi riconosci come frutto della frustrazione del non riuscire in ciò che si vuole, del sentirsi sempre schiavi dell’approvazione altrui e di una pigrizia paranoide e vischiosa che trascina in un circolo vizioso che non porta a nulla. Non credo sia il modo migliore di confrontarmi col mondo e me stesso ma il nemico più grande che continuo a percepire è quello che vedo allo specchio. Colui che non posso realmente sconfiggere ma che devo farmi amico, quello che mi intrappola e deteriora le mie azioni, che mi rende insicuro e debole anche sui movimenti più banali quando mi alleno, che mi inchioda alla pigrizia e alle mie paure, da quelle concrete alle più irrazionali e superstiziose, che mi giudica costantemente. Mi sono costruito un dio dentro di me stesso e l’ho eletto tanto a giudice e castigatore della mia persona quanto ad esempio di ciò che vorrei essere, e adesso è il momento di iniziare ad affrontarlo gradualmente, a controllarlo. Voglio iniziare a vivere serenamente, a non inventare scuse per ogni sfida dal quale mi ritiro, ad ottenere ciò che voglio senza farmi troppi scrupoli ma restando sempre dalla parte del giusto, a liberarmi da questa pigrizia e a VIAGGIARE.  Quattro mesi in questo viaggio, ormai più che in un altro lato del mondo dentro di me stesso.